Astronauti e UFO

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  • 26-09-2012
  • di Luca Boschini
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©Nasaimages.org
Gli uomini d’acciaio per eccellenza sono gli astronauti, specialmente quelli delle prime missioni spaziali: piloti collaudatori esperti, super allenati, dotati di calma e sangue freddo invidiabili. Se una persona qualunque può prendere un abbaglio, ricordare male o avere un’allucinazione, gli astronauti sono ben più attendibili, soprattutto quando hanno subito riferito, in diretta col controllo missione, di aver visto qualcosa di strano. I loro presunti avvistamenti di UFO sono infatti uno dei pezzi forti degli ufologi nelle discussioni con gli scettici.

A conferma della veridicità della loro tesi, molti siti ufologici riportano la lista completa e dettagliata dei presunti avvistamenti da parte di astronauti[1]. Fortunatamente la NASA ha reso pubbliche da decenni quasi tutte le fotografie scattate durante le missioni Mercury, Gemini e Apollo[2], nonché le trascrizioni delle comunicazioni e in molti casi anche i nastri con le voci originali registrate durante le missioni[3] (e la digitalizzazione dei nastri mancanti prosegue tuttora). Pertanto per un appassionato è possibile andare a verificare di persona se certe affermazioni corrispondano a verità.

È quanto ci proponiamo di fare nel presente articolo.

Gli astronauti pro-UFO


Gli astronauti della NASA, in accordo con l’opinione dell’ente spaziale, si sono quasi sempre dichiarati scettici sulla coincidenza tra avvistamenti di strani oggetti e astronavi aliene, prediligendo spiegazioni molto più prosaiche di manufatti umani, come avremo modo di vedere in seguito. Un paio di veterani, però, si sono pubblicamente dichiarati certi della realtà del fenomeno UFO e del fatto che il governo americano ne celi le prove.

Il primo di essi è Edgar Mitchell, una “vecchia conoscenza” degli scettici, in quanto negli anni sessanta e settanta era un convinto assertore dei fenomeni paranormali, tanto da aver condotto in orbita esperimenti di telepatia non autorizzati, conclusisi con un fiasco totale[4]. Mitchell, a partire dagli anni novanta, in sospetta coincidenza con la generale perdita di interesse verso la parapsicologia, si è “convertito” all’ufologia.

Egli non sarebbe stato testimone di alcun avvistamento, ma ha dichiarato di credere, in base a voci non meglio precisate, che il governo americano celi la verità[5].

In questo caso si tratta dunque dell’opinione personale di un personaggio famoso, ma nulla di più concreto[6].

Il secondo grande “credente” del corpo astronauti è Gordon Cooper, che al contrario di Mitchell è un appassionato di ufologia della prima ora. Cooper faceva parte del gruppo di sette astronauti selezionati per i primissimi voli spaziali (i cosiddetti “Original Seven”), un vero eroe e una leggenda americana, nonché beniamino di tutti gli ufologi. Questi ultimi gli attribuiscono l’osservazione di un UFO a bordo di Mercury 9, ma il protagonista ha smentito questa eventualità, confermando invece di essere stato testimone oculare di due UFO quando era pilota militare, nel 1951 e nel 1957, e sostenendo di avere anche scattato nel secondo avvistamento alcune foto, che furono però requisite e “fatte sparire” dai suoi superiori.

Entrambi gli avvistamenti sono stati analizzati approfonditamente dallo storico dell’astronautica (e scettico membro del CSI) James Oberg[7]. Nel caso del 1957, Oberg scoprì che le foto, tutt’altro che sparite, erano state classificate come caso n. 4715 del progetto Blue Book, analizzate e rilasciate un anno dopo, quando furono ufficialmente classificate come pallone aerostatico[8]. Peraltro, tutte le stranezze che Cooper attribuiva a quell’oggetto nei suoi racconti non coincidono con i ricordi degli altri testimoni che in quel momento volavano con lui e che avevano visto una semplice sfera che ascendeva al cielo, simile a un pallone.

Il caso del 1951 è ancora più interessante, in quanto Cooper all’epoca era in servizio in una base militare presso Neubiberg in Germania, e l’avvistamento avvenne in pieno giorno da terra, per cui dell’accaduto ci dovrebbero essere stati molti testimoni e resoconti sugli organi di stampa. Oberg si prese la briga di rintracciare i nomi di tutti i compagni di reparto di Cooper e di contattarli, per lettera o di persona, presenziando alle riunioni dei veterani e chiedendo dell’accaduto: così facendo scoprì che nessuno ricordava un episodio di UFO in Germania! Oberg notò anche che molti episodi dell’epopea spaziale narrati nel libro di Cooper Leap of Faith non si svolsero come raccontati dall’autore, ebbero altri protagonisti o non accaddero mai, per cui la conclusione più logica è che Cooper abbia la tendenza a non ricordare con precisione gli eventi della sua vita e a mischiare persone e circostanze. Se si aggiunge che l’avvistamento del 1951, così come raccontato dall’astronauta americano, è molto simile a un caso accaduto in quello stesso anno nel Nuovo Messico, come fu raccontato dai giornali, viene il forte sospetto che si sia trattato semplicemente di un falso ricordo indotto dalla lettura della notizia.

