Forum Naomi Oreskes

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Naomi Oreskes. ©Ragesoss Wikimedia
Nel numero 44 di Query abbiamo pubblicato l’intervista che Fabio Turone ha fatto a Naomi Oreskes nel corso dell’ultimo CICAP Fest, nella quale si è parlato anche dell’ultimo libro dell’autrice, che nel frattempo è stato pubblicato anche in Italia. Alcuni lettori ci hanno scritto per esprimere delle critiche ai contenuti di quell’intervista, che trovate in queste pagine. Senza pretesa di rispondere alle osservazioni dei lettori, ma come contributo al dibattito su questi temi, pubblichiamo anche la recensione che Vincenzo Crupi ha scritto proprio sul libro di Oreskes. Buona lettura.

Ho letto l’intervista a Naomi Oreskes nell’ultimo numero di Query e non riesco a non reagire di fronte a certe affermazioni gratuite. Mi riferisco alle risposte alle domande relative al libro “Why trust science”, per le quali ho parecchie obiezioni 1. Nella risposta alla seconda domanda, c’è la seguente affermazione: «La domanda non è se esistano i fatti in assoluto, ma come facciamo a capire quali sono i fatti e quali no. La risposta tradizionale data dai filosofi della scienza e dagli scienziati stessi è che troviamo i fatti attraverso l’uso del metodo scientifico. C’è un problema con questa risposta: è falsa!» Con un’affermazione perentoria si buttano via quattro secoli di metodo scientifico. Ciò che segue non fornisce una prova convincente dell’affermazione, ma costituisce un esempio di come si possa generare confusione e disinformazione. Per prima cosa, viene stravolta la domanda dell’intervistatrice che correttamente parla di «accertamento dei fatti». Inoltre, si costruisce un’immagine stereotipata e falsa dello scienziato: «si ha l’idea che l’obiettività scientifica sia innata nell’individuo, che i singoli scienziati debbano essere figure quasi divine, del tutto logiche, senza preconcetti né pregiudizi e che applicando tale mentalità oggettiva ottengano le risposte giuste» e si ha ovviamente buon gioco a demolirla. Non mi risulta che qualche scienziato si ritrovi in questo ritratto idilliaco, tutti hanno preconcetti e pregiudizi, non si spiegherebbero altrimenti errori e soprattutto le tardive accettazioni di molte teorie innovative. Ma è proprio grazie all’accertamento dei fatti tramite le prove sperimentali, cioè grazie all’applicazione del metodo scientifico, che i singoli arrivano a superare preconcetti e pregiudizi. Ma quale sarebbe il metodo per arrivare ai fatti? Ecco la risposta: «La mia opinione è che tutte le prove e il lavoro condotto nel mio campo, ovvero la storia e filosofia della scienza (il corsivo è mio), negli ultimi 30 o 40 anni puntino chiaramente al ruolo cruciale dei processi sociali». E in che cosa consiste questo ruolo sociale? Sostanzialmente nella validazione tramite reazioni e critiche dei colleghi nei congressi, nei seminari e infine nel processo di peer review. Tutto ciò avviene normalmente ma il punto è: in base a quale criterio avviene la validazione? La risposta più ovvia è la verifica se nell’effettuare la ricerca siano stati rispettati i canoni comunemente accettati relativi a prove sperimentali e riproducibilità dei risultati, ma con ciò verrebbe contraddetta l’affermazione sulla falsità del metodo sperimentale. Inoltre, è ben noto che il processo di peer review è stato sottoposto a molte critiche che ne contestano l’efficacia, ma per ora non è stato trovato un valido sostituto. La risposta sembra essere diversa e per evitare che la validazione provenga ad es. da un «club esclusivo di soli maschi che la pensano allo stesso modo» è necessaria una «diversità nella scienza». Ovviamente non si può che condividere una tale affermazione, ma di nuovo, in che modo la diversità permette di arrivare alla validazione? La semplice manifestazione di punti di vista diversi, certamente utile, non porta automaticamente a un risultato, ci vuole una sintesi che si può basare solo su criteri oggettivi e unanimemente accettati e ricadiamo nel metodo scientifico. L’altra alternativa che vedo è quella di utilizzare metodi validi in un contesto sociale, cioè l’espressione di una maggioranza, ma qui andiamo veramente fuori dal seminato. Comunque, ritenere cruciale il ruolo dei processi sociali apre tutta una serie di possibilità, alcune delle quali abbiamo purtroppo già sperimentato in passato (fisica ariana, biologia di regime, ecc.). 2. Altra affermazione nella stessa risposta: «...insisto molto sulla necessità di evitare il feticismo del metodo». Segue un esempio secondo cui, negli studi clinici, se non si riescono a fare studi controllati randomizzati, è opportuno ricorrere ad altri metodi. Ovviamente si fa quel che si riesce a fare, ma considerare alcuni metodi più affidabili di altri non significa essere feticisti. Certamente occorre «considerare tutte le prove nel loro complesso», ma questo non significa che siano tutte egualmente affidabili. Anche qui emerge una visione distorta del processo con cui si arriva a determinare i risultati della ricerca scientifica, risultati che, ribadisco, devono essere riproducibili e verificati tramite metodi attendibili. 3. Si parla dei limiti della scienza. E chi non è d’accordo? Peccato che il limite sembra emergere quando gli scienziati parlano di «ambiti al di fuori della scienza, moralità, etica, filosofia, letteratura, storia». Ma essendo al di fuori della scienza, quando parlano di questo argomento gli scienziati, se lo fanno, esprimono pareri personali come chiunque altro, senza pretendere che la loro posizione di scienziati renda le loro affermazioni più accettabili. Se poi il limite deriva dal fatto che gli scienziati commettono errori, ebbene, lo sappiamo tutti che questo avviene e che spesso è difficile ammettere i propri errori, ma il quadro che emerge dalle parole della intervistata sembra di nuovo evocare un quadro molto rigido e poco realistico, come se gli scienziati avessero l’abitudine di perseverare nei propri errori.
Professor Mauro Giannini

