Scienza o pseudoscienza: la morte del problema della demarcazione? Larry Laudan

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Larry Laudan - ©utexas.edu
Nello scorso numero siamo tornati a occuparci, con Paul Feyerabend, della distinzione tra scienza e pseudoscienza e abbiamo visto che più andiamo avanti nel tempo e più le cose diventano complicate: addirittura, a partire dagli anni settanta-ottanta del secolo scorso ha preso sempre più piede l’idea che fosse impossibile distinguere oggettivamente tra scienze e pseudoscienze, riducendo molto l’interesse dei filosofi per il problema della demarcazione, almeno fino a pochi anni fa. La responsabilità di questo cambiamento, però, non fu soltanto di Feyerabend con le sue intemperanze, ma fu anche di altri, tra i quali un autore di orientamento completamente diverso (diciamo “razionalista”, tanto per capirci): lo statunitense Larry Laudan.

Nel 1983 Laudan pubblicò infatti un influente articolo intitolato The Demise of the Demarcation Problem (“La dipartita del problema della demarcazione”). In questo articolo Laudan definiva i requisiti che un buon criterio di demarcazione dovrebbe avere (sostanzialmente quello di essere necessario e sufficiente per distinguere la scienza dalla pseudoscienza e quello di dimostrare la superiorità della prima sulla seconda) e poi, con un procedimento analogo a quello usato da Feyerabend in Contro il metodo, passava in rassegna una serie di possibili criteri per verificare se almeno uno di essi avesse tutti i requisiti.

Laudan esamina così il criterio del verificazionismo seguito dai filosofi del Circolo di Vienna e contestato già da Karl Popper, ovvero l’idea che un’affermazione sia scientifica se è verificabile empiricamente. Laudan osserva che tale criterio non è sufficiente, perché per esempio l’affermazione «la Terra è piatta» è empiricamente verificabile ma è chiaramente non corretta dal punto di vista scientifico[1]. Passa poi al criterio del falsificazionismo di Karl Popper e lo sottopone a critiche simili a quelle che abbiamo già visto in passato[2]. In sintesi, comunque, il criterio del falsificazionismo inteso in senso stretto non è né necessario né sufficiente.

Laudan prende poi in considerazione altri due presunti requisiti delle teorie scientifiche: quello di essere ben sperimentate (cioè di avere evidenze empiriche a proprio favore) e quello di essere progressive (concetto che abbiamo visto in passato a proposito di Lakatos[3]) e argomenta che nessuna delle due è necessaria e sufficiente. Gli scienziati discutono normalmente di congetture non dimostrate e la storia mostra numerosi esempi di discipline scientifiche che rimangono a lungo stagnanti ma non per questo perdono il loro status, sostiene Laudan. Specularmente Laudan fa notare che ci sono molte affermazioni non scientifiche chiaramente provate (per esempio nei campi dell’arte, della tecnica e dello sport) così come discipline non scientifiche (per esempio la critica letteraria o la strategia militare) che indiscutibilmente compiono progressi.

Infine, Laudan rileva (correttamente) che l’etichetta di pseudoscientificità è stata spesso usata non in modo neutrale ma come arma dialettica per attaccare i propri avversari: per esempio c'è una componente ideologica nella critica al marxismo avanzata da Popper, sostenitore della democrazia liberale. La definizione di pseudoscientificità, insomma, non è un astratto problema filosofico ma ha conseguenze pratiche di carattere politico e sociale che ne metterebbero a rischio la neutralità.

Possiamo capire meglio il punto di vista di Laudan se consideriamo la sua reazione a un caso concreto di distinzione tra scienza e pseudoscienza: il processo del 1981 sull’insegnamento del creazionismo nello stato dell’Arkansas. Dopo aver consultato vari esperti tra i quali il filosofo della scienza Michael Ruse, il giudice Overton stabilì che il creazionismo doveva essere considerato religione e non scienza perché non rispettava una serie di criteri di scientificità tra i quali quello di essere guidato da una legge naturale (e non dall’ipotesi soprannaturale dell’esistenza di Dio) e quelli di essere sperimentabile, falsificabile e esplicativo.