Doverose premesse


Prima di addentrarci nell’analisi del materiale storico, è bene fare alcune premesse di carattere generale al riguardo.

Tanto per cominciare, l’audio delle missioni era sovente trasmesso in diretta nella sala stampa di Houston e per radio, “mediato” dal commento di un esperto della NASA, detto PAO (Public Affair Officer) che, per usare un gergo calcistico, era una sorta di “commentatore tecnico”, in grado di spiegare che cosa stesse avvenendo ed esplicitare la miriade di acronimi usati dagli addetti ai lavori.

Non dimentichiamo che, specie per le missioni lunari, l’audio viaggiava lungo linee telefoniche fino ai radiotelescopi che mantenevano il contatto e aveva un ritardo dovuto al tempo di propagazione del segnale fino alla Luna e ritorno; pertanto, per facilitare la sincronizzazione e il lavoro del PAO, che non doveva parlare sovrapponendosi agli astronauti, l’audio veniva trasmesso con un ritardo di qualche secondo.

Il PAO aveva anche la possibilità di mettere in muto il canale degli astronauti mentre parlava, ma se veniva persa qualche frase, essa veniva ritrasmessa in differita subito dopo, come si può leggere dalle trascrizioni dei Mission commentary[9]. Non c’era alcun canale criptato, le comunicazioni potevano essere intercettate da chiunque avesse avuto una radio e un’antenna abbastanza potente, anche se all’epoca i dilettanti che possedevano un apparato adeguato in tutto il mondo si contavano sulle dita di due mani. Quando gli astronauti volevano un po’ di privacy, per esempio quando parlavano col medico o le famiglie, semplicemente gli altri tecnici del controllo missione si toglievano le cuffie![10]

Al centro di controllo i contatti venivano tenuti dal cosiddetto CapCom, abitualmente un altro astronauta che, essendo in buoni rapporti coi colleghi in missione e conoscendone il gergo, era la persona più adatta a fare da mediatore tra gli uomini in volo e i tecnici a terra.

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©Nasaimages.org - Il razzo Titan che vola accanto alla Gemini

Mercury 9


Il primo presunto UFO dell’astronautica si presentò fin dai primi voli, durante la missione Mercury 9, o almeno così vogliono farci credere alcuni ufologi, visto che in volo c’era Gordon Cooper e, come già detto, costui negò la circostanza. Analizzare l’accaduto è però interessante, perché aiuta ad abituarsi al modo di analizzare gli eventi, tipico di una certa ufologia.

Il maggiore Cooper, stando ai racconti, avrebbe avvistato un UFO che emetteva una luce verdognola e lampeggiante, aveva una coda lunga rosso-marrone e si muoveva da ovest verso est. Inoltre l’avvistamento sarebbe stato confermato da oltre cento tecnici di una stazione radar in Australia, che videro due echi radio distinti sui loro monitor[11].

Quando si vanno invece a vedere le trascrizioni delle comunicazioni[12] ci si accorge che le luci verdi e lampeggianti descritte dall’astronauta sono i fulmini osservati sopra le nubi, la sottile linea rosso-marrone è il limitare dell’alba e gli oggetti luminosi che si muovono da ovest verso est sono le cosiddette “lucciole di Glenn”, cioè pezzetti di ghiaccio che si staccano dalla capsula e luccicano al sole. In poche parole, uno degli scopi della missione era fare osservazioni meteorologiche e l’astronauta stava descrivendo le formazioni nuvolose sotto di lui!

E l’avvistamento dei tecnici sul radar? Tanto per cominciare non avvenne durante Mercury 9, ma durante Gemini 5, altra missione a cui Cooper prese parte e, come scoperto sempre da James Oberg[13], il tutto avvenne per un errato puntamento del radar, che causò un riflesso da un lobo laterale dell’antenna e dunque un secondo segnale. Corretto il problema, il falso segnale scomparve.

