Il mito dello “scetticismo coerente”

Il caso esemplare di Albert Einstein <br> Essere scettici implicherebbe lÂ’applicazione coerente dei metodi dello scetticismo a tutte le affermazioni. In realtà tutti gli scettici sono, nel migliore dei casi, scettici selettivi (compreso Einstein)

  • In Articoli
  • 04-02-2009
  • di T.C. Riniolo, L. Nisbet
Riprendiamo la rubrica sui metodi e gli errori dello scetticismo con un articolo, originariamente pubblicato sul numero di maggio/giugno 2007 di Skeptical Inquirer, sui motivi che rendono di fatto impossibile essere scettici in modo perfettamente coerente. Gli autori, Todd C. Riniolo e Lee Nisbet, professori rispettivamente di psicologia e filosofia al Medaille College di Buffalo (New York), sono esponenti di spicco del movimento scettico americano. Todd C. Riniolo ha pubblicato molti lavori scientifici nel campo della psicologia e tiene, oltre ai normali corsi universitari di psicologia, un corso sulla parapsicologia e la pseudoscienza. Lee Nisbet è socio fondatore dello CSICOP (oggi CSI) e ha al suo attivo molte pubblicazioni scientifiche oltre ad articoli e libri divulgativi. L'impossibilità pratica di essere scettici al cento per cento viene spesso sottovalutata, specialmente da parte degli scettici alle prime armi, ma esserne consapevoli aiuta a evitare il rischio di diventare troppo sicuri delle proprie idee, perdendo così parte del proprio senso critico.

Andrea Ferrero

Molti lettori di Scienza e Paranormale (così come molti di coloro che scrivono sulla rivista) si definiscono "scettici"; da ciò conseguirebbe obiettività nella valutazione delle più diverse affermazioni. Tuttavia, abbiamo tutti limitazioni e pregiudizi che impediscono di applicare in modo coerente e obiettivo i metodi dello scetticismo. Tanto i non scettici quanto gli scettici dichiarati possono sviluppare credenze non soggette a rigoroso esame scettico. Inoltre, gli scettici (come i non scettici) possono rifiutarsi di cambiare il loro punto di vista anche di fronte all'evidenza. Dunque, sarebbe utile agli scettici capire che si può essere scettici solo selettivamente. Il nostro scopo qui è:
1) chiarire perché non esiste uno scettico completamente coerente;
2) passare in rassegna i pregiudizi che limitano la nostra capacità di applicare il metodo scettico in maniera coerente;
3) presentare un esempio concreto di scetticismo selettivo in una grande mente (Albert Einstein);
4) spronare gli scettici a verificare la propria capacità di adottare coerentemente il metodo scettico.

Esiste lo "scettico coerente"?


