Laura Malipiero, professione strega

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  • 20-02-2014
  • di Federico Barbierato
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©Henry Ossawa Tanner, The Witch Hunt, circa 1882-1888
Il 16 dicembre 1660 il Capitano del Sant'Uffizio di Venezia, Michele Cattaneo, bussò alla porta di una casa nel sestiere di Castello, in Calle larga, nei dintorni della chiesa di San Giovanni di Malta. Era accompagnato da diversi ufficiali e da un informatore la cui identità doveva rimanere segreta. Cercava Laura Malipiero, una donna ormai anziana, sui settant'anni, pubblicamente conosciuta come strega e nota allo stesso Sant'Uffizio dalle cui carceri da almeno trent'anni entrava e usciva con una certa regolarità. In carcere, a rigore, in quel pomeriggio di dicembre ci sarebbe dovuta ancora stare dato che nel 1655 era stata condannata a dieci anni. Ma le condanne del Sant'Uffizio veneziano, soprattutto nei casi di stregoneria e “superstizione”, erano spesso flessibili e negoziabili. Non di rado si usciva ben prima della data prevista: già nel 1659 Laura doveva essere libera, attiva e poco discreta, tanto che quello stesso 16 dicembre il tribunale ne aveva ordinato nuovamente la carcerazione. Ad ogni modo, bussarono. Laura ordinò alla gente di casa – una domestica di certo, altri non identificati – di non aprire. Gli uomini del Sant'Uffizio entrarono “con ingegno” mentre lei si metteva a gridare, scappando e chiudendo le porte delle stanze dietro di sé. Cercò un lucernario, lo attraversò e salì sul tetto, gli inseguitori dietro. Passò senza troppi problemi sopra due case contigue. La terza era più bassa ma “non havendo altro scampo” fu costretta a buttarsi. Scivolò e rotolando cadde in una “corte” interna, picchiando il “capo in una vera di pozzo, che se lo ruppe”. Gli ufficiali faticarono parecchio a recuperarla “perché bisognò far aprire due o tre porte di quelle case per portarsi a detta corticella, con scalar anco de muri per haverla”. La trovarono ancora viva e la portarono in barca alle prigioni del Tribunale. Chiamarono diversi chirurghi ma nessuno si presentò, ripiegarono quindi sul barbiere e chirurgo delle prigioni pubbliche che la medicò come fu capace. Il giorno dopo Laura fu trovata morta in cella.
Figlia di un greco proveniente da Candia e di una nobile veneziana della famiglia Malipiero, non aveva mai conosciuto i genitori. Lo zio però l'aveva spinta ad assumere il cognome della madre perché di certo le sarebbe servito. Aveva avuto due mariti: dal primo, un veneziano, era stata abbandonata, mentre col secondo, un bolognese, era durata di più. Aveva due figli di primo letto: Alvise, epilettico, faceva il soldato, mentre Malipiera, “orba di un occhio”, confezionava bottoni e calze. Ufficialmente Laura sosteneva che la propria professione fosse quella “di fittar qualche camera a diverse persone, cioè a homeni, et vendo et faccio vender delle calzette”. Aveva abitato in vari luoghi della città, convissuto con parecchi uomini, svolto molti mestieri. Ma, soprattutto, Laura Malipiero era una strega, lo sapevano tutti e lei non faceva niente per nasconderlo. Anzi, ne aveva fatto una professione sfruttando, come accadeva normalmente, una “reputazione” che, se ne faceva un personaggio dotato di un certo potere informale, di certo poteva metterla anche nei guai: di fronte al Sant'Uffizio era finita una prima volta nel 1630, ancora piuttosto giovane e non troppo nota. L'ultima sarebbe stata, appunto, nel 1660. In quei trent'anni Laura non smise mai di esercitare le arti per cui era nota.
