Brain training: oltre il passatempo, niente

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Il termine Brain Training è di moda e anche riviste di divulgazione seria lo utilizzano ampiamente. Alla base c’è l’idea che con semplici esercizi, spesso ludici, potremmo facilmente migliorare le nostre capacità cognitive, diventare più intelligenti, ringiovanire, studiare matematica senza fatica. Il termine è noto soprattutto per la console della Nintendo.

Quello che troviamo spulciando la letteratura specializzata è invece una serie di studi che negano ogni effetto e qualche aneddoto che ne conferma l’efficacia. Lo studio originale del Dott. Kawashima (che presta il suo volto in versione stilizzata ad alcuni di questi giochi) era centrato su un piccolo gruppo di anziani, affetti da una forma grave di demenza di Alzheimer, una malattia degenerativa lentamente progressiva che danneggia il cervello. Durante il periodo di studio che durò sei mesi, alcuni di questi pazienti continuarono con le consuete attività; gli altri invece furono intrattenuti con una learning therapy, un metodo basato sulla lettura di fiabe e sull’esecuzione di semplici calcoli aritmetici. I risultati indicarono che questo gruppo dimostrò un deterioramento cerebrale inferiore all’altro. È ovvio che da questo studio è impossibile capire se l’effetto sia dovuto alla particolarità della learning therapy, oppure all’attenzione aggiuntiva che i pazienti trattati ricevevano, e all’aumentata interazione sociale che ne derivava. Nonostante ciò, proprio da questi risultati nacque l’idea di diffondere la learning therapy sotto forma di giochi commerciali.

Eppure psicologi e neuroscienziati, in una serie di studi, ci avevano avvertito: se volete giocare fate pure, divertirsi è positivo, ma non crediate di migliorare le vostre abilità cognitive con questi sistemi. La questione fondamentale non è se, facendo e rifacendo il medesimo esercizio, si possa migliorare la prestazione in quell’esercizio. Bensì se questi benefici siano trasferibili ad altri esercizi, ad altre funzioni, o se migliorarino le nostre capacità cognitive in generale.

Da questa domanda essenziale è partito un recente lavoro promosso da un gruppo di Cambridge guidato da Adrian Owen con l’aiuto della BBC[1].

Le oltre undicimila persone che hanno partecipato a questo studio si sono allenate per sei settimane con una serie di prove cognitive simili a quelle che caratterizzano i giochi commerciali. Man mano che s’impratichivano, la difficoltà dei test aumentava. Alla fine, si osservò un certo miglioramento negli esercizi che fungevano da training, ma nessuno in altre prove, o in test cognitivi generali. Inoltre, un terzo dei partecipanti ricevette un training fittizio e le loro prestazioni alle prove cognitive erano indistinguibili da quelle di coloro che si erano allenati secondo i dettami del brain training. Vale la pena rilevare le conclusioni dello studio: “Questi risultati non sostengono la credenza ampiamente diffusa che l’uso di brain training computerizzati possa aumentare le capacità cognitive generali in persone sane, oltre all’ovvio miglioramento specifico nei compiti a lungo praticati”. In conclusione, se vogliamo imparare la matematica dobbiamo studiare e se vogliamo rinvigorire la nostra mente possiamo leggere più libri. Se invece ci piace giocare, questi giochi vanno benissimo. L’importante è non credere che abbiano effetti non dimostrati.

Nota

1) Owen AM et al., 2010, Putting brain training to the test, Nature, 465, 775-778.