Il darwinista infedele. Lombroso e l’evoluzione
di Paolo Mazzarello
Hoepli, Milano, 2024
pp. 184, euro 18,90
Siamo a Pavia, nel 1862, e un giovane laureato in medicina e chirurgia, appassionato di linguistica, storia e scienze naturali, compra una copia di On the origin of species di Charles Darwin, tradotta in francese da Clémence Royer. Quel giovane uomo è Cesare Lombroso che, nello stesso anno, parte alla volta della Calabria, al servizio di battaglione nella campagna contro il brigantaggio. È lì che inizieranno le sue osservazioni antropologiche ed etnologiche delle comunità con cui viene in contatto e i rilievi di ordine sanitario ed epidemiologico.
Paolo Mazzarello, docente di storia della medicina all’Università di Pavia e autore di saggi come Il Nobel dimenticato (2006) e L’intrigo Spallanzani (2021), rilegge la visione antropologica di Lombroso, cercando di capire se e quanto la teoria dell’evoluzione descritta nell’opera di Darwin, e reinterpretata nella traduzione francese, abbia influenzato le ricerche del medico. Lo fa ripercorrendo la sua vita, incontrandone amici e maestri, immergendosi nei viaggi, nei libri e nei documenti dell’epoca.
L’autore ricostruisce il concatenarsi di eventi che porterà il testo di Darwin nelle mani di Lombroso, descrivendo con attenzione il contesto storico e culturale e le influenze, che fino a quel momento e anche più in là nel tempo, contribuirono a plasmare le basi delle sue teorie e quell’approccio da «autentico bricoleur delle idee». Perché la traduzione in francese dell’opera darwiniana è sotto la lente di questa analisi? A occuparsene fu Clémence Royer, attivista per l’emancipazione femminile, curiosa nei confronti dell’economia e interessata alle idee di Lamarck. Nonostante il supporto scientifico dello zoologo Edouard Claparède, Royer aggiunse del suo alla versione francese — insieme a una prefazione di una sessantina di pagine e un apparato di note inesistenti nell’originale — conferendole un’impronta piuttosto lamarckiana. L’ipotesi di Jean-Baptiste de Lamarck sull’evoluzione, infatti, sosteneva che nel corso della loro esistenza gli esseri viventi subissero delle modificazioni dei loro caratteri per adattarsi meglio all’ambiente in cui vivevano, modificazioni che sarebbero poi state ereditate dalla prole. Siamo lontani dal quadro descritto da Darwin che, come scrive Mazzarello, «considerava i singoli esseri viventi — con sullo sfondo l’uomo (anche se nell’Origine delle specie non lo scrisse esplicitamente) — come fragili zattere sballottate con indifferenza fra i mostruosi Scilla e Cariddi, la variazione casuale e la selezione naturale».
Dopo averci guidato nella vita e nelle esperienze di Cesare Lombroso, il libro ci mostra il seme, fecondato durante il viaggio nell’Italia del sud, che condusse il medico verso lo studio e l’esercizio della psichiatria, della psicologia e dell’antropologia, portandolo a ipotizzare un’origine innata della criminalità come espressione di caratteri ancestrali che si manifestavano somaticamente ed erano indicatori di psicopatologie e comportamenti deviati.
Come in un’indagine poliziesca, Paolo Mazzarello si muove tra indizi e prove per rispondere alla seguente domanda: è possibile che quel seme, che in seguito fiorì nella carriera professionale e nei celebri scritti quali L’uomo delinquente o Genio e follia, sia stato alimentato in parte dall’Origine delle specie di Charles Darwin tradotto da Royer e che, quindi, quello di Cesare Lombroso fosse «un Darwin in gran parte lamarckiano, ma un Darwin che lo spinse verso un’interpretazione evoluzionistica del delitto, dei problemi delle razze e di molti disturbi psichiatrici»? La risposta è nelle pagine de Il darwinista infedele, dove lettrici e lettori potranno conoscere meglio lo scienziato famoso per l’approccio fisiognomico, fautore dell’atavismo, che fu «un vero isterico dell’amicizia e della scienza».