Funzionano i programmi di "Brain Training"?

Ne parliamo con Randy Engle

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  • 09-06-2015
  • di Sergio Della Sala - Traduzione dall'inglese di Paolo Marco Ripamonti
Il termine Brain Training è di moda e anche riviste di divulgazione seria lo utilizzano ampiamente. Alla base c'è l'idea che con semplici esercizi, spesso ludici, potremmo facilmente migliorare le nostre capacità cognitive, diventare più intelligenti, ringiovanire, studiare matematica senza fatica (si veda Query n. 3).
Ma funzionano? Ne parliamo con Randall (Randy) Engle, Professore di Psicologia al Georgia Institute of Technology[1] e riconosciuto esperto di memoria. Il Professor Engle ha studiato gli effetti di numerosi programmi di brain training per migliorare la nostra memoria, trovando insufficienti le prove a loro sostegno.

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©Pop H Flickr
D. Cosa si intende per "Brain Training"?
R. È un concetto che mi fa sorridere, perché ogni esercizio, ogni cosa che si apprende, comporta dei cambiamenti nel cervello. La maggior parte dei programmi di "brain training" affermano di essere in grado di causare dei cambiamenti nel cervello che renderanno più facile, in seguito, pensare, ricordare ed imparare come diretto risultato della partecipazione a questi stessi programmi. Si tratta di un'affermazione impegnativa e, come tutte le affermazioni impegnative, deve essere suffragata da prove molto forti. Non ritengo che la maggior parte di questi programmi sia sostenuto da dati della giusta portata.

D. I "brain games" sui computer e tablet sembrano guadagnare quote di mercato nelle società occidentali, che invecchiano rapidamente. Ai consumatori viene detto che giocare a questi videogame li renderà più intelligenti, più svegli e aumenterà la velocità e l'efficacia del loro apprendimento. Queste affermazioni vengono rinforzate da campagne pubblicitarie veicolate tramite mezzi di informazione compiacenti. Qual è la sua posizione su questi "brain training" e sulle loro affermazioni?
R. Leggendo le ricerche esistenti, incluse quelle provenienti dal mio laboratorio, sono pervenuto alla conclusione che queste affermazioni sono di poco o nessun valore. I giochi sembrano, in effetti, non essere dannosi in senso medico o psicologico, ma non vedo evidenze che possano indicare eccezionali benefici a livello mentale.

D. La possibilità di identificare delle tecniche in grado di aumentare le facoltà mentali, sia in persone sane che in soggetti afflitti da disabilità cognitive, sembra molto attraente. Ha notato dei tratti in comune tra queste affermazioni e le medicine "alternative"? Vogliamo che funzionino e, di conseguenza, ogni piccola prova a favore viene evidenziata, mentre le giuste critiche alle metodologie usate e il fatto che questi risultati non vengano confermati da laboratori indipendenti, vengono accolti con irritazione.
R. Sono d'accordo. Ho compiuto 68 anni e mi piacerebbe davvero sapere di poter fermare o almeno ridurre il naturale e, probabilmente, inevitabile declino delle mia capacità cognitive, col passare degli anni. Vari studi hanno mostrato, ripetutamente, che ci sono delle cose che possiamo fare per aiutare il nostro stato di salute fisica e mentale: controllare il peso, seguire una dieta salutare e fare una mezz'ora di esercizi aerobici al giorno. Questi stessi principi possono servire a mantenere un relativo acume mentale. Tuttavia non ho trovato studi ben condotti e controllati che dimostrino l'efficacia di questi videogame. Studi comparativi tra i videogame e soggetti che facevano mezz'ora di esercizio al giorno hanno mostrato come non ci fossero miglioramenti significativi causati dai videogame, ma, al contrario, ce ne fossero per chi facesse esercizi. È meglio passare quella mezz'ora che si sarebbe dedicata ai giochi a camminare.

D. Il concetto di allenamento cognitivo è realmente nuovo o si tratta della riproposizione di concetti e tecniche che sono già state studiate a fondo nella seconda metà del XX secolo e che richiedono, ora, un affinamento?
R. I primi studi che analizzassero se l'effettuare un certo compito cognitivo porti benefici in altri compiti risalgono al 1900-1903, pubblicati nei primi giornali di psicologia. Questi mostrarono che un intenso allenamento su un dato compito porta benefici solo a compiti molto simili. In altre parole, il trasferimento verso compiti cognitivi più generalizzati è limitato, se non del tutto inesistente. Vedo lo stesso andamento nei risultati odierni, almeno negli studi solidi, ben controllati, effettuati in laboratori indipendenti.