Definiamo "scettico coerente" un individuo il cui sistema di convinzioni sia composto esclusivamente di credenze verificate da un'indagine obiettiva di tipo scettico. Nella realtà, anche chi afferma di essere scettico è soggetto a opinioni formatesi mediante un processo "non scettico". Questo accade perché:
1) non abbiamo il tempo di verificare ogni affermazione che entra a far parte del nostro bagaglio di convinzioni, e ci basiamo invece su ciò che è "credenza comune" o su ciò che ci piacerebbe fosse vero;
2) tendiamo a valutare scetticamente solo le affermazioni non coerenti con il nostro sistema di convinzioni (per esempio i poteri paranormali), mentre accettiamo immediatamente asserzioni coerenti con le nostre opinioni personali (per esempio, che Einstein fosse scettico);
3) molte opinioni si sono già formate e rinforzate prima di imparare a pensare in modo scettico;
4) molte credenze si formano sulla base di una valutazione emotiva;
5) gli scettici hanno competenze limitate (per esempio, un biologo potrebbe sapere poco o nulla di economia), il che restringe la possibilità di valutare in modo scettico tutte le affermazioni che si incontrano, essendo, in generale, la conoscenza individuale estremamente specializzata.
Inoltre, lo "scettico coerente" dovrebbe rivedere continuamente le proprie convinzioni sulla base della valutazione obiettiva di ogni nuova prova. Anche se le credenze possono cambiare, numerosi studi hanno mostrato che tutti abbiamo pregiudizi che non solo rafforzano le credenze già esistenti (sia vere che false), ma spesso preservano le nostre convinzioni anche di fronte a forti prove contrarie. Discuteremo brevemente tre pregiudizi che impediscono lo scetticismo coerente: la tendenza alla conferma, l'assimilazione pregiudiziale e la perseveranza nella credenza (si veda Gilovich 1991 per altri esempi di come il nostro sistema cognitivo ci può indurre in errore). Per prima cosa, tutti cercano fatti e prove coerenti con le proprie opinioni: si tende a credere a ciò che si desidera essere vero, ma lo si fa "obiettivamente". In altre parole, non cerchiamo una confutazione delle nostre opinioni con lo stesso impegno con il quale cerchiamo prove a sostegno (Gilovich 1991). Gli psicologi chiamano questo fenomeno "tendenza alla conferma" (si veda Nickerton 1998 per i particolari). La tendenza alla conferma è stata dimostrata in un'ampia varietà di contesti (per esempio stereotipi, opinioni politiche, decisioni finanziarie, fiducia nelle proprie abilità paranormali), e contribuisce a rafforzare opinioni già formate. Inoltre, genera prove "collaterali" aggiuntive, che permettono alle convinzioni di persistere anche quando l'evidenza iniziale è stata confutata, perché possiamo contare su prove raccolte da numerose fonti diverse.
Per una rapida verifica della tendenza alla conferma, i lettori possono dare un'occhiata alla propria biblioteca. Avete lo stesso numero di libri in accordo e in disaccordo con le vostre opinioni? Ricevete o leggete periodici, giornali e riviste che presentino prospettive contrarie alle vostre opinioni politiche? (Gli autori possono assicurare che le loro raccolte di libri e giornali sono decisamente orientate a favore delle loro opinioni politiche). Allo stesso modo, cosa pensate delle prospettive diverse dalle vostre, specialmente quelle che riguardano problemi che vi interessano (per esempio, la guerra in Iraq, i buoni scuola, la privatizzazione del sistema pensionistico)? I vostri sentimenti influenzano le valutazioni sulla correttezza delle opinioni diverse dalle vostre? Infine, siete circondati da persone che condividono i vostri punti di vista, e che dunque rafforzano le vostre credenze (un fenomeno noto come polarizzazione di gruppo)? Uno scettico completamente coerente non avrebbe alcuna tendenza a cercare solo conferme alle proprie opinioni.
In secondo luogo, non siamo obiettivi nell'assimilare informazioni all'interno del nostro sistema di convinzioni. Non solo cerchiamo informazioni che sostengano le nostre credenze, ma adottiamo anche standard diversi nella valutazione delle prove. Come mostrato da alcune ricerche, «coloro i quali hanno opinioni molto definite su problemi sociali complessi sono più portati a essere prevenuti nell'esaminare la relativa evidenza empirica. Sono inclini ad accettare le prove a "conferma" delle proprie posizioni iniziali in modo acritico e a sottoporre soltanto le evidenze "contrarie" a valutazione critica. Come conseguenza di questo atteggiamento, essi trovano un supporto inesistente alle proprie posizioni iniziali in risultati empirici presi a caso o incoerenti tra loro» (Lord, Ross, and Lepper 1979, p. 2098). Uno scettico coerente non userebbe questi doppi standard.
Infine, molti studi hanno mostrato che può essere difficile cambiare idea anche in presenza di un consistente corpus empirico che smentisca le proprie credenze (perseveranza nelle credenze; si veda Anderson e Kellam 1992). Ciò è vero in particolare quando si costruisce un castello razionale a sostegno delle proprie credenze o in presenza di motivazioni emotive (Edwards 1990). Questo fenomeno spiega perché un "credulone" (come Sir Arthur Conan Doyle, che credeva ai poteri dei medium) continui a mantenere le proprie convinzioni anche in presenza di prove contrarie (per esempio le dimostrazioni delle frodi dei medium da parte di Harry Houdini o le confessioni dei medium stessi). Ma i lavori di Tetlock (1998, 1999) hanno mostrato che anche gli esperti soffrono di perseveranza nelle credenze. Uno scettico coerente dovrebbe usare i dati che smentiscono le proprie credenze per cambiare idea.
Non solo ci mancano il tempo e le conoscenze per essere scettici coerenti, ma le nostre menti hanno un gran numero di pregiudizi che ci impediscono di esercitare sistematicamente lo scetticismo. Per via di tali pregiudizi, finiamo con il difendere vecchie credenze a cui siamo particolarmente affezionati. Anche lo scettico più fervente non ama vedere le proprie convinzioni soggette a rigorosa indagine scettica.

