Antologia del paranormale letterario

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  • 25-01-2012
  • di Anna Rita Longo
Che Query non possa esistere senza il prezioso apporto dei suoi lettori è una convinzione che ci portiamo dentro sin dal primo momento in cui la nostra rivista si è affacciata sulla scena editoriale.

Ma fa sempre piacere trovare conferme a questa nostra opinione, constatando come dal dibattito ininterrotto tra lettori e redazione nascano stimolanti idee, che poi si traducono in articoli e reportage.

Il presente contributo trae origine dall’interessante spunto fornitoci da Salvatore Arcidiacono in merito a Stanislao Nievo e dalle discussioni condotte dalla scrivente con il ricercatore Luca Gandolfi a proposito del razionalismo di Sir Walter Scott.

È, quindi, a loro che dedichiamo con piacere questo articolo che intende prendere in esame, senza pretesa alcuna di esaurire una tematica potenzialmente sconfinata, il rapporto tra i letterati e il pensiero scettico, passando attraverso gli atteggiamenti contrapposti di chi si dichiara possibilista nei riguardi del paranormale e di chi, al contrario, si adopera per liberare la società sua contemporanea da retaggi superstiziosi.

Come dicevo, si tratterà semplicemente di una scelta dal sapore antologico e ci prenderemo la libertà di non osservare un rigido criterio cronologico, allo scopo di sollecitare la curiosità dei nostri lettori, invitandoli a proseguire da soli nella ricerca di confronti letterari, dai quali potranno scaturire ulteriori contributi che vedranno la luce sulle pagine della nostra - e loro - rivista.

In realtà, l’indagine del rapporto tra letteratura e scetticismo/fede nel paranormale era già stata avviata tra le pagine di Scienza e paranormale ed è proseguita su Query con l’articolo relativo a Manzoni scettico (si veda Query N. 5) e le recensioni dedicate a grandi classici della letteratura che stimolano in vari modi il pensiero critico.

Le odierne spigolature si collocano su questa scia e ci conducono alla scoperta di letterati che sono in primo luogo uomini e ne condividono debolezze e contraddizioni.

1. Ludovico Ariosto e la magia come metafora della vita

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1 Tiziano: probabile ritratto di Ludovico Ariosto conservato alla National Gallery di Londra.
Arti magiche ed occulte, presagi, fatture, incantesimi sono protagonisti del poema cavalleresco di Ludovico Ariosto, L’Orlando furioso, che, a tratti, appare quasi come un catalogo del paranormale nelle sue più variegate manifestazioni. La presenza delle arti magiche è tangibile e onnipresente in Ariosto e sotto diverse sembianze. Si può trattare del magico artefatto che consente a chi lo possiede di risolvere problemi difficili o di fornire la scappatoia dai guai più grossi, come nel caso di Durindana, la spada invincibile, o dell’anello di Angelica che dissolve gli incantesimi e rende invisibili.

Oppure può assumere la forma del presagio, quale quello che condiziona la vita di Ruggiero, condannato a morire dopo aver coronato il proprio amore. Altre volte prende le sembianze del magico prodigio, spesso sorprendentemente potente, che ha lo scopo di risolvere situazioni intricate e di fronteggiare pericolosi nemici (appartengono a questa categoria le magie di personaggi come Alcina, Melissa, Atlante). Ma, a ben vedere, nella selva di prodigi del poema ariostesco è possibile riconoscere un procedimento di elaborazione metaforica che riporta il discorso su di un piano molto più umano e concreto di quello che sembrerebbe a prima vista.

Prendiamo l’esempio della più famosa magia di Atlante: nel XII canto del poema si racconta come l’anziano mago abbia costruito un palazzo nel quale si smarriscono tutti coloro che ne varcano la soglia: quando vi entrano vengono, infatti, indotti a vagare da visioni che si modellano sugli intimi bisogni e desideri di ciascuno.

A Ruggiero sembra pertanto di esser chiamato dalla sua Bradamante, mentre Orlando si sente invocato dall’immagine dell’amata Angelica in pericolo.

A questo punto, al nostro lettore sarà già chiara la metafora: non è certo la magia che vincola e imprigiona l’uomo, ma, semmai, la sua incapacità di dominare i propri eccessivi desideri. Allo stesso modo, praticamente ogni prodigio può essere interpretato in chiave umana e psicologica, mettendo in luce come non di fantasia si tratti, ma, per dirla con Dante, di «veritade ascosa sotto bella menzogna». Un analogo procedimento può essere applicato alle opere di Tolkien e a buona parte della letteratura fantasy che ne discende.