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©Paul Ranson, Strega con gatto, 1899
Non offriva servizi granché diversi da quelli delle molte altre colleghe della città, ma doveva essere particolarmente abile e conosciuta anche al di fuori della rete del vicinato, entro la quale di norma si esauriva l'attività delle fattucchiere veneziane. Laura, così come le altre “streghe” della città, non andava al sabba. Probabilmente aveva solo un'idea molto confusa e lontana di cosa fosse. La sua era una stregoneria intesa in senso molto pratico, un bricolage quotidiano di gesti e parole volti a interpretare e predire il futuro, a maleficiare qualcuno con qualche pozione, a scoprire dove si trovassero tesori o a evocare qualche spirito che facesse vincere al gioco o rendesse invisibili. Poco altro. L'abilità principale di Laura, però, quella che attirava maggiormente i clienti, era la capacità di guarire. Era una caratteristica comunemente riconosciuta alle “streghe” soprattutto in ambito urbano: come erano in grado di danneggiare qualcuno ricorrendo a gesti, pozioni e parole, così sarebbero state in grado di guarire chi si fosse presentato loro con questa richiesta.
Non che i medici venissero sistematicamente ignorati, è ovvio, in caso di malattia. Ma il ricorso al medico ufficiale non implicava l'esclusione di streghe, ciarlatani, maghi o guaritori, che affrontavano il processo di risanamento in base a prescrizioni terapeutiche reperite volta per volta in testi di magia o elaborate sulla base di trasmissioni orali che coinvolgevano diversi strati culturali. Di fatto i “curatori legittimi” e quelli “illegittimi” si incrociavano nelle stanze dei medesimi pazienti.
La questione era in fondo semplice: in un contesto che ammetteva una pluralità di cause – di ordine cosmico, sociale e naturale – l'inefficacia di una tecnica terapeutica provocava il ricorso non solo a un operatore diverso ma a una diversa eziologia. Il che vuol dire che si poteva scegliere una strategia integrata che prevedesse contemporaneamente le prestazioni di un medico e di altri operatori del sovrannaturale (streghe, esorcisti o sacerdoti). Più spesso però accadeva che, una volta constatato che un trattamento era stato inefficace, cercasse altrove la causa del male e qualcuno in grado di guarirlo. Intorno al 1630, ad esempio, un certo Francesco Pagnoni, della parrocchia di San Giovanni in Bragora, aveva ripetutamente fatto ricorso ai medici per farsi curare il dolore al braccio destro. Non avendo ottenuto nessun beneficio, si era rivolto a una vicina di casa, una certa Maria. Gli era stata raccomandata da molti ma non aveva avuto successo, e proprio per questo era finita di fronte al Sant'Uffizio. Di fronte all'inquisitore, il rito di guarigione messo in atto venne descritto così dalla figliastra di Pagnoni:

fece un bagno in casa nostra appresso il letto, di diverse herbe, con un coltello dentro dal manico negro, e poi fece un circolo in terra grande tanto che capisse la persona di mio padregno, con un carbon, e fece entrar dentro detto mio padregno così in camisa in quel circolo, facendoli tener in mano una candella benedetta accesa. Con quel bagno gli lavava i genocchi, e anco dall'altra parte pur dentro al circolo haveva fatto un profumo di incenso di Chiesa col fuoco in una piadena. Par mi che questo lo facesse tre volte, pure non mi ricordo bene, però mi ricordo bene almeno di una volta sicuramente, e nel far detto medicamento, detta donna diceva forte le litanie mi pare quelle dei santi, e faceva che mi paregno dicesse o 7 o 9 Salve Regine. Né però è guarito con detti rimedi. Non mi accorsi che dicesse parole cattive, ma faceva il segno della croce, e invocava la madonnna del Rosario.

Le streghe di Salem


Tra il 1692 e il 1693, nel villaggio di Salem (oggi Danvers), nella colonia inglese del Massachusetts, avvenne quello che è forse il più famoso episodio di caccia alle streghe.
