L’esperimento cruciale

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Walter Kaufmann.
Alzi la mano chi, discutendo di paranormale e dintorni, non si è mai sentito accusare di «non accettare ciò che la scienza non sa spiegare». Come rispondere a questa critica? Di solito, lo scettico volenteroso ribatte che la scienza non riconosce i fenomeni paranormali perché nessuno ha mai dimostrato che esistano, non perché siano inspiegabili, e che «un vero scienziato ammette qualsiasi fenomeno, anche se inspiegato, purché accertato». A volte, lo scettico volenteroso aggiunge che per far cambiare idea agli scienziati basterebbe dimostrare l'esistenza di un solo fenomeno paranormale, ma che questo non è mai successo. Può capitare che lo scettico faccia con deferenza il nome di Popper, per affermare che la prerogativa delle teorie scientifiche è proprio la "falsificabilità": il fatto che è sempre possibile concepire un esperimento scientifico in grado di confutarle.

Se poi la discussione prosegue, si arenerà generalmente sulla definizione di fenomeno paranormale o di prova sperimentale. Il nostro scettico resterà con la frustrazione di non essere riuscito a convincere il suo interlocutore, e si sfogherà guardando per l'ennesima volta una vecchia puntata di Quark.

Ora, mettiamo da parte la nostra naturale comprensione per la dura vita dello scettico alle prese con un mondo ostile, e chiediamoci se avrebbe potuto giocare meglio le sue carte. È proprio vero che per far cambiare idea agli scienziati basta un solo esperimento contrario? Questa argomentazione semplifica un po' troppo la realtà, e quando si semplifica troppo si finisce per dire una cosa falsa: con il gusto della provocazione, potremmo dire che, in un certo senso, si avvicina di più alla realtà proprio chi accusa gli scettici di non accettare ciò che la scienza non sa spiegare. Vediamo perché.

Il criterio di Popper non descrive realisticamente il progresso della scienza: non accade mai che gli scienziati abbandonino una teoria soltanto perché viene contraddetta dai risultati di un esperimento. Di fatto gli esperimenti vengono concepiti per confermare una teoria e non per confutarla, e se non hanno successo si cerca di capire il perché, ma non si abbandona subito la teoria: per esempio si può scoprire qualche condizione di cui non si era tenuto conto nel progettare l'esperimento e lo si ripete con qualche modifica. Una teoria può essere formulata in base a considerazioni generali, e rimanere accettata per anni anche in assenza di conferme sperimentali, o in presenza di dati sperimentali contrari. Quando Einstein pubblicò nel 1905 il suo articolo sulla relatività speciale, i risultati sperimentali di Walter Kaufmann, che misuravano il rapporto tra carica e massa dell'elettrone, sembrarono confutarla in favore della teoria rivale di Max Abraham, che rifiutava la relatività e sosteneva l'esistenza dell'etere. Tuttavia, le idee di Einstein furono accettate da grandi scienziati come Max Planck, il fondatore della meccanica quantistica, per la loro "semplicità e generalità" e per la loro "coerenza interna", ben prima che venisse dimostrato che i risultati di Kaufmann erano scorretti, nel 1916.

Senza entrare nei particolari, possiamo dire che una teoria si afferma o viene superata per un insieme di ragioni che vanno al di là del singolo esperimento, e che comprendono la sua semplicità, la sua generalità, la sua coerenza con le altre teorie scientifiche accettate, e in generale la visione del mondo che la permea.

Nel caso del paranormale il discorso è ancora più complicato, perché i fenomeni paranormali sono definiti per esclusione, in base all'unica caratteristica che di sicuro non hanno, quella di essere dei fenomeni naturali. Non possiamo definirli in positivo, perché non sappiamo se esistano, e quindi a maggior ragione non sappiamo quali caratteristiche possano avere. Questo implica che non possiamo concepire un esperimento per dimostrare che un fenomeno sia paranormale, perché non sappiamo da dove cominciare: possiamo solo progettare un esperimento che, dati certi risultati, escluda le cause naturali. E sarebbe abbastanza facile se dovessimo escludere una sola causa specifica, ma il nostro esperimento dovrebbe escludere tutte le possibili cause naturali, in modo che ciò che rimane sia, per esclusione, paranormale.