Qualche considerazione su articoli pubblicati su Query 44. Nell’intervista a Naomi Oreskes trovo delle incongruenze. Dice che la scienza non deve essere creduta perché si basa sul metodo scientifico. Poi come esempio di metodi alternativi cita gli studi di coorte, studi sugli animali, modellizzazione. Ma questi metodi non sono anch’essi metodi scientifici? Alla fine a un qualche metodo scientifico bisogna comunque ricorrere o no? Poi giustamente si sottolinea l’aspetto critico della revisione paritaria come fondamentale. Aspetto che, ovviamente, comprende il trovare i punti deboli. Poco dopo però l’autrice dice che non ritiene sana l’abitudine di mettere alla gogna i punti deboli di certe teorie. Qualcosa non torna...
Piergiorgio Minoli

Mi riferisco all’intervista della prof. Oreskes pubblicata sul n. 44 di Query.

La controversia in atto fra gli studiosi del clima vede contrapposte due correnti che io chiamerò di ortodossi e di eretici, evitando l’uso, a cui molti purtroppo ricorrono, di termini dispregiativi o ingiuriosi, come per es. catastrofisti e negazionisti.

La prof. Oreskes è nota fra gli studiosi del clima come una propagandista e polemista molto attiva a favore della corrente ortodossa. Per avere un’idea della sua (dubbia) correttezza e coerenza può essere utile il riferimento a questo link https://bit.ly/3dPguXP dove uno dei suoi bersagli, recentemente scomparso, stronca le sue pubblicazioni più famose: l’articolo del 2004 su Science sul cosiddetto “consenso” e il libro del 2010 Merchants of Doubt.

Già il solo fatto di aver pubblicato una sua intervista, senza alcun commento o previsione di contraddittorio, potrebbe far ritenere che il CICAP sia schierato senza riserve a favore degli ortodossi. Ciò sarebbe nocivo, a mio parere, per la reputazione del CICAP, sempre fedele alla razionalità, al metodo scientifico e a un sano scetticismo. La lettura dell’intervista, poi, può far pensare a un lettore incompetente e male informato che il campo eretico sia formato solo da un piccolo gruppo di scienziati ignoranti, in mala fede o addirittura corrotti. Cito testualmente: «A muoverli, però, era un’ideologia politica...», «...creavano ignoranza, disinformazione o false notizie.» Naturalmente non è così, e la prof Oreskes lo sa benissimo e lo sapete anche voi. Gli eretici sono centinaia o migliaia di scienziati di tutto il mondo, fanno ricerca e pubblicano su riviste scientifiche a revisione paritaria.

Mi auguro quindi che in un prossimo numero vogliate ospitare un’intervista a uno scienziato (vero) eretico.
Mario Rampichini