Percezione del futuro o artefatto metodologico?

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  • 21-02-2011
  • di Roberto Labanti
Ancor prima della pubblicazione su una delle riviste più importanti nel campo della psicologia sociale, il Journal of Personality and Social Psychology (JPSP), l'articolo Feeling the future: Experimental evidence for anomalous retroactive influences on cognition and affect,[1] scritto dallo psicologo sociale, parapsicologo e prestigiatore mentalista Daryl Bem, ha avuto forte eco sui media internazionali, complici il profilo accademico dell’autore, professore emerito di psicologia alla newyorkese Cornell University, e gli annunci dello studio apparsi sulle riviste di divulgazione scientifica Psychology Today e New Scientist.

I nove esperimenti descritti nell’articolo sono stati progettati per individuare l’esistenza di precognizione o di premonizione: la conoscenza o la sensazione di un evento futuro senza che questo possa essere anticipato attraverso processi noti. Gli esperimenti, con oltre 1000 soggetti complessivi, hanno indagato una serie di noti effetti psicologici, ma in questo caso il design sperimentale prevedeva l’ottenimento della risposta prima che lo stimolo che avrebbe dovuto produrre l’effetto si fosse manifestato. Per esempio Bem ha replicato il fenomeno del priming affettivo. Nell’esperimento classico un soggetto vede passare sullo schermo una parola seguita da un'immagine e deve indicare se considera quell’immagine piacevole o spiacevole. Se la parola ha un significato opposto rispetto alla figura le persone impiegano più tempo a rispondere. Nell’esperimento di Bem i soggetti dovevano esprimere un giudizio prima che la parola comparisse. I risultati mostrano che quando la parola che sarebbe apparsa aveva un significato opposto, i soggetti hanno impiegato più tempo ad esprimere un giudizio, quasi che la prevedessero. L’articolo descrive in dettaglio le procedure sperimentali che hanno previsto l’uso d’immagini erotiche e/o negative o di liste di parole. Otto esperimenti su nove hanno mostrato piccoli ma statisticamente significativi risultati a favore di un’influenza anomala e l’insieme dei nove esperimenti è statisticamente significativo.

Se i risultati fossero confermati e non fosse possibile individuare una causa convenzionale ci si troverebbe di fronte a dati davvero interessanti. Vista la posta in gioco, non deve quindi stupire che si sia subito sviluppato un ampio dibattito sull’articolo, sia attraverso la progettazione di repliche degli esperimenti, sia attraverso la discussione della metodologia utilizzata dallo psicologo statunitense.

Per quanto riguarda il primo aspetto, gli psicologi britannici Caroline Watt dell’University of Edinburgh, e Richard Wiseman, professore di psicologia all’University of Hertfordshire e Fellow del Committee for Skeptical Inquiry (CSI), hanno attivato, ed è la prima volta che accade in ambiente parapsicologico, un registro dei tentativi di ripetizione degli esperimenti per evitare effetti di selezione dovuti all’abbandono o alla non pubblicazione dei risultati sperimentali, con il fine di eseguire in futuro una meta-analisi dei risultati.[2]

Per l’altro aspetto, lo stesso Wiseman ha segnalato un possibile difetto metodologico in due degli esperimenti che utilizzavano liste di parole, dovuto, in estrema sintesi, al fatto che il controllo delle risposte per verificare eventuali errori ortografici, non gestibili dalla verifica automatica, non era fatto “in cieco”. Come ha notato Wiseman si tratta di un problema facilmente evitabile in futuro ed è comunque possibile individuare l’eventuale bias introdotto nei risultati pubblicati nell’articolo rivedendo i dati originali. Bem ha riconosciuto che la preoccupazione è legittima e che successivi esperimenti ne terranno conto, ma ha chiarito che sugli specifici risultati l’effetto non sarebbe stato rilevante.[3] Altri difetti sono stati invece segnalati da un altro Fellow dello CSI, James Alcock, professore di psicologia alla canadese York University.[4] Anche in questo caso Bem ha replicato contestando la fondatezza dell’analisi dello psicologo canadese.[5] Infine, un gruppo di psicologi statistici dell’Università di Amsterdam, coordinati da Eric-Jan Wagenmakers, ha scelto una linea di critica più radicale: in una risposta che hanno presentato per la pubblicazione al JPSP, rianalizzando i risultati con una metodologia statistica bayesiana (in opposizione a quella frequentista utilizzata da Bem e dalla maggior parte degli psicologi) hanno suggerito che il lavoro del ricercatore statunitense indica che “gli psicologi sperimentali debbano cambiare il modo in cui conducono i propri esperimenti e analizzano i propri dati” con conseguenze evidentemente di ben più ampia portata rispetto al dibattito parapsicologico, cui gli psicologi olandesi sono estranei.[6]

È improbabile che i risultati di Bem indichino davvero l’esistenza di un processo d’influenza anomala; la discussione scientifica è però già partita e possiamo ritenere che solo attraverso questa il futuro, non oggi ma nei suoi tempi, ci darà la risposta.

Note