Albert Einstein: uno scettico coerente?


I contributi scientifici di Albert Einstein, come quelli di Charles Darwin o di Isaac Newton, hanno definito l'attuale visione dell'universo. Einstein aveva una grande mente matematica ed è diventato un'icona della scienza. Lo CSICOP lo ha scelto, molto probabilmente per via dei suoi risultati scientifici, come uno dei dieci principali scettici del XX secolo (si veda lo Skeptical Inquirer, gennaio/febbraio 2000). Tuttavia, Einstein non era scettico quando si occupava di questioni al di fuori del suo campo scientifico. Come ben sanno gli scettici, gli scienziati fanno spesso magre figure quando si avventurano al di fuori delle proprie discipline.
Le credenze di Einstein in ambito economico e sociale erano numerose. Per esempio, nel 1933 Einstein dichiarò (e crediamo a buon diritto) la propria opinione sui diritti civili e politici in Germania. «Finché avrò una possibilità di scelta, vivrò soltanto in un paese in cui le libertà politiche, la tolleranza e l'uguaglianza tra tutti i cittadini siano la regola. Le libertà politiche implicano la libertà di parola, di espressione e di stampa, la tolleranza e il rispetto di ogni individuo. Queste condizioni non sussistono in Germania.» (Einstein 1949, p. 81). Einstein criticò apertamente il nazismo e le violazioni dei diritti umani in Germania sotto Hitler.
Einstein provava simpatia per il governo dell'Unione Sovietica. Ciò era probabilmente dovuto alla coerenza di quel tipo di governo con le idee politiche dello scienziato tedesco (per esempio Einstein sosteneva la pianificazione centrale dell'economia) (Laqueur 1990). Einstein non era solo tra gli intellettuali europei a condividere queste idee. Le società capitaliste stavano attraversando la Grande Depressione e, come sottolineato da Caute (1988), molti scienziati europei negli anni Trenta sostenevano il sistema sovietico per via della «nozione che i progressi scientifici maggiori si fanno laddove la ricerca è direttamente collegata alla soluzione dei problemi sociali» (p. 272). Per questi scienziati, l'URSS poteva diventare un vasto esperimento in cui gli scienziati avrebbero giocato un ruolo essenziale nel formare la società umana. Dunque, Einstein aveva forti convinzioni sia sulla libertà politica sia sulla forma di governo sovietico durante gli anni Trenta. È interessante notare che Einstein rifiutò di appoggiare una commissione internazionale guidata da John Dewey, il cui scopo era di indagare sui Processi di Mosca (uno scettico sistematico avrebbe cercato sia prove a favore sia a sfavore) e subito dopo scrisse a Max Born che «ci sono segnali crescenti che i processi pubblici russi non sono truccati, ma c'è un complotto tra quelli che considerano Stalin come uno stupido reazionario che ha tradito le idee della rivoluzione» (citato in Born 1971, p.130). Born avrebbe successivamente osservato che la maggior parte della popolazione occidentale riteneva al tempo che i processi fossero «atti arbitrari di un crudele dittatore». Einstein, tuttavia, si basava sulle informazioni provenienti da persone che descrisse come «quelle che meglio conoscono la Russia».