Laudan contestò la decisione del giudice Overton non perché avesse una buona opinione del creazionismo (che al contrario riteneva del tutto infondato) ma perché il giudice avrebbe dovuto limitarsi a confrontare quanto l’evoluzione e il creazionismo fossero in accordo con le prove empiriche, senza invocare criteri generali come la sperimentabilità o il fatto di essere guidato da leggi naturali, criteri che con qualche sotterfugio il creazionismo poteva riuscire a soddisfare, almeno apparentemente. (Laudan non aveva forse tutti i torti, perché pochi anni più tardi, dopo un’altra sentenza sfavorevole, il creazionismo si trasformò con un’operazione di chirurgia estetica in Intelligent Design, sostituendo nei propri testi la parola “Dio” con l’espressione “progettista intelligente” proprio per sfuggire a questo tipo di obiezioni).

Per tutte queste ragioni, Laudan propone di sostituire l’obiettivo di distinguere tra affermazioni scientifiche e non scientifiche, che considera irraggiungibile e potenzialmente dannoso, con quello di distinguere tra affermazioni fondate e non fondate, più neutrale e costruttivo.

Ci possiamo aiutare con uno schema: Laudan suggerisce di abbandonare la distinzione “orizzontale” tra teorie scientifiche e non scientifiche,
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e di sostituirla con una distinzione “verticale”, tra affermazioni fondate e infondate, indipendentemente dal fatto che siano scientifiche o no.
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Osserviamo qui un primo punto debole delle tesi di Laudan, quello di confondere tra loro due modi diversi di intendere il problema della demarcazione: la distinzione tra scienza e pseudoscienza e quella tra scienza e non scienza. È verissimo, come sostiene Laudan, che ci sono affermazioni ben fondate anche al di fuori del campo di interesse della scienza e che dal punto di vista pratico è tanto complicato quanto inutile cercare di distinguere tra affermazioni scientifiche e non scientifiche (per esempio, nell'interpretazione della meccanica quantistica non c’è una distinzione netta tra fisica e filosofia della scienza). Ma questo è proprio il tipo di demarcazione meno interessante, sia dal punto di vista dei filosofi della scienza sia da quello del CICAP: non è certo su questo che si sono scontrati Popper, Kuhn, Lakatos e Feyerabend, ma sul problema di distinguere, tra le teorie che sono almeno apparentemente scientifiche, quelle fondate (o, in altre parole, autenticamente scientifiche) da quelle infondate (o pseudoscientifiche). Da questo punto di vista, il fatto che cose come le strategie militari e sportive possano avere fondamento empirico e progredire nel tempo è irrilevante, perché queste non sono pseudoscienze: quelle che ci interessa smascherare, invece, sono proprio le teorie che a prima vista possono sembrare scientifiche ma in realtà non sono né empiricamente fondate né in grado di progredire.

La confusione tra i due problemi appare evidente se combiniamo le due distinzioni considerate da Laudan e introduciamo un equivalente umanistico delle pseudoscienze che chiamiamo “pseudocultura” (scusandoci fin da subito per la grezza schematizzazione). Insomma, Laudan ha dimostrato che la distinzione tra scienza e altre forme di cultura è problematica, ma questo è poco rilevante perché la distinzione che ci interessa è l’altra, cioè quella tra teorie fondate e infondate, su cui il filosofo statunitense è stato evasivo e poco convincente.
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Laudan ha anche ragione sul fatto che la distinzione tra scienza e pseudoscienza – o se vogliamo, tra cultura e pseudocultura – abbia ramificazioni sociali e politiche. Ciò però non significa che questa distinzione vada ignorata – semmai, è proprio per questo che è importante farla – ma soltanto che va analizzata con attenzione.