Nel gennaio del 1692 due bambine di 9 e 11 anni, abitanti del villaggio, cominciarono inspiegabilmente a gemere, fare discorsi senza senso e strisciare sul pavimento, presto imitate da altre ragazze del posto. Nessun medico riuscì a spiegare il loro comportamento e si pensò a una possessione demoniaca. Le autorità del villaggio reagirono con arresti e accuse di stregoneria a catena, che nel giro di pochi mesi portarono alla condanna o alla morte in cella di un numero sempre crescente di persone, fino a quando molte proteste autorevoli spinsero il governatore a sospendere i lavori del tribunale. L'anno successivo un'apposita corte speciale esaminò i casi rimasti in sospeso ponendo fine alla vicenda. In totale 19 persone (14 donne e 5 uomini) furono impiccate per stregoneria; un uomo morì durante la tortura e almeno altre cinque persone morirono in carcere; 55 fra donne e uomini subirono la tortura, 150 sospettati furono imprigionati e altre 200 persone vennero accusate di stregoneria ma non incarcerate.
Il processo di Salem ha sempre affascinato gli studiosi, che hanno proposto le spiegazioni più varie per lo strano comportamento di alcune delle vittime: dalla paura degli attacchi indiani all'intossicazione da segale cornuta (il fungo che può infettare la segale contiene sostanze allucinogene come l'acido lisergico); da un'epidemia di encefalite letargica fino all'ipotesi che le vittime soffrissero di corea di Huntington. Altri studiosi preferiscono attribuire il comportamento a motivazioni psicologiche o sociali come il bisogno di attenzione da parte dei bambini, o le invidie e i rancori motivati da conflitti territoriali (alcuni degli accusati possedevano terreni che in caso di condanna sarebbero potuti passare in mano agli accusatori).
Erano elementi comuni, una sintesi di liturgia (le preghiere), conoscenze negromantiche e di magia diabolica (il coltello, il circolo tracciato sul pavimento) o più genericamente riconducibili al sacro e alla magia cerimoniale (le candele, l'abluzione e così via). Tutto nella norma: casi simili costituivano la quotidianità di un'offerta terapeutica ampia e varia che si rivolgeva a un pubblico altrettanto ampio e disomogeneo sul piano sociale e culturale.
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©Hans Baldung detto Grien, Streghe o La tregenda, xilografia, circa 1510
A fattucchiere, streghe e operatori simili facevano ricorso individui appartenenti a qualsiasi ceto. Era stato proprio un nobile e un fallimento terapeutico a mettere definitivamente nei guai Laura Malipiero. Il primo processo, quello del 1630, di fatto aveva semplicemente messo in luce una donna non ancora pienamente inserita nelle reti di offerta del magico della città. Quando fu richiamata, nel 1649, le cose si complicarono: era stata trovata in possesso di carte magiche e di molti libri di magia e negromanzia. Probabilmente non sapeva nemmeno leggere, ma quei libri le conferivano un'autorità maggiore: esibirli sottolineava potere e conoscenza. Quanto all'attività terapeutica, in cui l'inquisitore identificava elementi “superstiziosi”, Laura semplicemente si difese sostenendo di essere stata autorizzata dal governo a “ongere l'infermi con un secreto permessomi ... e li ongevo semplicemente con quel unguento e altro unguento de speciali, o davo loro l'unguento da ungersi, ma non adoperavo né cera, né olivo, né incenso, né altra cosa imaginabile”. Nessun elemento, quindi, che potesse fare sospettare l'abuso di sacramenti o di specie sacramentali.
Se la cavò infatti con poco. Nel 1654 venne però richiamata in causa. A lei si era infatti rivolto Angelo Emo, un esponente della più alta nobiltà veneziana. Era preoccupato per la moglie, da tempo ammalata e inutilmente presa in cura dai migliori medici della città. Nessuno di loro aveva avuto successo, ma lui aveva sentito parlare di Laura. L'aveva fatta avvicinare prima dal prete di famiglia, poi l'aveva incontrata di persona. L'impressione era stata ottima. Gli sembrava che la donna avesse “un'ottima cognitione de tutti i mali” e l'aveva convinta a trasferirsi nel suo palazzo, dove avrebbe vissuto e operato a stretto contatto con la moglie, Marina Contarini.
La diagnosi di Laura, una volta visitata la nobile, non era stata rassicurante: “la sua vita consisteva in momenti, e era necessario il subito rimedio avanti che fornisce la luna, che gli mancavano solo tre in quattro giorni in circa, e mentre non si gli rimediava avanti il fine di luna, questa gentildonna sarebbe morta”. Ma non era solo questo: il problema era soprattutto che la malattia era stata causata da un maleficio i cui responsabili, secondo Laura, erano i due figli. Lo aveva scoperto grazie a un “esperimento” molto diffuso: aveva fatto comparire nella mano di una fanciulla vergine i responsabili e la scena del maleficio.