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©Nasaimages.org - Capsula Gemini

Gemini 4

Il secondo caso di avvistamento, questa volta realmente accaduto, avvenne durante Gemini 4 ed ebbe come protagonista James McDivitt. Nelle capsule Gemini volavano due astronauti, ma al momento dell’avvistamento il suo compagno Edward White stava dormendo. Secondo quanto raccontato dallo stesso McDivitt e come si può leggere direttamente dalle trascrizioni del controllo missione[14], egli scorse fuori dal piccolissimo oblò un oggetto solido e piuttosto grosso, non capì che cosa fosse, cercò la fotocamera, fece per puntare... ma in quel momento la rotazione della capsula portò l’oblò alla luce del sole e i riflessi sul vetro resero impossibile guardare fuori.

Allora McDivitt attese che la capsula compisse la sua lenta rotazione, ma quando fu nuovamente in posizione favorevole non fu più in grado di scorgere quello che aveva visto prima. Nei giorni successivi, McDivitt discusse a lungo col CapCom e coi tecnici a terra su che cosa avesse potuto vedere, mentre a terra facevano verifiche e supposizioni[15]. La NASA interrogò anche il NORAD[16], per chiedere quali satelliti e razzi ci fossero stati in orbita nelle vicinanze della Gemini, e la risposta fu un satellite Pegasus-B a 1.200 miglia, troppo lontano perché McDivitt avesse potuto scorgere i dettagli che aveva riferito.

Nel frattempo, siccome le comunicazioni andavano in diretta nella sala stampa a terra, anche i giornalisti erano in subbuglio, così, non appena la capsula atterrò, si scatenò la pressione affinché la NASA rilasciasse subito la foto fatta da McDivitt. Il fatto è che, come l’astronauta temeva, i riflessi solari avevano reso i negativi sovraesposti e inutili. Scorrendo le pellicole e presi dalla fretta, i tecnici credettero di individuare la foto incriminata in uno scatto in cui si intravedeva un riflesso in cabina, e la rilasciarono alla stampa senza chiedere neppure conferma all’autore. Quando McDivitt seppe dell’accaduto se la prese parecchio: a un occhio esperto era evidente che quello era solo un riflesso e dunque lo avevano fatto passare per un visionario, che aveva confuso un riflesso per un UFO.

A loro volta gli ufologi presero la palla al balzo, per accusare la NASA di insabbiamento. Questa esperienza segnò lo staff di tecnici e astronauti, che da quel momento divennero molto più cauti nel rilasciare informazioni alla stampa e nel parlare in diretta di UFO, senza prima aver condotto tutte le necessarie verifiche. Dal lato degli ufologi questa precauzione è stata sempre presa come reticenza, se non depistaggio vero e proprio.

Al di là del pasticcio mediatico, il problema comunque rimane: che cosa vide McDivitt? Secondo Gordon Cooper questo è l’unico vero episodio inspiegabile di avvistamento in orbita, ma non tutti sono convinti. James Oberg per esempio, ha eseguito ulteriori ricerche sull’argomento[17], scoprendo diversi interessanti indizi.

Per capire meglio il contesto, va ricordato che uno degli scopi primari della missione Gemini 4 era testare la possibilità del volo in formazione a vista: gli astronauti dovevano volare in formazione con l’ultimo stadio del razzo Titan II che li aveva lanciati, usando quasi esclusivamente le luci di posizione di quest’ultimo e il minuscolo oblò della capsula. Il risultato fu che il volo in quelle condizioni era quasi impossibile: gli astronauti sbagliavano sistematicamente a stimare la distanza del bersaglio anche di un fattore 10 e la visibilità era pessima; facendo numerosi tentativi il carburante fu consumato quasi tutto nel corso del primo giorno, ma la missione proseguì per altri tre giorni.

L’avvistamento del presunto UFO avvenne al termine del primo giorno, quando presumibilmente il Titan II era ancora nei paraggi della capsula, ma McDivitt poteva scambiare il razzo per un UFO, dopo averci volato accanto per un giorno intero? E perché il NORAD non aveva incluso il razzo tra gli oggetti nei paraggi della Gemini, quando interrogato dalla NASA? Alla seconda domanda si può tentare di rispondere ricordando che negli anni sessanta non c’erano computer molto potenti, e le orbite dei satelliti venivano aggiornate ogni qualche giorno, per cui era possibile che un razzo lanciato da meno di 24 ore non fosse ancora correttamente tracciato; inoltre la domanda esatta della NASA è andata perduta, per cui è possibile che l’ente astronautico avesse chiesto esplicitamente al NORAD di non considerare il Titan, escludendo a priori che il loro uomo si fosse sbagliato così clamorosamente.

Eppure un errore simile era non solo possibile, ma era già accaduto qualche ora prima, come si può leggere dalle stesse trascrizioni della missione a pag. 19, in cui Ed White, due ore dopo il lancio, comunicò di vedere un oggetto non identificato, ma un attimo dopo si corresse, affermando che era il razzo, che a causa della strana condizione di illuminazione e del riflesso solare che copriva le luci di posizione, appariva diverso dal solito.