2. Walter Scott e lo scetticismo militante

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2 Ritratto di Sir Walter Scott a opera di H. Raeburn (1822).
Nel già citato articolo sul pensiero scettico manzoniano, abbiamo messo in luce come diversi passi dei Promessi sposi sembrino riflettere, inaspettatamente, le idee razionali dell’autore, che si possono facilmente spiegare come riflessi del clima illuminista nel quale il Nostro si è formato.

Che Sir Walter Scott sia stato un punto di riferimento per il romanzo storico manzoniano è un dato di fatto incontrovertibile. Ivanhoe e gli altri romanzi di Scott avevano, si può dire, dato origine al genere letterario nel quale Manzoni si colloca, fornendo un modello autorevole e fondamentale. Ma che Walter Scott possa essere considerato anche una delle matrici del razionalismo manzoniano è assai meno ovvio, ma proprio per questo molto interessante.

Si sono spesso sottolineate le imprecisioni storiche presenti nei romanzi scottiani, dimenticando ingenerosamente gli enormi progressi apportati dall’autore alla ricostruzione dello sfondo storico rispetto alle opere narrative precedenti. Ancora meno noto il fatto che l’autore facesse del razionalismo e della lotta contro la superstizione uno dei capisaldi del suo pensiero, abbracciando le tesi positiviste che avrebbero avuto in seguito fortuna. L’opera - misconosciuta ma meritevole di riscoperta - che si può considerare il simbolo di questa lotta senza quartiere contro il Medioevo ancora imperante sono le Letters on Demonology and Witchcraft (pubblicate in Italia presso Donzelli con il titolo Demoni e streghe), del 1830.

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La copertina di un’edizione delle “Letters on Demonology and Witchcraft” di Sir Walter Scott. Si noti come il libro venga classificato - e snaturato - come un classico della letteratura paranormale.
Il libro, strutturato in forma epistolare (si tratta di dieci lettere indirizzate a J. G. Lockhart, scrittore e biografo di Scott) esamina con acume e puntigliosità le più note credenze nel campo della demologia e della stregoneria, smontandole senza pietà. Ogni fenomeno attribuito dalla credulità popolare a influssi demoniaci e alla magia nera è ricondotto a un’origine naturale; in particolar modo, lo scrittore si scaglia contro la barbarie dei processi per stregoneria ed evidenzia gli interessi, spesso politici, che si nascondevano dietro a molti di essi.

Ciò che particolarmente dispiace constatare è come lo scritto “illuminato e illuminista” di Sir Walter Scott sia stato manipolato da alcuni editori più interessati alle tendenze di mercato che alla verità storico-letteraria. Le “lettere” di Scott riferiscono, infatti, diversi miti e fenomeni relativi alla sfera occulta, allo scopo di ribadirne l’inconsistenza e la fallacia. Questo, però, è stato sufficiente per presentare un testo positivista come un “classico del mystero”, snaturandone completamente intenti e valore. In questo caso, non resta che augurarsi che il lettore, prescindendo dalle distorsioni editoriali, possa cogliere personalmente il vero spirito dello scritto.

3. Leopardi, lo smascheratore di fantasmi

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4 Il celebre ritratto di Giacomo Leopardi ad opera di A. Ferrazzi (1820).
La linea razionale di Walter Scott è seguita senza mezzi termini anche dal nostro Leopardi, nemico di ogni credenza ingannevole. Il fascino delle “favole antiche” o l’esaltazione romantica dei miti caratteristici dell’ “infanzia del mondo” non si traducono assolutamente in un’adesione alle credenze superstiziose, che anzi vengono a più riprese criticate come retaggio di epoche fortunatamente passate.

Illuminante, a tal proposito, la lettura del Pensiero IV, dove viene raccontato il noto episodio della “fantasima” avvenuto a Firenze, nel quale Leopardi e l’amico Ranieri vestono i passi del debunker:

«[...]Un mio amico, anzi compagno della mia vita, Antonio Ranieri, giovane che, se vive, e se gli uomini non vengono a capo di rendere inutili i doni ch’egli ha dalla natura, presto sarà significato abbastanza dal solo nome, abitava meco nel 1831 in Firenze. Una sera di state, passando per Via buia, trovò in sul canto, presso alla piazza del Duomo, sotto una finestra terrena del palazzo che ora è de’ Riccardi, fermata molta gente, che diceva tutta spaventata: ih, la fantasima! E guardando per la finestra nella stanza, dove non era altro lume che quello che vi batteva dentro da una delle lanterne della città, vide egli stesso come un’ombra di donna, che scagliava le braccia di qua e di là, e nel resto immobile. Ma avendo pel capo altri pensieri, passò oltre, e per quella sera né per tutto il giorno vegnente non si ricordò di quell’incontro. L’altra sera, alla stessa ora, abbattendosi a ripassare dallo stesso luogo, vi trovò raccolta più moltitudine che la sera innanzi, e udì che ripetevano collo stesso terrore: ih, la fantasima! E riguardando per entro la finestra, rivide quella stessa ombra, che pure, senza fare altro moto, scoteva le braccia. Era la finestra non molto più alta da terra che una statura d’uomo, e uno tra la moltitudine che pareva un birro, disse: s’i’ avessi qualcuno che mi sostenessi ’n sulle spalle, i’ vi monterei, per guardare che v’è là drento. Al che soggiunse il Ranieri: se voi mi sostenete, monterò io. E dettogli da quello, montate, montò su, ponendogli i piedi in su gli omeri, e trovò presso all’inferriata della finestra, disteso in sulla spalliera di una seggiola, un grembiale nero, che agitato dal vento, faceva quell’apparenza di braccia che si scagliassero; e sopra la seggiola, appoggiata alla medesima spalliera, una rocca da filare, che pareva il capo dell’ombra: la quale rocca il Ranieri presa in mano, mostrò al popolo adunato, che con molto riso si disperse.