D. Può spiegare in cosa consista e quanto sia forte l'errore di giudizio chiamato dagli scienziati "confirmation bias"? Ritiene sia coinvolto in questi argomenti?
R. Il "confirmation bias" è la tendenza umana di cercare informazioni e considerare maggiormente i risultati che confermino i nostri preconcetti e le nostre aspettative. Tendiamo ad evitare ciò che li contrasti, invece. Quindi, se sono convinto che una pillola mi faccia stare bene, sono molto più propenso a "sentirmi bene" dopo averla presa, anche se fosse un placebo di zucchero. Lo stesso accade nelle procedure come il cosiddetto "brain training". Molti dei partecipanti ai nostri studi affermano di sentirsi "più intelligenti" dopo un allenamento intensivo, sebbene noi possiamo dimostrare che i loro risultati non siano affatto migliorati. È perfettamente umano comportarsi in questo modo.

D. Nell'ottobre 2014, lo Standford Center on Longevity ha pubblicato un documento intitolato "A Consensus on the Brain Training Industry from the Scientific Community" ("Relazione sul Brain Training da parte della comunità scientifica"). Lei era tra i firmatari. Questo documento affermava come non ci siano valide prove a sostegno di questi esercizi di brain training. Un altro gruppo di ricercatori, però, si é dichiarato in disaccordo e ha prodotto un documento alternativo dove affermano che tali prove esistano. Come si può avere due pareri così discordanti da parte di scienziati che partono dalla stessa letteratura?
R. Ci sono molti studi effettuati senza il giusto controllo e, sfortunatamente, questi mostrano dei piccoli benefici derivanti dal "brain training". Per mostrare l'effetto di un training, uno studio non deve limitarsi a provare che le persone sottoposte a questo allenamento mostrino dei miglioramenti relativi a un compito svolto come parte del programma stesso, ma devono anche mostrare miglioramenti in compiti decisamente diversi da quelli inclusi nel programma. Non solo, lo studio deve anche mostrare come i benefici siano effettivamente dovuti al programma e non derivino da qualche altro fattore, come il confirmation bias di cui parlavamo prima, la facilitazione sociale o altri effetti attesi a priori. Molti degli studi che mostrano benefici dei programmi di "brain training" usano quello che viene definito un "gruppo di controllo senza contatto". Mi spiego. Supponiamo di avere un gruppo di training che segua il programma per 20 giorni su base quotidiana. Probabilmente vedremo come questi migliorino nel compito specifico: è risaputo come, mediamente, le persone migliorino nell'eseguire un compito ripetuto con regolarità. Possiamo, quindi, somministrare un nuovo test per vedere come si comportino con un compito inedito, presumibilmente in conseguenza al programma di allenamento. Nel caso in cui i risultati migliorassero, potremmo concludere che – si! – il training li ha effettivamente resi "più intelligenti". Tuttavia ci serve un gruppo di controllo da usare come pietra di paragone. I partecipanti assegnati al gruppo di controllo senza contatto non si presentano durante i 20 giorni del programma, ma solo alla fine per la somministrazione del test, quindi non hanno maturato la stessa esperienza con il laboratorio e il personale che amministra il test. I membri del gruppo sottoposto al programma sono stati nel laboratorio una volta al giorno per i 20 giorni precedenti. Hanno una familiarità molto maggiore con l'ambiente e il personale di laboratorio. Verosimilmente conoscono assistenti e ricercatori che hanno amministrato loro il test e ci tengono a dare il massimo per soddisfare le loro attese. Faccio un esempio dal mio stesso laboratorio. Stavamo facendo proprio una ricerca di questo tipo, in cui i soggetti venivano in laboratorio per 20 giorni di pratica ed esercizio intensivo su compiti cognitivi complessi. Prima, però, somministravamo loro una serie di test di 2 ore, differenti da quelli usati per la verifica del programma. Dopo 10 giorni di training questa veniva ripetuta e ancora al ventesimo giorno. In totale, quindi, stavano in laboratorio per 23 giorni e un totale di 26 ore tra training e test, tutto fatto da giovani assistenti, tra cui Tom. Un giorno uno dei partecipanti venne in laboratorio a chiedere di Tom. Gli dissi che quel giorno non c'era. Lei commentò: "Probabilmente sua moglie Amanda o sua figlia Heather non staranno bene". Evidentemente era arrivata a conoscere bene Tom e la sua famiglia. Aveva sviluppato un rapporto stretto con questo giovane ricercatore. I partecipanti inclusi in un gruppo di controllo senza contatto non avrebbero mai sviluppato un tale rapporto. Non si sognerebbero di "far contenti" i loro amici… non dovrebbero impegnarsi per soddisfare le loro "aspettative" e raggiungere un buon risultato nei compiti per "il loro amico Tom". Un approccio di controllo molto migliore è quello detto gruppo di controllo attivo, in cui i partecipanti frequentano il laboratorio per la stessa quantità di tempo di quelli inclusi nel programma ed effettuano dei compiti cognitivi impegnativi che non dovrebbero influenzare le misure del test. Quando si leggono studi fatti con questa modalità di controllo, non si vede alcun beneficio derivante dal programma di allenamento.