Possiamo riconoscere che Laudan fa bene ad ammonirci di non bollare come pseudoscienze, per evitare di doverne discutere approfonditamente, teorie che non ci piacciono per altre ragioni, magari di carattere ideologico. E qui si potrebbero fare molti esempi, storici e attuali, soprattutto nelle discipline solo parzialmente scientifiche come la teoria politica, l’economia, lo studio dei movimenti religiosi. Insomma, che esista o no un criterio di demarcazione affidabile, non bisogna esagerarne l’importanza, perché non può sostituire il lavoro di valutazione di ogni disciplina, che va fatto caso per caso e scendendo nei particolari. In altre parole, quando ci troviamo davanti una nuova teoria e vogliamo capire se è scientifica o no, non possiamo applicare meccanicamente un qualunque criterio di demarcazione, ma dobbiamo fare lo sforzo di documentarci a fondo e ricercare il parere degli esperti in materia, senza lasciarci tentare da scorciatoie. Anche grandi scienziati possono prendere brutte cantonate quando giudicano la scientificità di una teoria in modo superficiale.

Una seconda critica che possiamo fare a Laudan è la stessa che abbiamo fatto a Feyerabend: quella di saltare alle conclusioni. È vero che un criterio di demarcazione semplice, necessario, sufficiente e universale, non può esistere, perché la scienza non è definita da semplici regole logiche o metodologiche ma da un insieme complesso di caratteristiche che sono anche psicologiche e sociologiche; perché la scienza si evolve nel tempo; perché non esiste un solo modo di fare scienza ma ogni disciplina ha le sue peculiarità; e infine perché non c’è un taglio netto tra teorie scientifiche e pseudoscientifiche ma piuttosto una serie di sfumature tra teorie più o meno scientifiche. Ma questo non significa che sia impossibile individuare almeno approssimativamente un insieme di caratteristiche che sono generalmente proprie delle discipline scientifiche, anche se non in tutte, non nella stessa misura e non in tutta la storia della ricerca scientifica.

Si tratta in realtà di un problema che si presenta un po’ in tutti i tipi di classificazione e che si può affrontare con l’approccio che il filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein ha chiamato delle “rassomiglianze di famiglia”. Quando incontriamo un gruppo di parenti stretti, possiamo riconoscere facilmente una certa “aria di famiglia”, anche se non tutti hanno gli stessi occhi, lo stesso naso o gli stessi capelli, ma ognuno condivide alcune di queste caratteristiche con altri. Allo stesso modo, se proviamo a dare una definizione rigorosa del concetto di gioco ci troveremo subito in difficoltà, perché non tutti i giochi sono basati sul talento, o sulla fortuna, sul divertimento o sulla competizione: ma è indubbio che tutte queste caratteristiche, insieme con altre, contribuiscono a definire i giochi, anche se in modo non strettamente necessario o sufficiente.

Possiamo fare un ragionamento analogo per la scienza, cercando di individuare le caratteristiche che ha più spesso, senza fissarci sulla pretesa che siano necessarie, sufficienti o universali. Per ironia del destino, è quello che fece lo stesso Larry Laudan qualche anno più tardi, nel 1996, quando scrisse il libro Oltre il positivismo e il relativismo, che tentava di dare una definizione pragmatica di scienza individuando tra le sue caratteristiche tipiche la capacità di risolvere i problemi e il tasso di progresso. Tra l’altro, l’approccio delle rassomiglianze di famiglia ci aiuta ad affrontare il problema che abbiamo incontrato nello scorso numero: il fatto che la scienza si compone di discipline eterogenee, che hanno sì molte intersezioni ma anche problemi specifici e questioni conoscitive peculiari.

Come vedete, alla fine di questo percorso storico sul problema della demarcazione siamo tornati alla “cassetta degli attrezzi” della scienza: strumenti un po’ eterogenei, impossibili da definire in modo rigoroso e completo, ma indubbiamente utili. Nel prossimo numero riepilogheremo gli attrezzi “filosofici” da tenere sempre a portata di mano.

Note

1) In realtà questa critica, che fa passare quasi per sprovveduti i filosofi del Circolo di Vienna, è storicamente imprecisa e un po’ ingiusta, perché il loro interesse era il significato e non la pseudoscientificità, ma non approfondiamo questo argomento che non rientra nell’ambito di questa rubrica.
2) In particolare in “Kuhn e i problemi del falsificazionismo”, in Query n. 12, inverno 2012.
3) Stefano Bagnasco, “Se è regressiva è pseudoscienza”, sempre in Query n. 12.