Se a questo aggiungiamo che, per una valvola dell’urina difettosa che rilasciava in cabina, gli astronauti accusarono dolori agli occhi per tutto il primo giorno di missione[18], il mistero sembra veramente vicino alla soluzione.

In ogni modo, McDivitt ha sempre dichiarato che secondo lui l’oggetto era un manufatto umano, ma non era il Titan II, tant’è vero che non compilò il modulo di avvistamento UFO per il progetto Blue Book. D’altro canto, vista anche la sua reazione stizzita quando gli attribuirono l’avvistamento di un riflesso, viene da sospettare che ciò che egli vide fosse proprio il Titan, ma che essendo una “matricola” al primo volo e non volendo fare la figura del “pivello” si sia sempre rifiutato di ammettere l’errore.

Il “bogey” di Borman


Proseguendo nella nostra carrellata di UFO, dobbiamo occuparci di Gemini 7 e del famoso “bogey” visto da Frank Borman. Di questo caso su alcuni siti ufologici si trova anche l’audio estratto dalla missione[19], nonché la presunta foto dell’UFO stesso.

Nell’audio, si sente l’astronauta affermare di avere un bogey (termine che in gergo aeronautico dei piloti militari indica un velivolo non identificato o presunto ostile) sopra di lui a ore 10, dopo di che interviene il PAO a ribadire che Borman ha visto un bogey.

Se invece si va a sentire e leggere la trascrizione originale del Mission commentary[20] (quello cioè in cui compare anche la voce del PAO) ci si rende immediatamente conto, prima di tutto, che nella versione ufologica l’audio ha subito un pesante “taglia e cuci”: sono state selezionate e montate insieme solo le frasi in cui compare la parola “bogey”, affiancate in modo da apparire decisamente misteriose e poco comprensibili.

L’intero dialogo è molto più articolato e complesso, sebbene non chiarisca esattamente l’accaduto. Borman annunciò di vedere un bogey e alla richiesta del CapCom di chiarire se fosse un avvistamento reale o uno scherzo, Borman cambiò discorso e disse che c’erano “particelle” che si allontanavano verso sinistra. A questo punto il CapCom lo interrogò su questi oggetti e la risposta fu «abbiamo anche il razzo in vista». Il CapCom cominciava a non capirci più niente, incalzò Borman con domande precise, se il bogey fosse il razzo o un oggetto distinto, a che distanza fosse... ma le risposte furono sempre vaghe, fuorvianti o addirittura l’astronauta si rifiutò di rispondere.

La spiegazione dell’accaduto la diede Borman stesso, in alcune interviste successive con la stampa[21]: “bogey” era il nomignolo con cui alcuni astronauti chiamavano il razzo con cui volavano in formazione e il tutto era uno scherzo. Del resto, Borman stesso si rese conto del pasticcio che aveva combinato, con questo scherzetto innocente, non appena atterrato, venendo a sapere che ormai tutti, compresa la stampa, parlavano dell’UFO che aveva avvistato.

In seguito Borman raccontò che, nonostante avesse più volte tentato di chiarire l’accaduto, a volte i giornalisti si rifiutavano di invitarlo nelle trasmissioni televisive non appena venivano a sapere che non avrebbe parlato di un UFO ma avrebbe svelato il mistero[22]. Questo peraltro spiega bene come vengono costruite certe trasmissioni televisive...

Quanto alle particelle che si allontanavano dalla capsula, è stato accertato che erano frammenti del razzo che si erano staccati, come avviene solitamente, mentre la presunta foto dell’UFO, come scoperto da Paolo Attivissimo[23], altro non era che le luci di posizione poste sul “naso” della Gemini, tratte da una foto particolarmente scura, opportunamente ritagliata dall’originale e sgranata da qualcuno in malafede, in modo da rendere quasi incomprensibile il contesto in cui era stata ripresa.

Un UFO “vero” e uno “finto”


In almeno un caso l’UFO c’è stato davvero, ed è accaduto durante la missione Gemini 11.

Il tutto accadde dopo quasi 28 ore di missione, quando dalla navetta chiamarono terra e dissero una sola frase misteriosa: avevano avvistato un velivolo strano che ruotava a circa una rivoluzione al secondo, apparentemente abbastanza vicino, e gli avevano scattato qualche foto[24]. Gli astronauti avanzarono da subito il sospetto che l’oggetto fosse un pezzo del loro supporto vitale di emergenza che si era staccato dalla capsula e fluttuava nello spazio.

