E se il mondo fosse abitato da spiriti e folletti?

  • In Articoli
  • 22-06-2023
  • di Giuseppe Stilo
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La nuova scienza dell’universo incantato
di Marshall Sahlins (con Frederick B. Henry Jr)
Raffaello Cortina Editore,
Milano, 2023
pp. 212, euro 21,00


C’è davvero un universo incantato? Questo desidera, e in certa misura argomenta da par suo, Marshall D. Sahlins (1930-2021), uno fra gli antropologi culturali più conosciuti di questi ultimi decenni. Ben noto per il suo vasto lavoro sulle culture del Pacifico, Sahlins lo è altrettanto per una critica a tutto tondo al riduzionismo economico e biologico in antropologia. Negli ultimi anni Raffaello Cortina Editore ha pubblicato alcune fra le sue opere principali, e - fra queste - proprio lo scritto postumo più noto, reso in italiano nel titolo come La nuova scienza dell’universo incantato.

Come altri lavori di Sahlins, si tratta di un testo importante, ambizioso e in molte parti supportato da una solida evidenza scientifica. Eppure, non è su quelle sponde tranquille che Sahlins intende sostare. Un’intenzione annunciata fin dalla prima pagina, nel ricordare quanto gli diceva uno dei suoi maestri, lo storico Karl Polanyi, secondo il quale la mente era come un uomo con la mano deforme che provava a prendere qualcosa da un tavolo, cercando e tentando fino a quando non escogitava un sistema per adattare il compito alla deformità. Il punto è che in un ragionamento come questo Sahlins è incerto su che cosa siano un tavolo, o un oggetto, oppure una mano deforme e una che non lo è.

È dai suoi dubbi radicali sulla cognizione umana e sulla realtà che prende le mosse questo libro. Ed è attraverso questi prismi seducenti, che Sahlins spiana la strada a un pensiero che inclina al soprannaturale. La sua tesi è che molte società hanno avuto una concezione immanente del soprannaturale: dèi, folletti, spiriti e loro manifestazioni nel mondo erano a disposizione in ogni momento, per ogni evento, incorporati negli oggetti, nei fenomeni, nei cieli e nella terra. A questa concezione immanente, però, si è largamente sostituita una concezione trascendente del soprannaturale, quella in cui queste presenze e forze sono relegate a un cielo distante, che non è presente e che non interviene nel mondo. Rovesciando la famosa proposizione di Talete, si potrebbe dire che con il trascendentismo tutto è vuoto di dèi.

Tuttavia, questa dicotomia è usata come una leva per fare il salto da una solida antropologia basata sull’evidenza a una metafisica centrata sul desiderio di un reincantamento del mondo. Perché è proprio un reincantamento del mondo che Sahlins pare auspicare, anche se attraverso una costruzione culturale possente. In un passaggio scrive: «Teniamolo a mente: gli “spiriti” sono reali, collaboratori attivi dei progetti economici umani. È inoltre da considerare in questa sede che, per quanto abitualmente invisibili, gli spiriti sono copresenti agli umani sullo stesso piano di realtà. Gli spiriti possono anche essere invisibili alle persone, ma le persone non sono invisibili agli spiriti. Il fatto che essi siano di solito - ma non sempre né per forza - invisibili non significa che siano da qualche altra parte, su qualche altro piano dell’esistenza. Io so per certo dell’esistenza di molte cose che non ho mai visto, come il deserto del Sahara; altre non potrei mai vederle, come George Washington o Geronimo». Che il Sahara ci sia, o che Washington e Geronimo siano esistiti o che siano misurabili e testabili per Sahlins non sembra essere rilevante. Eppure, è proprio per quello che possiamo dire che quegli oggetti “esistono”. Dove sarebbe, invece, l’evidenza per folletti, dèi ed altre «metapersone», come le chiama lui?

È questa facilità di Sahlins nello stabilire equivalenze e analogie tra cose e concetti, affascinante a un primo sguardo, che dovrebbe metterci in guardia. A un certo punto, giunge a proporre una specie di “esperimento di pensiero” in cui le cose della realtà che definisce “magiche” - come le tecnologie, la tv o i computer - vengano dotate «di una reale facoltà di agire». Per Sahlins, da un punto di vista soggettivo le cose che questi apparati ci fanno “vedere” non sarebbero diverse da quanto sperimentiamo nei sogni o nelle visioni - ed è su queste analogie che noi portatori delle culture trascendentiste dovremmo basarci per «comprendere l’universo incantato delle culture immanentiste e inspiritate».

Sahlins, insomma, non ha la minima intenzione di suggerire che un “immanentista” si sbagli quando crede che dentro una radio ci sia uno spirito. Certo, il fatto che culture e individui ritengano di vivere in un universo incantato è affascinante e degno di ogni studio. Può far riflettere sull’importanza della varietà dell’esperienza umana, e sui processi culturali. Da questo punto di vista, l’intenzione di Sahlins è condivisibile. Ma sul fatto che si possa concordare che ci sia davvero un “universo incantato”, beh, quella è tutta un’altra faccenda.
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