D. Solitamente accusiamo i giornalisti di disseminare e sostenere credenze in trattamenti fasulli e in rimedi privi di fondamento scientifico. Sembra, però, che in questo caso la comunità scientifica abbia la sua parte di colpa, proprio come i terribili giornalisti. Che ne pensa?
R. Concordo con Lei. Ritengo che alcuni membri della comunità scientifica facciano affermazioni eccessive basate su studi condotti in maniera inadeguata.

D. Si è occupato in particolar modo dei possibili effetti sul cervello dei programmi di training specifici per la memoria [2][3][4]. Può dirci qualcosa riguardo ai risultati dei suoi studi in merito?
R. Abbiamo effettuato circa mezza dozzina di studi volti a mostrare l'efficacia di questi programmi, usando condizioni di controllo solide, e non abbiamo trovato alcuna prova indicante miglioramenti su test intellettivi o problem solving complessi come risultato dei programmi. Il nostro studio più recente, appena terminato, era volto a verificare se le differenze nel livello iniziale di abilità fosse un fattore nel miglioramento mnemonico risultante dal training. Uno dei primi studi a sostenere l'efficacia dei programmi di allenamento mnemonico affermava che il training avrebbe avuto l'effetto di ridurre le differenze intellettive tra individui di elevata e bassa intelligenza. Abbiamo sottoposto il gruppo a test volti a misurare l'abilità cognitiva e selezionato il 25 per cento con intelligenza piú alta e il 25 per cento con intelligenza piú bassa. Quindi questi partecipanti ai nostri esperimenti sono stati divisi in due gruppi, e sottoposti per 20 giorni a un allenamento composto da una serie di complesse operazioni mnemoniche come quelle usate nei programmi di brain training, oppure a dei compiti di ricerca visiva complessa che non dovrebbero generare alcun beneficio sulla memoria operativa o sull'intelligenza in generale. Questi ultimi erano il nostro gruppo di controllo. In questo modo avevamo individui con alta e bassa abilità, metà dei quali nel gruppo sottoposto all'allenamento della memoria e metà come gruppo di controllo attivo. Mentre gli individui con elevate abilità migliorarono sensibilmente durante i 20 giorni di training (in media di 7 deviazioni standard rispetto al primo giorno), quelli con basse abilità migliorarono molto meno (una media di 1 o 2 deviazioni standard rispetto al primo giorno). Tuttavia, quando sottoponemmo i partecipanti a un nuovo test di intelligenza generale, nessuno dei due gruppi tra quelli sottoposti al programma mostrò miglioramenti rispetto al gruppo di controllo attivo.

D. Lei ha, in particolare, sottoposto ad analisi le affermazioni di Cogmed [5]. Può spiegarci cosa sia Cogmed e cosa avete trovato?
R. Cogmed venne sviluppato da uno scienziato del Karolinska Institute in Svezia e successivamente acquistato dalla Pearson Publishing Company – l'editore più importante di test psicologici al mondo. Questi vendono in franchising il test a psicologi e psichiatri in tutto il mondo e cercano di venderlo alle scuole, sostenendo che aumenti le capacità mnemoniche, cognitive, di attenzione e di soluzioni di problemi complessi degli studenti. Uno studio comparativo sulle ricerche pubblicate che usavano un gruppo di controllo ha determinato che Cogmen non apporta nessun beneficio dimostrabile.