La NASA eseguì i controlli di routine con il NORAD e ipotizzò invece che si fosse trattato di un razzo Proton 3 sovietico, che era stato lanciato quello stesso giorno. D’altro canto, alcune analisi successive mostrarono che, seppure nell’incertezza sull’orbita, il Proton avrebbe dovuto trovarsi ad almeno 400 miglia di distanza e pertanto apparire del tutto puntiforme, mentre le fotografie degli astronauti mostravano qualcosa che, benché estremamente piccolo e indefinito, sembrava avere una qualche estensione angolare. Non si è mai chiarito esattamente che cosa fosse, dunque formalmente l’oggetto rimane un UFO, sebbene le ipotesi circolate tra gli esperti siano, oltre al Proton 3, un pezzetto della capsula o qualche altro satellite artificiale non meglio identificato.

Non fu mai invece un vero UFO, nonostante quanto sostenuto dai “credenti”, quello fotografato da Aldrin e Lovell nella missione successiva, Gemini 12. Nelle foto che circolano su internet[25] si vede un puntino bianco, leggermente allungato, che si staglia sul fondo del globo terrestre, ma se si indaga sulla missione si scopre che gli astronauti avevano poco prima buttato fuori bordo quattro contenitori riempiti con “spazzatura” e, siccome avevano pressappoco la medesima velocità orbitale della capsula, li avevano seguiti per tutto il resto della missione.

Va ricordato che all’epoca la problematica della spazzatura spaziale non era ancora nota e forse anche la sensibilità ecologista era differente, mentre era del tutto reale la mancanza di spazio cronica all’interno delle capsule Gemini.

Gli avvistamenti dell’Apollo 11


Apollo 11 è la storica missione che portò l’umanità per la prima volta sul suolo lunare e un avvenimento così importante per la storia non poteva mancare di un mistero ufologico... anzi addirittura tre! Forse anche gli extraterrestri avevano percepito l’importanza dell’evento ed erano accorsi in massa ad assistere? Come vedremo la spiegazione è molto più prosaica.

Il primo avvistamento avvenne durante il viaggio di andata verso la Luna, dopo due giorni e 12 ore di navigazione: gli astronauti avevano già manovrato con il modulo di servizio per estrarre il modulo lunare dall’S-IVB, cioè il terzo stadio del Saturn V, e quest’ultimo, con un comando da terra, era stato mandato verso un’altra rotta. A un certo punto gli astronauti chiesero semplicemente se da terra avessero un’idea di quanto distante fosse l’S-IVB, e dopo qualche minuto venne risposto loro che era a circa 6.000 miglia nautiche[26]. Nessuno sospettò alcunché ma, come spiegarono gli stessi astronauti fin dal Technical debriefing[27], appena tornati a terra e in diverse interviste successive, il retroscena di questo scambio di battute era veramente curioso.

I tre, durante una pausa, guardando fuori dal finestrino avevano scorto un oggetto bianco che sembrava seguirli lungo il loro cammino. Sembrava avere una forma variabile, ora vagamente a “L”, ora un cilindro, ora più simile a due anelli, ma siccome era molto distante, al limite della visibilità, gli astronauti non furono in grado di capire cosa fosse, né di stimarne la distanza non conoscendone le dimensioni.

D’altro canto, sapevano di essere in diretta col mondo intero, per cui non volevano allarmare nessuno dicendo di essere seguiti da un UFO, tanto più che il clamore mediatico avrebbe potuto far cancellare la missione. Così, siccome una delle ipotesi era che l’oggetto avesse una forma cilindrica, sospettarono che fosse il loro razzo, che per qualche errata manovra era ancora nei paraggi, ma alla conferma da terra che si trovava molto distante, non sapendo che altro pensare, decisero di tenere per sé l’avvistamento, almeno fino al ritorno. Curiosamente l’avvistamento si ripeté, nelle stesse circostanze, anche con Apollo 12, ma questa volta gli astronauti ne parlarono diffusamente col controllo missione, e la trascrizione va assolutamente letta in originale[28], perché è un pezzo di comicità il cui tono già da solo fa capire come sia gli astronauti sia il centro di controllo non stessero prendendo la cosa molto seriamente.

All’avvistamento, da Houston suggerirono tre possibili spiegazioni: l’S-IVB, uno dei pannelli SLA, che facevano da carenatura al modulo lunare prima che venisse estratto dal razzo, o l’equipaggio di riserva, che li stava seguendo per “rubare” loro la missione, al che dalla capsula Apollo risposero che, una volta sulla faccia nascosta della Luna, avrebbero picchiato sonoramente i loro compagni di riserva. Il siparietto proseguì per circa un quarto d’ora e alla fine, nell’impossibilità di dare una identificazione certa, chiusero l’argomento con una battuta da vecchi marinai: «Assumeremo comunque che è amichevole, va bene?» «D’accordo, e se sentite qualche rumore, probabilmente è solo il vento nel cordame».