Il fatto importante, comunque, è che le opinioni positive di Einstein nei confronti dell'Unione Sovietica non cambiarono quando arrivarono informazioni concrete che dimostravano che l'Unione Sovietica era uno stato totalitario che non tollerava la libertà politica. Einstein non ebbe mai timore di giudicare il capitalismo o il nazismo per le loro imprese o azioni e non per la loro retorica, ma non applicò lo stesso standard all'Unione Sovietica. Uno scettico coerente non avrebbe usato due metri diversi per valutare due forme di governo differenti.
Se Einstein fosse stato uno scettico coerente, si potrebbe pensare che, man mano che le prove si accumulavano negli anni, avrebbe modificato le sue opinioni e sarebbe diventato un critico di spicco sia di Stalin sia dell'Unione Sovietica per le loro violazioni dei diritti umani. Milioni di cittadini sovietici furono uccisi arbitrariamente come conseguenza diretta dell'azione del governo, e altri milioni furono rinchiusi in campi di lavoro. Mentre gli scritti di Einstein sull'argomento sono sparsi, la sua corrispondenza con il filosofo Sidney Hook è la più istruttiva (e inquietante). Vi invitiamo a leggere il capitolo 28 ("Il mio dibattito in corso con Albert Einstein") dell'autobiografia di Hook (1987), Out of Step: An Unquiet Life in the Twentieth Century. Il capitolo è basato in gran parte sulle lettere scambiate tra i due uomini, e la lettura del capitolo nella sua interezza descrive un contesto molto più ricco del breve sommario qui fornito. Einstein, convinto sostenitore delle libertà politiche, in pratica rifiuta di criticare il governo sovietico e giustifica le uccisioni e la creazione dei gulag. La prima frase della seguente citazione contiene una debole critica al governo sovietico, ma la frase successiva parla da sola. Secondo Einstein nel 1948, «io non sono indifferente ai punti deboli del sistema di governo sovietico, e non vorrei vivere sotto un governo del genere. Ma, d'altro canto, esso ha grossi meriti ed è difficile decidere se sarebbe stato possibile per i russi sopravvivere seguendo metodi più teneri» (Einstein citato in Hook 1987, p. 471). Hook rispose con una lunga lettera, evidenziando molte incongruenze nelle spiegazioni di Einstein riguardo all'Unione Sovietica: «Precisamente quali metodi ha in mente? Mi è difficile immaginare quali prove possano dimostrare che le epurazioni culturali, il terrore nell'astronomia, nella biologia, nell'arte, nella musica, nella letteratura, nelle scienze sociali, abbiano aiutato i Russi a sopravvivere, o come milioni di vittime nei campi di concentramento dell'Unione Sovietica, per non parlare delle esecuzioni indiscriminate, abbiano contribuito in qualsiasi modo alla vittoria russa su Hitler. I russi sconfissero Napoleone, che era, per il suo tempo, ancora più potente di Hitler. Ma non credo che troverebbe difficile decidere che ciò in nessun modo ha rappresentato una giustificazione storica alla servitù della gleba» (p. 473). Einstein non rispose alla lettera di Hooke neanche per sostenere di essere stato frainteso. Tuttavia, altri scritti di Einstein indicano che egli ritenesse necessaria, per la gente russa, «una dolorosa rinuncia provvisoria alla propria indipendenza personale» e che Einstein stesso avrebbe «considerato mio dovere fare questo sacrificio provvisorio» (Einstein citato in Hook, 1987, p. 476). Quindi, per il popolo sovietico, Einstein abbandona i propri punti di vista circa la libertà politica (un chiaro doppio standard di giudizio). Inoltre Max Born (1971) trovava le opinioni di Einstein verso l'Unione Sovietica «difficili da conciliare tra loro» (p. 131). Hook (1987) riassume il comportamento di Einstein dicendo che fu «sconcertato dal fallimento di Einstein nel cimentarsi con le rivelazioni delle vittime del terrore di Stalin» (p. 478). Purtroppo, Einstein non era solo, dato che numerosi intellettuali, forse attratti dai nobili obiettivi del comunismo, rifiutarono di riconoscere le azioni devastanti del governo sovietico (Sowell 1996).