A che questa storiella? Per ricreazione, come ho detto, de’ lettori, e inoltre per un sospetto ch’io ho, che ancora possa essere non inutile alla critica storica ed alla filosofia sapere che nel secolo decimonono, nel bel mezzo di Firenze, che è la città più culta d’Italia, e dove il popolo in particolare è più intendente e più civile, si veggono fantasmi, che sono creduti spiriti, e sono rocche da filare. E gli stranieri si tengano qui di sorridere, come fanno volentieri delle cose nostre; perché troppo è noto che nessuna delle tre grandi nazioni che, come dicono i giornali, marchent à la tete de la civilisation, crede agli spiriti meno dell’italiana.»

Purtroppo, quanto sia ingannevole l’ultima osservazione del poeta recanatese sull’incredulità dell’Italia relativamente agli spiriti, il CICAP ha modo di verificarlo da più di un ventennio, ma ci sentiamo senza riserve di sposare il suo avvertimento a controllare che dietro i vari avvistamenti di fantasmi non si nascondano che «rocche da filare», vale a dire naturalissime banalità.

La razionalità che impronta il pensiero leopardiano trova conferma anche nella visione negativa della superstizione ripetutamente sottolineata, come in Zibaldone 3894:

«Or di quanti e quanto gran mali sia stata e sia causa la superstizione per sua natura sì a’ popoli sì agl’individui, sì verso gli altri sì verso se stessi, travagliandoli sì esternamente sì internamente, per rispetto ai costumi, agl’istituti, alle azioni, alle opinioni ec.; quanti beni e quanto grandi abbia impedito e impedisca per sua natura ec. non accade dilungarsi a mostrarlo, anzi neppure a ricordarlo, essendo già e provato e notissimo (19 novembre 1823).»

4. Pirandello e la prigione delle credenze popolari

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5 Il grande Totò interpreta lo jettatore Chiarchiaro nella “Patente” di Luigi Pirandello.
L’atteggiamento di Luigi Pirandello nei riguardi delle oscure forze del male rispecchia l’impostazione generale del suo pensiero. La radice di tutto si trova nell’uomo e in quella rete di ruoli fissi, di “forme” (per dirla con Tilgher, il più famoso dei critici pirandelliani), di prigioni stereotipe che la vita impone all’uomo, che non può riuscire a liberarsene in modo indolore. Da questo punto di vista si può, quindi, parlare di razionalismo celato sotto le mentite spoglie della fascinazione del magico. L’insondabile, al di fuori di ciò che è umano, non esiste. Credenze e superstizioni sono prodotti delle nostre fragilità.

L’esempio più noto a riguardo è quello del protagonista della novella La patente e dell’omonimo dramma: il Chiàrchiaro, allontanato da tutti e impossibilitato a lavorare perché ritenuto uno jettatore. Il coup de théâtre finale, con la gabbia del cardellino che cade per un colpo di vento e che sembra confermare la fama di jettatore del protagonista, appare piuttosto come un modo per sottolineare l’impossibilità di lottare contro le dicerie che imprigionano il pover’uomo in una rete all’interno della quale conviene imparare a muoversi, essendo inutili tutti i tentativi di fuga.

In un mondo dove le maschere caratterizzano e determinano la vita di tutti, tanto vale abituarsi a portare la propria, cercando di trarne il massimo beneficio.

Nessuna reale credenza, sembra di poter dire, ma piuttosto tanta amara rassegnazione, condita del celebre umorismo pirandelliano.

5. I De Filippo e la Napoli dei mysteri

Per dirla con un ossimoro, quella di Pirandello appare la stessa “scettica credulità” che si può ravvisare nei drammi di Eduardo e Peppino De Filippo, interpreti di una Napoli che diviene il paradigma di tutte le vicende umane.