Che cosa avvistarono esattamente su Apollo 11 e 12 fu chiarito in seguito e ampiamente divulgato: era appunto uno dei pannelli SLA (Spacecraft Lunar Adapter), che venivano sganciati con bulloni esplosivi prima di eseguire la manovra di estrazione del modulo lunare, e la loro velocità di allontanamento risultava a volte più bassa di quanto previsto dai tecnici, per cui i pannelli finivano per accompagnare gli astronauti per quasi tutto il viaggio di andata.

Il secondo presunto avvistamento di UFO avvenne durante la passeggiata lunare di Armstrong e Aldrin. Per un guasto momentaneo alla telecamera, il collegamento video venne perso per un breve periodo, sebbene l’audio continuasse a funzionare regolarmente, eppure, dopo qualche tempo, cominciò a circolare la leggenda che quell’interruzione fosse stata provocata volutamente dalla NASA, per censurare qualcosa di scomodo: gli astronauti avrebbero visto un disco volante e lo avrebbero comunicato a terra.

A riprova di ciò, cominciarono a circolare ben due diverse versioni dell’audio censurato, che sarebbero state captate da alcuni radioamatori[29]. Nella prima gli astronauti parlano esplicitamente di un’astronave aliena atterrata a breve distanza da loro e si dimostrano molto preoccupati, ma la registrazione appare un falso dozzinale fin dalla prima lettura, a causa dei molti errori, il più evidente dei quali è che avrebbero detto «siamo qui tutti e tre», quando anche i bambini sanno che sulla Luna scendevano solo in due.

Questo falso venne pubblicato per la prima volta dal giornalista Sam Pepper sul giornaletto scandalistico National Bulletin nel settembre del 1969 e da allora circola periodicamente.

La seconda trascrizione è un po’ più ambigua: Armstrong avrebbe detto di aver visto una luce, qualcosa di incredibile, e da terra gli avrebbero risposto che sapevano benissimo di che cosa si trattava, di non avvicinarsi e di passare immediatamente su “bravo-tango”, che lascerebbe intendere l’esistenza di un canale criptato da usare in caso di emergenza. La cosa più sorprendente è che di questa trascrizione esiste anche l’audio, ma qui nascono anche i primi dubbi. Le voci degli astronauti non sembrano essere quelle di Armstrong e Aldrin, il dialogo è troppo serrato e concitato (mentre si sa che la voce impiega poco meno di 3 secondi per arrivare sulla Luna e tornare indietro, per cui avrebbe dovuto esserci più o meno quella pausa tra ogni botta e risposta) e per finire i “bip” al termine delle comunicazioni, in gergo chiamati “Quindar tones”, avevano la nota sbagliata.

Come scoperto dal blog Complotti lunari di Paolo Attivissimo[30], la registrazione era stata estratta da una trasmissione televisiva inglese del 1977, dal titolo Alternative 3, che presentava una serie di teorie bislacche sotto forma di finti documentari completamente inventati.

Da questa bufala ci fu comunque chi riuscì a ricavare un bel po’ di soldi: nel 1978 uscì un libro, scritto da un certo Maurice Chatelain, dal titolo Our ancestors came from outer space, che divenne un bestseller, rese ricco il suo autore e popolare la storia degli alieni visti da Apollo 11. Chatelain, che già nel sottotitolo dell’opera si definiva “esperto della NASA”, ma che oggi alcuni siti ufologici hanno “promosso” addirittura a capo comunicazioni del progetto Apollo[31], scrisse con dovizia di particolari che non solo Armstrong avrebbe avuto un incontro con gli alieni sulla Luna, prontamente censurato dalla NASA, ma che addirittura l’incidente di Apollo 13 sarebbe stato causato dall’attacco di un’astronave extraterrestre, perché la capsula terrestre aveva a bordo un generatore nucleare e la missione fu interpretata come un atto ostile. Nella realtà, Chatelain era un tecnico che aveva lavorato per una ditta che forniva componenti alla NASA[32] ma all’epoca di Apollo 11 aveva già cambiato lavoro. Quanto al generatore nucleare, tutti gli esperimenti scientifici lasciati sulla Luna erano alimentati da un piccolo generatore nucleare, ma è stato accertato che l’incidente di Apollo 13 fu dovuto all’esplosione di uno dei serbatoi dell’ossigeno, a causa del danneggiamento della guaina di un cavo elettrico.

Se Armstrong e Aldrin ebbero la loro bufala ufologica, non ne poteva mancare una anche per Collins: mentre i suoi compagni stavano passeggiando sulla Luna, Collins, osservando il suolo lunare dall’alto, avrebbe distinto “alcuni misteriosi oggetti bianchi” e ne avrebbe parlato con il centro di controllo[33]. Se però si vanno a leggere le trascrizioni originali, si scopre che la natura della comunicazione era tutt’altra[34]: Collins stava cercando di scorgere il modulo lunare e riferiva a terra le coordinate di alcuni piccoli crateri la cui posizione era compatibile con il punto di atterraggio.