Einstein non mostra dunque le caratteristiche di uno scettico coerente nel momento in cui valuta l'Unione Sovietica. È poco probabile che uno scettico rigoroso accetti la visione di Einstein secondo la quale un governo ha il diritto di assassinare milioni di propri cittadini e creare campi di lavoro come strategia preventiva se crede che sarà attaccato in un futuro indefinito. È interessante notare che Einstein ha giudicato la Germania come «la terra degli assassini di massa» (Einstein citato in Born 1971, p. 199) e il cittadino tedesco come personalmente responsabile dei crimini del regime nazista. Tuttavia, secondo questo metro di giudizio, Einstein avrebbe dovuto giustificare il proprio omicidio se egli stesso fosse assassinato per "giusti" motivi politici, o avrebbe dovuto considerare se stesso parte di una terra di stragisti se avesse vissuto nell'Unione Sovietica sotto Stalin. La grande ironia è che il governo di Stalin, come quello di Hitler, ha assassinato milioni di propri cittadini e non ha tollerato la libertà politica. Altro che scetticismo: solamente un "credulone" avrebbe potuto fare una valutazione simile a quella di Einstein.
Consigliamo ai lettori di confrontare le giustificazioni di Sir Arthur Conan Doyle a favore dello spiritismo (si veda il capitolo 9 di Houdini: A Magician Among the Spirits) con le giustificazioni di Einstein riguardo alle azioni del governo sovietico. Entrambi, trattando campi estranei alle loro competenze, abbandonarono la logica, crearono doppi standard nella valutazione delle prove, e non modificarono le loro opinioni al sopraggiungere di nuove prove.
Il fatto stesso di includere Einstein nella lista dei dieci maggiori scettici del XX secolo è un esempio di scetticismo selettivo. Si noti che questa valutazione non è stata realizzata da un singolo individuo, ma è stato uno sforzo collettivo degli scettici oggi più in vista. Saremmo interessati a sapere se coloro che hanno votato per Einstein (o i lettori che successivamente hanno accettato questa scelta) si sono basati semplicemente su ciò che si crede comunemente circa Einstein o se hanno effettuato una vera inchiesta scettica. Naturalmente, siamo più interessati a sapere se le informazioni presentate in questo articolo possono spingere coloro che credono che Einstein sia stato uno scettico eccezionale a rivedere quell'opinione.

Conclusioni e implicazioni


Nessuno è scettico sempre e comunque. Lo scetticismo è un processo continuo e autocorrettivo, non un traguardo da raggiungere. È sempre possibile non solo fare passi indietro ma anche esercitare il nostro scetticismo in maniera incoerente. Siamo tutti scettici selettivi. Ironicamente, ritenerci scettici può renderci di fatto meno scettici nel valutare le cose con obiettività, perché può generare un falso senso di sicurezza nel sottoporre tutte le nostre credenze ai principi dell'indagine critica. La consapevolezza dei nostri limiti è utile per due motivi: incoraggia all'umiltà e all'onestà intellettuale, e rammenta l'impegnativo compito di non diventare vittime delle nostre certezze.
Il caso di Einstein è di ammonimento per altri aspetti. Troppo spesso scopriamo scettici estasiati di fronte alle opinioni di celebrità scientifiche riguardo vari argomenti rispetto ai quali l'esperienza professionale e le realizzazioni di tali celebrità sono completamente irrilevanti. Da un punto di vista logico, ciò che un rinomato fisico, astronomo, o biologo evolutivo ha da dire circa la psicologia, la politica, l'economia, la religione, eccetera, non ha alcuna valenza speciale (proprio come per le celebrità di Hollywood che parlano di questi argomenti). Le rivendicazioni degli scienziati riguardo tali questioni devono basarsi solamente sui loro meriti logici e sostanziali. Troppo spesso l'irrilevanza della celebrità scientifica sfugge a coloro che (come tutti noi) amano sentirsi dire ciò che desiderano, in particolare da gente famosa per i risultati intellettuali. Una volta di più, l'amore per l'autorità è fuori luogo e non ci permette di sfuggire ai nostri pregiudizi.
Anche se ci definiamo scettici, ciò non garantisce che useremo obiettivamente i metodi dello scetticismo. La consapevolezza che le nostre competenze sono limitate e che gli orientamenti innati ci impediscono di essere scettici al cento per cento possono contribuire a ridurre il nostro scetticismo selettivo. Tuttavia, se ignoriamo il nostro scetticismo selettivo e adottiamo il metodo dello scetticismo in maniera incoerente, corriamo il rischio, come Einstein, di ingannare noi stessi in certe aree, proprio come i creduloni che disprezziamo tanto.

Todd C. Riniolo
e Lee Nisbet
Traduzione
di Andrea Ferrero
Si ringraziano gli autori e Skeptical Inquirer per aver consentito di riprodurre l'articolo.
Gli autori desiderano ringraziare Gerald Erion, per gli utili commenti e i suggerimenti.

Bibliografia


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