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©Luis Ricardo Falero, Il sabba delle streghe, 1880
Era quindi iniziata la terapia. Il prete aveva procurato presso gli speziali il materiale occorrente. Per tre mattine consecutive Laura aveva misurato l'inferma annotandone le variazioni. Le aveva poi tracciato delle croci «bagnandosi le dita nell'aque da lei portate, dicendo esser aque di quaranta onde, prese quaranta al Lido e quaranta a Malamocco». Il prete, nel frattempo, leggeva una serie di formule che la “strega” gli aveva affidato. Vuoi per gli scarsi progressi, vuoi perché si era scoperto che Laura aveva istruito adeguatamente la fanciulla vergine affinché sostenesse che i responsabili del maleficio erano Marco e Marietta, si era dovuta ritirare precipitosamente, e aveva – va detto, senza essere sollecitata - restituito il denaro.
Il 30 gennaio del 1655 fu arrestata, nonostante un disperato tentativo di fuga. Il Sant'Uffizio aveva accertato che Angelo Emo non era stato il suo primo cliente importante: la casa di Laura era frequentata da «gente d'ogni sorte, e si serravano in camera ... e andavano da lei anche delle putte». Proprio il giorno della carcerazione, aveva ricevuto la visita di un frate di Sant'Antonio da Padova, Augusto Paganini. Si erano chiusi in una stanza buia per due ore, seduti su di una cassa con due candele in mano. In generale, comunque, riceveva avvocati, nobili, frati, “donne travestite, e altre d'ogni sorte”. Come lei stessa ammise, cercando probabilmente di suggerire la presenza di persone influenti fra le proprie amicizie: “venivano in casa mia poveri, e ricchi ... venivano da me li eccellentissimi Procuratori Bragadin, Daniel Venier, e il Signor Cavalier Commendator Cornaro” e anche diversi religiosi “con occasione de bisogno d'infermi”. Ma qualche anno prima Laura aveva curato anche i figli del nobile Almorò Zane, e l'avvocato Andrea Garzoni aveva messo a disposizione la propria residenza a Piove di Sacco affinché avesse maggior agio nel medicare una monaca anch'essa figlia dello Zane.
L'intensa vita professionale di Laura era stata coronata di molti successi, sempre condotta a stretto contatto con la medicina ufficiale. Incrociava sempre tecniche officinali diverse e si rivolgeva a diversi speziali e chirurghi per avere consigli e materiali. Si era fatta molti amici all'interno di una clientela che andava dalla più alta nobiltà fino al popolo minuto. In casa sua si incrociavano frati, cortigiane, popolani e nobili importanti, perlopiù alla ricerca della guarigione, ma non solo: le conoscenze di Laura coprivano campi diversi. Strega e guaritrice, a lei ci si poteva rivolgere con altrettanta fiducia per farsi predire il futuro, per trovare tesori o per far morire qualcuno. Dopotutto, pur non sapendo probabilmente leggere, teneva in casa copie di un libro di magia come la Clavicola di Salomone e carte magiche di tutti i generi. Assimilava culture diverse, rielaborava e intrecciava medicina, negromanzia, tradizioni orali. Al pari di molte altre donne veneziane di quel periodo diventò agente inconsapevole di diffusione di una cultura ibrida. Diversamente da molte altre donne, le cui attività “superstiziose” vennero tollerate con qualche condiscendenza da parte delle autorità, si era forse spinta troppo oltre. Nonostante protezioni e difese, il 2 marzo 1655 fu condannata a dieci anni di carcere “senza alcuna riserva di gratia”. Ma, come detto, quattro anni più tardi era di nuovo in attività. Le cose erano cambiate: le nuove denunce di nobili e popolani scontenti dei risultati ottenuti non potevano essere ignorate dall'Inquisizione. Non quel 16 dicembre del 1660, quando bussarono alla sua porta.