Il mito del 10 per cento

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© Reighleblanc
Alzi la mano chi ha un’intelligenza inferiore alla media. Probabilmente lo farete in pochi. A tutti noi piace immaginarci come persone piacevoli e acute. Le leggende sull’intelligenza sono fortemente radicate nella nostra cultura. Tra queste, il mito più longevo è probabilmente la credenza piuttosto diffusa che le persone normali utilizzino solo il dieci percento del proprio cervello. Questa affermazione è contestata praticamente da qualsiasi dato delle attuali ricerche sul cervello. Ad esempio, i potenti scanner per il neuroimaging funzionale non mostrano alcun “punto morto” in attesa di riassegnazione. Allo stesso modo, le perdite di tessuto dovute a un ictus o a un trauma implicano sempre una certa perdita delle funzioni psicologiche, indipendentemente dall’area cerebrale in cui avvengono; e perdite di gran lunga inferiori al 90% hanno effetti devastanti sulla coscienza, la personalità, le emozioni, le capacità e i movimenti. Ancora, la stimolazione elettrica o chimica delle cellule nervose provoca sempre una qualche reazione, mentale o fisica, ovunque sia collocata l’area-bersaglio della stimolazione all’interno del cervello. In altre parole, noi il cervello normalmente lo usiamo tutto (anche se aree differenti contribuiscono in misura differente alle varie funzioni).

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© tza
Se ci pensate, una conoscenza anche solo superficiale della biologia evoluzionistica avrebbe dovuto smontare questo mito molto tempo fa. I cervelli sono dispendiosi, biologicamente parlando, in termini di crescita e funzionamento. È piuttosto improbabile che la selezione naturale, un processo ‘avaro’ nella migliore delle ipotesi, abbia permesso uno spreco di preziose risorse per modellare e mantenere un organo così ampiamente inutilizzato. Voi paghereste delle bollette astronomiche per riscaldare le dieci stanze di casa vostra senza essere nemmeno mai usciti dalla cucina?

Nonostante i dati contrari e il suo contrasto con la logica, questa vecchia leggenda è dura a morire, senz’altro (come si può immaginare) a causa delle prospettive incoraggianti che offre (per non parlare dei profitti che garantisce a coloro che smerciano prodotti per l’auto-perfezionamento, i quali ne esaltano il mito). Se davvero il novanta per cento del cervello fosse una sorta di ruota di scorta mentale, come sostengono molti di questi imbonitori, imparare a spillare questa capacità inutilizzata potrebbe essere la via per ottenere risultati favolosi, fama e ricchezze; perfino, secondo molti rappresentanti della New Age, la via d’accesso a poteri psichici e a un’illuminazione trascendente.

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© Todd Preuss
Questa storia del dieci percento, probabilmente, nasce da una errata interpretazione di un’affermazione metaforica, contenuta in un discorso pronunciato all’inizio del ’900 dal pioniere della psicologia William James. La cosa fu ingigantita, in seguito, quando il celebre viaggiatore Lowell Thomas lo citò erroneamente nella sua prefazione alla prima edizione del 1936 di How to Win Friends and Influence People (in italiano Come trattare gli altri e farseli amici, pubblicato da Bompiani, ndT) l’immortale best-seller di Dale Carnegie. In realtà James aveva espresso il dubbio che la maggior parte delle persone utilizzasse più del 10% del proprio potenziale, non del cervello. Ai suoi tempi, Carnegie fu il più affermato di una lunga serie di guru dell’auto-perfezionamento, molti dei quali hanno cercato di infiocchettare la faccenda appropriandosi indebitamente delle ultimissime conquiste della scienza del cervello per aumentare la credibilità, non certo guadagnata, delle loro massime proverbiali riciclate all’infinito. Purtroppo alcune sono state male interpretate anche da scettici accreditati. Una di queste è la cosiddetta Programmazione Neurolinguistica a cui è dedicata questa copertina di Query.

Introduzione di Sergio Della Sala
Professore di Human Cognitive Neuroscience Università di Edimburgo, Regno Unito

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