Le “lampade” di Dendera

Un bassorilievo dimostrerebbe che gli antichi Egizi conoscevano la luce elettrica. Parola di Joseph Norman Lockyer, il fondatore di <I>Nature</I>. Oppure no?

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W.R. Corliss, Archaelogical anomalies: small artifacts, The Sourcebook Project, Glen Arm (2003).
Il tempio tolemaico di Hathor a Dendera, uno dei meglio conservati dell'Egitto, ospita tra le altre cose due importanti bassorilievi. Il primo è una celebre raffigurazione dello Zodiaco, molto studiata dagli archeologi per ricostruire le conoscenze astronomiche degli egizi. Il secondo, meno immediatamente comprensibile, è diventato negli anni molto più famoso tra i non addetti ai lavori grazie agli scritti, ad esempio, di Peter Kolosimo. Il bassorilievo raffigura infatti alcuni sacerdoti che reggono quelle che potrebbero sembrare delle grosse lampade ad incandescenza o, secondo interpretazioni ancora più estreme, dei tubi di Crookes per l'emissione di raggi X. Le "lampadine" poggiano perfino su oggetti che ricordano da vicino i moderni isolatori per alta tensione. Gli antichi Egizi conoscevano dunque la luce elettrica, se non addirittura le radiazioni?

Subito qualcosa di strano salta all'occhio. Se il bassorilievo si riferisce ad oggetti reali, che senso hanno lampadine di quelle dimensioni? E perché poggiare l'ampolla, presumibilmente di vetro, su un isolatore?

In effetti, come succede per molte di queste raffigurazioni "impossibili" (la più famosa è probabilmente l'Astronauta di Palenque), una volta che la rassomiglianza è stata fatta notare, è impossibile non vedere proprio una lampadina. Ma, proprio come i Maya di Palenque, gli antichi Egizi avevano un modo di stilizzare artisticamente gli oggetti nell'arte molto diverso dal nostro, e una mitologia complessa che non tutti conoscono a fondo. Se non sono lampadine, di cosa potrebbe trattarsi? Lo spiega su Egittologia.net l'archeologo Marco E. Chioffi, che da parecchi anni si dedica allo studio dell'antico Egitto e della sua lingua.

Il segno geroglifico dovrebbe rappresentare il serpente primordiale che si erge dal bocciolo del fiore di loto (allungato graficamente per contenere il serpente). Gli egizi simboleggiavano talvolta l'emergere dalle acque del Grande Spirito della vita come un fiore di loto sbocciante, dai petali rovesciati per rivelare il dio della Luce e del Movimento. Il loto è in sé una forma del Dio Supremo.

Nella religione egizia al serpente sono attribuite numerose funzioni simboliche. Il cobra eretto, forma ideale del serpente femmina, è il geroglifico determinativo della divinità femminile, mentre il serpente maschio ha numerose valenze. Tra queste, ad esempio, quella di Spirito, custode della terra e del mondo sotterraneo. In altri casi vediamo invece il gigantesco serpente Apopis nemico del dio Sole, che personifica i poteri delle tenebre e deve essere respinto ogni giorno all'alba e al tramonto, o ancora il Dio dell'Acqua, vivente soprattutto nelle caverne da cui si pensava scaturisse la piena del Nilo. Il serpente era inoltre il segno distintivo del non-umano, creatura primordiale che vive nella terra buia e nelle profondità delle acque, misterioso, ostile e forse molto saggio.

Chioffi fa notare come in alcuni contesti il determinativo del fiore di loto con un serpente all'interno, insieme con il determinativo della pianta della casa, stanno ad indicare il santuario, la cappella o il tempio. Allo stesso tempo, la presenza del Pilastro Dd, l'"isolatore" su cui poggia la "lampadina", richiama una cerimonia molto importante compiuta durante i rituali del Giubileo regale in cui il sovrano, assistito dai sacerdoti, innalzava mediante corde un grande pilastro simbolico della rinascita di Osiride.

Secondo Chioffi, quindi, la scena raffigurata sul bassorilievo potrebbe rappresentare la costruzione dei due santuari primordiali di Pe e di Nekhen, le antiche capitali dell'Alto e Basso Egitto, e non avrebbe ovviamente niente a che vedere con l'illuminazione elettrica.

Che origine ha allora l'interpretazione "misteriosa"? Il primo a identificare gli oggetti della raffigurazione individuando delle lampadine elettriche sarebbe stato, secondo alcuni, il celebre fisico e astronomo inglese J. Norman Lockyer: l'informazione si trova ad esempio nell'edizione italiana di Wikipedia, alla voce Tempio di Dendera[1]: "Nel 1894 Joseph Norman Lockyer affermò che si trattasse di rappresentazioni di lampade elettriche ad incandescenza simili ai tubi di Crookes e che questo documentasse le conoscenze degli antichi egizi sull'elettricità".

Lockyer era un scienziato serio, che oggi è ricordato sia per la scoperta dell'elio che per aver fondato la prestigiosa rivista scientifica Nature. Nel 1894 pubblicò The dawn of astronomy (L'alba dell'astronomia), un libro sulla storia dell'astronomia in cui effettivamente si occupava, tra le altre cose, di un bassorilievo del tempio di Dendera. Il bassorilievo non era però quello delle "lampade" ma quello, dal suo punto di vista molto più interessante, raffigurante lo Zodiaco. Da cosa è nato allora l'equivoco?

A metà del cap. XVII Lockyer discute brevemente l'ipotesi che venissero usati giochi di specchi per guidare la luce solare attraverso i corridoi, permettendo agli artisti di fare a meno di fumose torce o lucerne ad olio. Questo spiegherebbe l'assenza di tracce di fuliggine sui soffitti della maggior parte delle tombe egizie, anche se a tutt'oggi mancano completamente le prove archeologiche di questa tecnica. Al proposito Lockyer osserva: «[L'assenza di fuliggine] è così evidente che il mio amico M. Bonriant, mentre discutevamo di questo a Tebe, suggerì scherzosamente la possibilità che la luce elettrica fosse nota agli antichi Egizi».

Tutto qui, ma il testo originale di Lockyer non si trova citato da nessuna parte nei testi che si occupano del "mystero" delle Lampade di Dendera: segno che il controllo delle fonti originali non è molto praticato da chi scrive di questi argomenti...

Note