Tra i diversi esempi di riferimenti all’occulto che si possono individuare nel teatro del grande Eduardo, mi fa piacere ricordare Questi fantasmi!, il cui protagonista, Pasquale Lojacono, sembra voler credere a tutti i costi in un comodo aiuto ultraterreno, rappresentato dal “fantasma” che occupa la sua nuova casa (in realtà si tratta dell’amante della moglie), che gli permette di negare il completo fallimento del suo matrimonio e di sperare in un miglioramento delle proprie condizioni economiche. Ancora una volta ci troviamo, quindi, di fronte a una veste paranormale che copre molto più umane debolezze.

Celeberrimo anche l’esempio dell’ormai proverbiale Non è vero... ma ci credo di Peppino De Filippo. Accanto a uno jettatore degno del Chiàrchiaro pirandelliano (di nome Belisario Malvurio), qui c’è anche il gobbo portafortuna, al quale il protagonista del dramma, il commendator Savastano, attribuisce l’improvvisa fortuna nei suoi affari.

Il finale della storia ribalta il tutto riconducendolo in un’ottica razionale: il gobbo è, in realtà, il giovane innamorato della figlia del commendatore, travestitosi per entrare nelle sue grazie, e la fortuna che ha trascinato con sé è solo una piacevole quanto inattesa casualità.

Ancora una volta sembra di poter concludere che la vita degli uomini è più influenzata dal loro atteggiamento che da oscure forze che tramano nell’ombra.

6. Stanislao Nievo e il fallimento dei presunti veggenti

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6 “Il prato in fondo al mare” di Stanislao Nievo, vincitore del Premio Campiello nel 1975.
Nel 1975 il prestigioso premio letterario Campiello viene conferito a Stanislao Nievo, pronipote di Ippolito Nievo, garibaldino e autore di una delle opere cardine della letteratura italiana risorgimentale: Le confessioni d’un italiano. Con l’opera premiata, Il prato in fondo al mare, Stanislao Nievo aveva finalmente accettato di fare i conti con la pesante eredità dell’avo, da sempre avvertita come nodo irrisolto, che incombeva sulla sua figura di uomo e sulla sua attività di letterato. In particolare, Stanislao sentiva il bisogno di contribuire a far luce sulla misteriosa morte di Ippolito Nievo, avvenuta nel 1861 nel naufragio del battello Ercole, la quale ha lasciato perplessi alcuni storici, che sospettano si sia trattato di una sorta di “strage di stato”, volta ad eliminare un personaggio ormai divenuto scomodo. Senza entrare nel merito della complessa questione storica, notiamo come nel romanzo di Stanislao Nievo - nel quale si racconta della ricerca dell’autore volta a chiarire le circostanze della morte di Ippolito - lo scrittore si dimostri possibilista nei riguardi dell’ipotesi paranormale.

Coinvolgerà, infatti, nelle operazioni di ricerca dell’Ercole diversi sedicenti paragnosti, ritenendo che:

«Il cervello di alcuni soggetti paragnostici, cioè il loro organo ricettivo centrale, funziona nelle normali condizioni tridimensionali dello spazio e nel momento temporale presente, come succede a tutti. Ma ha in più la possibilità in certi casi di funzionare anche in una dimensione diversa. Un tempo e un luogo lontani.»

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7 Ippolito Nievo con la propria divisa da garibaldino.
Peccato che le impressionanti facoltà in teoria possedute dai veggenti non siano state loro d'aiuto nella ricerca del vascello e che le loro indicazioni si siano rivelate del tutto scorrette.

Lo scrittore si rivolge, quindi, a presunte facoltà profonde della propria mente, a suo dire normalmente sopite, che gli permetterebbero di entrare in comunicazione empatica con l’Ercole e con il suo equipaggio. Questa è la via attraverso la quale l’autore, sul finire del libro, tenterà di venire a patti con l’eredità e la memoria dell’avo. Al di là del fallimento degli “operatori dell’occulto”, che in quanto cicappini non ci stupisce affatto (d’altra parte ci troviamo di fronte a una delle infinite variazioni sul tema del paranormale) si può, comunque, apprezzare la dimensione letteraria e psicologica dell’opera di Stanislao Nievo.

Con un procedimento che ha molto in comune con il romanzo del suo avo, Il prato in fondo al mare può essere letto come una forma alternativa del romanzo di formazione, come un viaggio alla scoperta di sé.

L’altro aspetto, quello della fede nelle facoltà paranormali, che perdura al di là di ogni riscontro oggettivo, è un ulteriore ammonimento nei confronti delle umane debolezze, che riporta alla mente Sir Arthur Conan Doyle e la sua passione per l’occulto (si veda, a tal proposito, Query N. 3 e Scienza e Paranormale N. 86).

La letteratura è, d’altronde, il prodotto dell’uomo e dell’uomo condivide luci e ombre, punti di forza e limiti.