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©Nasaimages.org - Edward White e James McDivitt

La sfera di Apollo 16

C’è stato un caso in cui gli astronauti hanno ripreso un presunto UFO senza essersi resi conto di farlo e solo a posteriori, rivedendo il filmato, si è notata la stranezza. L’avvistamento è targato Apollo 16[35], e non ci soffermeremo troppo a lungo sull’episodio in sé, in quanto già trattato sulle pagine di Scienza & Paranormale[36]. È curiosa invece la storia che si è consumata dietro le quinte: da quando, nel 1972, gli astronauti di Apollo 16 tornarono a terra con quello spezzone di quattro secondi in cui si intravede lo strano disco fuori del modulo di comando, le ipotesi su che cosa fosse realmente si sono moltiplicate. Al di là degli ufologi convinti, che non avevano mai dubitato sulla natura aliena del disco volante, gli esperti di astronautica le avevano tentate un po’ tutte: il disco della Terra (ma la posizione e l’angolo di illuminazione non erano corretti), l’obiettivo della telecamera riflesso nel vetro (ma allora perché non si era riflesso anche chi la impugnava?)... insomma per almeno quarant’anni è stato un vero mistero.

Poi, nell’ottobre 2003, Donald Ratsch, un camionista del Maryland appassionato di UFO, scrisse una lettera al suo deputato di riferimento, chiedendo che la NASA spiegasse ufficialmente che cosa fosse quello strano coso, o ammettesse che era un UFO[37]. Interrogata dal Congresso, la NASA fu costretta a mettere insieme un team di esperti di analisi delle immagini e giunse finalmente alla conclusione che si trattava della luce per le attività extraveicolari che sporgeva dal modulo di servizio[38]. La cosa curiosa è che si sarebbero potuti risparmiare un po’ di soldi del contribuente se Ratsch si fosse accorto che James Smith, un ingegnere aerospaziale scettico, aveva pubblicato la medesima soluzione sul suo sito personale circa un mese prima, quasi del tutto ignorato dalla comunità degli ufologi.

Apollo 20: la grande bufala


Qualche volta persino un pesce d’aprile ben congegnato può finire nelle liste degli avvistamenti ufologici, come è accaduto nel caso di Apollo 20: il primo di aprile del 2007 un anonimo internauta, che sosteneva di essere l’astronauta W. Rutledge, cominciò a pubblicare una serie di video, affermando di averli trafugati dagli archivi segreti della NASA. In essi si vedrebbero i documenti filmati di una missione segreta russo-americana, svolta verso la faccia nascosta della Luna, dove gli astronauti avrebbero visto una gigantesca astronave schiantata al suolo da almeno un milione di anni e avrebbero rinvenuto il cadavere di un’aliena, riportata sulla Terra per ulteriori esami.

I video sono molto accurati, ben realizzati, con tanto di imperfezioni da pellicola analogica deteriorata e quasi perfettamente realistici, ma i mezzi di informazione per lo più ignorarono la notizia, opportunamente ritenendola troppo “grossa” per essere vera. Eppure il fatto scatenò la curiosità delle comunità ufologiche di tutto il mondo, che si spaccarono tra “autenticisti” e sostenitori della frode.

Dell’episodio si occupò ampiamente anche la trasmissione Mistero di Italia 1, dedicandogli spazio nella puntata del 25 ottobre 2009[39] e presentando il fatto come presumibilmente vero. Va invece dato atto agli ufologi che buona parte dell’operazione di “sbufalamento” di questa burla è opera loro: furono i più scettici ad accorgersi che nel video dell’esame all’aliena compariva un evidente fotomontaggio, con un astronauta “segato” a livello della cinta[40], mentre fu il CUN a notare che nel filmato del sorvolo dell’astronave a un certo punto si intravede spuntare un oggetto a forma attorcigliata, dando l’impressione che il velivolo sia un modellino sorretto da una molla[41].

Oltre a ciò, si possono addurre diversi dettagli tecnici per dimostrare l’irrealizzabilità della missione, così come raccontata dall’autore: per esempio, sarebbe stato impossibile lanciare un Saturn V di nascosto, senza supporto delle stazioni radio intorno al mondo e senza che nessuno lo vedesse decollare o viaggiare verso la Luna, tanto più che il decollo, secondo Rutledge, avvenne dalla base militare di Vandenberg, sulla costa ovest degli Stati Uniti, ma lanciare verso est avrebbe significato far ricadere il primo stadio sul territorio americano, mentre lanciare verso il Pacifico sarebbe stato troppo svantaggioso da un punto di vista energetico. E che dire del simbolo della missione, in cui compaiono scritte in inglese e latino, ma non in cirillico, e su cui si vede, sia pure stilizzato, un bel pescione?