Si vede facilmente che questo problema è piuttosto spinoso. Supponiamo di mettere alla prova un sensitivo che dichiara di saper riconoscere degli oggetti senza vederli. Possiamo realizzare l'esperimento in modo che la probabilità di un successo casuale sia molto bassa e, con l'aiuto di un prestigiatore, in modo che la probabilità di un trucco sia molto bassa. Ma non possiamo azzerare queste due probabilità. Se il sensitivo supera l'esperimento, dobbiamo decidere se pensiamo che ci sia riuscito grazie a un evento casuale, un trucco o un qualche difetto nel protocollo sperimentale, oppure grazie a un autentico potere soprannaturale. Si tratta di scegliere tra da una parte un fenomeno naturale, per quanto improbabile, ma che non possiamo escludere completamente, e dall'altra parte, un fenomeno rivoluzionario, mai osservato prima in condizioni di controllo, che ci porterebbe a riscrivere i manuali di scienza degli ultimi secoli e a cambiare per sempre la nostra visione del mondo. Siamo davvero disposti a considerarlo più probabile di un trucco o di qualche effetto statistico che non avevamo considerato quando abbiamo progettato l'esperimento? Probabilmente la maggior parte di noi direbbe che il risultato dell'esperimento è molto interessante, ma che prima di considerarlo una prova dell'esistenza dei fenomeni paranormali vorrebbe ripetere l'esperimento, controllando e eventualmente cambiando le condizioni al contorno, magari anche più di una volta. E faremmo benissimo a dire così: ma allora non possiamo dire che un solo esperimento superato basterebbe a farci cambiare idea. Il nostro interlocutore richiamato all'inizio non ha quindi tutti i torti a dire che siamo prevenuti, perché se un esperimento analogo avesse riguardato l'efficacia di un antibiotico anziché i poteri di un sensitivo, a parità di risultati numerici probabilmente lo avremmo considerato molto più determinante.

Il punto è che per interpretare il risultato sperimentale è essenziale valutare la plausibilità dell'ipotesi che stiamo verificando. È plausibile che un antibiotico possa funzionare, e quindi accettiamo più facilmente un risultato sperimentale positivo, perché abbiamo un modello teorico che spiega bene il meccanismo di azione degli antibiotici; ma sui fenomeni paranormali non abbiamo nessun modello teorico, e quindi è giustificato guardare con sospetto all'eventuale successo sperimentale. Un esperimento superato può farci pensare che valga la pena di fare altre prove, ma non è sufficiente a convincerci che i fenomeni paranormali esistano, e probabilmente nessun risultato sperimentale sarebbe sufficiente fino a quando non avessimo un minimo di teoria su come i fenomeni paranormali possano avvenire.

In altre parole, siamo davvero un po' prevenuti nei confronti dei fenomeni paranormali, e facciamo benissimo. Le conoscenze attuali rendono ben poco plausibile l'esistenza dei fenomeni paranormali, e un singolo esperimento non può cambiare la situazione.

Allora cosa dire al nostro interlocutore? È giusto ricordare che non ci sono prove a sostegno dei fenomeni paranormali, ma il problema non è solo questo: è l'idea stessa di fenomeno paranormale che fa a pugni con un modo di spiegare la realtà che ha dimostrato di saper funzionare molto bene negli ultimi secoli. Per cambiare la situazione un solo esperimento non sarebbe sufficiente, ma occorrerebbe un intero programma di ricerca che inquadri i fenomeni paranormali in una base teorica. Dato che i fenomeni paranormali sono ancora fermi al primo gradino, quello dei risultati sperimentali mancanti, possiamo fermarci qui, sapendo però che la ragione del loro rifiuto da parte della comunità scientifica è molto più profonda.