D. Un articolo pubblicato da Nature nel 2007 metteva in guardia circa la mancanza di generalizzabilità del "brain training" [6]. L'autore affermava che: "Gli utenti possono avere l'illusione di grossi benefici quando iniziano il periodo di brain training, ma questi sono legati alla capacità di apprendere e non ad un effettivo incremento delle facoltà cerebrali." Qualcuno degli effetti osservati si generalizza su altre capacità cognitive? È un problema?
R. Non c'è nessun trasferimento dimostrabile su compiti che siano molto diversi da quelli fatti durante il training. È un problema se, per esempio, un bambino passa del tempo a fare questi allenamenti invece di studiare ciò che gli necessita a scuola.

D. Aziende e siti web pronti a vendere questi programmi stanno spuntando come funghi un po' ovunque (ad esempio http://www.lumosity.com ) e, in apparenza, ricavano buoni profitti. Perché la gente ci crede, se non ci sono prove a suffragio?
R. Vorremmo tutti poter credere che fare qualcosa di divertente possa migliorare la nostra capacità di fare cose difficili. Come ho detto, mi piacerebbe molto sapere che basti giocare una mezzoretta per mantenere la mia mente giovane e sveglia per sempre. Penso che non sia affatto difficile convincere le persone che un rimedio così semplice e rapido possa funzionare. Mio padre ebbe problemi d'artrite con l'età. Era una persona sveglia e riflessiva, eppure cadde preda di rimedi come braccialetti di rame e magneti. Mi ripeteva sempre che pensava funzionassero per un po'. Non funzionarono mai e lui continuava a cercare un altro rimedio fasullo. Lo stesso si verifica con il brain training.

D. Altri ricercatori, ad esempio Alain Lieury in Francia, hanno condotto svariati studi per smentire le pretese di efficacia del brain training [7][8]. Cosa serve per chiudere una volta per tutte questo dibattito e decidere se questi metodi di allenamento funzionano o no?
R. I sostenitori del brain training sembrano non fermarsi mai e la vendita di questi programmi ai creduloni porta talmente tanto denaro che sarà molto duro convincere il pubblico della loro inutilità. Negli Stati Uniti le nostre agenzie per l'educazione pubblica e perfino l'esercito hanno speso parecchi quattrini per cercare prove a favore del brain training, quindi l'unica cosa che possiamo fare è continuare a condurre studi con i giusti criteri di controllo e sperare che, alla fine, chi investe soldi in questi programmi realizzi che ci sono molti paradigmi che la psicologia ha studiato negli anni per aiutare le persone ad imparare e ricordare meglio, ma che tutti richiedono una certa quantità di lavoro e non sono necessariamente divertenti come un videogame.

D. Un ultimo consiglio per i nostri lettori che volessero diventare più saggi e migliorare l'efficacia della propria memoria (possibilmente senza svuotarsi le tasche)?
R. Siate sempre scettici di chi vi assicura di potervi rendere più intelligenti, magri o belli con un procedura rapida e senza sforzi.

Note

2) Redick, T. S., Shipstead, Z., Harrison, T. L., Hicks, K. L., Fried, D. E., Hambrick, D. Z., ... & Engle, R. W. (2013). No evidence of intelligence improvement after working memory training: a randomized, placebo-controlled study. Journal of Experimental Psychology: General, 142(2), 359.
3) Shipstead, Z., Redick, T. S., & Engle, R. W. (2010). Does working memory training generalize? Psychologica Belgica, 50, 245–276
4) Shipstead, Z., Redick, T. S., & Engle, R. W. (2012). Is working memory training effective?. Psychological bulletin, 138(4), 628.
5) Shipstead, Z., Hicks, K. L., & Engle, R. W. (2012). Working memory training remains a work in progress. Journal of Applied Research in Memory and Cognition, 1(3), 217-219.
6) Fuyuno, I. (2007). Brain craze. Nature, 447(7140), 18-20.