Comunque, per “tagliare la testa al toro”, il sito scettico Forgetomori[42] riuscì a seguire le tracce, sotto forma di email e pseudonimi, degli autori dei video[43] e a scoprire che la burla era stata inscenata da tre fotografi e registi parigini, persone dunque con tutte le conoscenze e i mezzi tecnici per realizzare quei falsi. Oggi, fortunatamente, quasi nessuno, neppure tra gli ufologi più “integralisti”, crede più all’autenticità della missione segreta lunare.

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©Nasaimages.org - Una capsula Vostok

Anche sullo Space Shuttle

Per finire, anche lo Space Shuttle non poteva fare a meno dei suoi UFO. Trascureremo le “sfere di luce” che vengono periodicamente riprese dalle telecamere esterne della navetta, perché del fenomeno ci siamo già occupati su queste pagine[44] mentre è opportuno soffermarsi su due casi in cui degli astronauti avrebbero comunicato a terra l’avvistamento di un UFO.

Il primo episodio si riferisce alla missione STS-29 del marzo 1989: il gruppo di radioamatori Goddard Amateur Radio Club, che possiede alcune antenne nel Massachusetts da cui segue le trasmissioni spaziali, sentì uscire dai propri microfoni la frase «Houston, qui è il Discovery, abbiamo di nuovo il vascello alieno in vista!»[45]

Colpiti e perplessi per l’accaduto, oltre a pubblicare la registrazione, i radioamatori si rivolsero alla NASA, che da un primo controllo appurò che la frase incriminata nei loro nastri non esisteva. In ogni modo, i tecnici dell’ente spaziale presero in consegna la registrazione e fecero un’analisi sul timbro vocale, da cui emerse che nessun astronauta in quel momento a bordo aveva quella voce, salvo per una vaga somiglianza con quella dello specialista di missione Bagian.

Circa un anno dopo, gli stessi radioamatori captarono nuovamente una frase simile, pronunciata dalla stessa voce, ma questa volta in orbita si trovava un equipaggio totalmente differente, per cui giunsero alla conclusione che nei paraggi delle loro antenne c’era qualche burlone che si divertiva a trasmettere messaggi ufologici sulle frequenze dello Shuttle[46].

Il secondo episodio si riferisce all’astronauta Catherine Coleman, durante la missione STS-73 dell’ottobre 1999: mentre stava lavorando all’interno dello Spacelab, armeggiando con i pannelli di comando, pronunciò la frase «Abbiamo un oggetto volante non identificato» e poi proseguì normalmente col proprio lavoro, non dicendo più nulla per almeno un quarto d’ora[47]. La spiegazione più logica dell’accaduto, in considerazione del fatto che lo Spacelab non ha alcun oblò verso lo spazio e che nel laboratorio svolazzava anche Michael Lopez-Alegria, è che Coleman stesse scherzando, riferendosi al collega.

Conclusioni


I misteri spaziali sono molto affascinanti e una volta esaminati portano alla luce episodi curiosi e sorprendenti della storia dell’astronautica, ma nessuno di essi rappresenta una prova convincente di avvistamenti alieni da parte dell’ente spaziale americano e dei suoi astronauti. Si può concludere invece che, esattamente come sulla Terra, i testimoni a volte si sbagliano, a volte scherzano, altre ancora possono venire fraintesi, mentre le prove molto spesso sono state fabbricate ad arte da qualcuno in malafede.

Biografia

4) “Telepatia nello spazio?”. Scienza & Paranormale, luglio-agosto 1998, n.20
9) A titolo di esempio, si veda l’Apollo 12 Mission commentary a GET 64:38, in cui il PAO dice «We have approximately 2 1⁄2 minutes of accumulated tape of some minor conversations [...] We listen to that tape now»
12) http://www.archive.org/download/Mercury9/MA09_TE2.PDF a 04-15-00 p. 3-44 e 05-05-03 pp. 3-50/51
13) Vedi nota 4
16) Acronimo di North American Aerospace Defense Command (Comando di Difesa Aerospaziale del Nord-America), l’ente militare congiunto statunitense e canadese che si occupa di tracciare tutti i velivoli e satelliti sopra il continente nord-americano
18) Si veda ad esempio la trascrizione a 47-28-08, p. 215, in cui il dottore chiese se il dolore era passato
30) Vedi nota 27
36) “Quando l’UFO diventa IFO”. Scienza & Paranormale, n.58
44) “Sfere di luce nello spazio”. Query, n.4