La Madonna in tinello

  • In Articoli
  • 12-11-2020
  • di Paola Dassori
img
Era la mattina dell’11 marzo 1970. Nel tinello di una casa in via Confalonieri, a Sesto San Giovanni, sei donne erano intente a recitare il rosario quando, improvvisamente, la Madonna apparve tra loro, avvolta in un mantello d’oro e profumata d’incenso.

La Madonna parlò alle donne per ben ventotto minuti, non uno di meno, avvertendo che “siamo alla riserva della fine del mondo”, supplicando di “far pregare tutto il mondo”, ammonendo che “se tramonta la città di Gerusalemme altri sette stati del mondo periranno”. Quindi scomparve.

Riavutasi dallo stupore, la padrona di casa, Lucia Frascaria, una donna di quarantadue anni che già da tempo si dedicava all’assistenza dei poveri, insieme con le altre pie signore si dedicò immediatamente a diffondere il Verbo: la Madonna stessa, del resto, durante la lunga conversazione l’aveva nominata “sua rappresentante in terra”.

La notizia si sparse rapidamente per il paese, e file di pellegrini salmodianti cominciarono a salire le scale del condominio. Bruna Valdambrini, una delle pie donne che avevano assistito all’apparizione, si era incaricata di accogliere i visitatori ed accompagnarli nell’ex-tinello, ora trasformato in santuario, pieno di immagini sacre, crocifissi, statuette, e soprattutto di regali portati alla Frascaria dai fedeli. Lì si poteva vedere la padrona di casa, chiamata “Mamma Cia” o anche “La Papessa” per l’abitudine di farsi baciare la mano dai postulanti, intenta a pregare in ginocchio; i pellegrini chiedevano le grazie più disparate, che spaziavano dalla guarigione da malattie varie alla speranza di fare 13 al Totocalcio.

Non mancava proprio niente alla consueta coreografia miracolistica: “Mamma Cia” portava le mani bendate per nascondere le immancabili stimmate.

C’era addirittura una pianta che prosperava malgrado non venisse più innaffiata dal giorno dell’apparizione: le sue foglie andavano a ruba. Inoltre in bella mostra si vedeva una lampada a olio che sarebbe stata accesa da “Mamma Cia” ben quarant’anni prima, nel suo paese natale di San Nicandro Garganico, e ardeva fin da allora senza consumarsi mai.

Ben presto il tinello non bastò più ad accogliere i pellegrini, che a quanto pare arrivavano anche dal sud Italia e dall’estero; inoltre i condomini, stanchi di avere le scale sempre ingombre di gente, si erano rivolti ai carabinieri che emisero una diffida.

“Mamma Cia”, quindi, ebbe l’idea di allestire nella cantina di pertinenza del suo appartamento una vera e propria cappella in stile barocco, con tanto di altare (non consacrato ovviamente, ma a quanto pare ai pellegrini importava poco) con una grande statua della Madonna e soprattutto, davanti, il “cofano dei miracoli”: un baule nel quale bastava versare un’offerta per vedere esaudita qualunque richiesta. Tra i miracoli avvenuti si citava un netturbino al quale dovevano tagliare una gamba che, dopo essersela fatta ungere da “Mamma Cia” con olio espressamente benedetto dalla Madonna, era guarito in quattro e quattr’otto e aveva addirittura stracciato la tessera del Partito Comunista.

Dopo tanto entusiasmo, nel 1977 arrivò la doccia fredda: “Mamma Cia”, il suo braccio destro Bruna Valdambrini e la “segretaria” Dina Sbanno furono denunciate per truffa continuata aggravata.

image
Si scoprì che la Frascaria, oltre alle offerte del famoso baule, aveva anche altri cespiti di guadagno: organizzava infatti raccolte di abiti e oggetti per aiutare i poveri, che poi invece le sue fedelissime collaboratrici portavano in meridione e rivendevano. “Mamma Cia”, oltre a girare in Mercedes con tanto di autista, aveva comprato diversi appartamenti in Puglia e stava trattando l’acquisto di un albergo al suo paese, nel quale aveva fondato una succursale del santuario milanese; la Valdambrini, dal canto suo, era proprietaria di due appartamenti a Sesto San Giovanni, acquistati di recente.

Inoltre risultò che “Mamma Cia” aveva a suo carico due denunce per questua non autorizzata, emesse dal pretore di San Nicandro nel 1953 e nel 1974.

Se questa fu la fine del “santuario” di Sesto San Giovanni, quello fondato da “Mamma Cia” a San Nicandro Garganico continuò a ricevere pellegrinaggi ancora per decenni: nel 2015 la Guardia di Finanza di San Severo eseguì una verifica fiscale nei confronti della “Associazione Mamma Lucia Ente Morale” contestando rilevanti violazioni alla normativa fiscale ed illeciti tributari.

Fu infatti riscontrato che non si trattava di una associazione religiosa in quanto mai riconosciuta dall’autorità ecclesiastica, né poteva essere inquadrata tra gli enti non commerciali ai fini fiscali. Emerse che fin dalla sua costituzione risalente al lontano 1974, l’associazione “aveva esercitato di fatto un'attività di natura commerciale avente come scopo quello di raccogliere denaro dai fedeli che quotidianamente si recano numerosi in pellegrinaggio presso la propria struttura di San Nicandro Garganico, in cambio di piccoli oggetti e prestazioni di servizio.”

Infatti, come risulta dal rapporto della GdF, “tutto attorno alla cappellina del “santuario” insistono negozi in cui vengono venduti articoli religiosi e souvenir, oltre ad alcuni accessori obbligatori per proseguire il pellegrinaggio, i servizi igienici, i vari gazebo in legno completi di tavoli e panche per la consumazione dei pasti. Contrariamente a quanto registrato in contabilità, secondo cui i pellegrini che ricevevano gli oggetti religiosi o quant’altro disponibile nella struttura donavano denaro volontariamente secondo le loro possibilità, è emerso che essi pagavano regolarmente il prezzo di vendita dei beni o dei servizi prestati dall’associazione, senza nessuno scontrino o ricevuta fiscale, completamente in nero”.

Al termine degli accertamenti di polizia tributaria, all’associazione fu contestata, per gli anni 2009/2012, l’omessa dichiarazione dei redditi per oltre 2 milioni di euro e un’evasione dell’I.V.A. per circa 400.000 euro, così come confermato dai successivi atti dell’Agenzia delle Entrate, per cui la Procura della Repubblica di Foggia ottenne dal GIP il sequestro di beni pari a circa 750.000 euro, a garanzia del recupero effettivo delle imposte evase.