Il pericolo delle pubblicazioni predatorie

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Il fenomeno delle pubblicazioni predatorie (predatory publishing) e dei congressi spazzatura (junk congresses) o conferenze truffa (scam conferences – scamferences) è una piaga in aumento e una delle più serie minacce per la scienza contemporanea. Si tratta di “vanity press”, un mercato editoriale scientifico dove chiunque, a fronte di un pagamento, può pubblicare un articolo o presentare una relazione a un congresso. In altre parole, l’autore paga per vedere il suo lavoro pubblicato o per ottenere spazio in sedicenti convegni internazionali. Il problema non è il pagamento in sé. Piuttosto, la vanity press è la degenerazione di un modello di disseminazione scientifica, che ha preso le mosse dalla Budapest Open Access Initiative del 2002 e si è rapidamente affermato con il termine generico di Open Access, il quale ha lo scopo di rendere fruibile la scienza a tutta la comunità, e non solo a chi può pagare i costosi abbonamenti alle riviste scientifiche. Il modello originario prevede che siano gli scienziati stessi, tramite i loro fondi di ricerca, a farsi carico delle spese di divulgazione dei risultati dei loro studi tramite riviste online a libero accesso. L’Open Access (http://oaspa.org/ ) però prevedeva e dovrebbe prevedere un serio controllo del materiale pubblicato tramite il meccanismo della “peer review”. Il Sistema della peer review è il meccanismo attraverso il quale la comunità scientifica cerca di garantire la qualità degli studi pubblicati. Non è perfetto, ma rappresenta una notevole garanzia contro la diffusione di dati impropri. Ne ha parlato spesso su queste pagine Stefano Bagnasco nella sua rubrica Toolbox; potete approfondire la conoscenza sull’argomento leggendo le pubblicazioni di Sense about Science[1], o sfogliando le pagine rilevanti di qualunque importante editore scientifico, per esempio Elsevier[2].

Purtroppo il modello Open-access, valido in teoria, ha preso una china sbagliata, e sta diventando incontrollabile. Si è mantenuto il concetto che tutti possano accedere liberamente ai contenuti pubblicati, ma invece di assicurare che siano pubblicati solo i lavori che superano rigide regole di peer review, si è andati verso un mercato della scienza nel quale basta pagare per pubblicare o per parlare a congressi i cui atti verranno pubblicati. Quello del predatory publishing è un virus che sta infettando la scienza. I ricercatori pagano riviste Open Access per ottenere una rapida pubblicazione il cui controllo scientifico ed etico è minimo o nullo. I ricercatori sono facile preda di questo mercato svilente, per loro ignoranza, superficialità e negligenza ma anche per il loro ego enfiato che oscura la loro capacità di giudizio con la vanità (il peccato preferito da Satana). Invitati da quotidiani messaggi email che promettono facili e rapide pubblicazioni, molti ricercatori cadono nella trappola. La loro però non è solo ingenuità; la pressione a pubblicare (anche indipendentemente dalla qualità degli studi) è altissima, e queste riviste offrono una semplice scorciatoia, seppur a pagamento.

Il risultato è che, parafrasando la legge di Theodore Sturgeon, il 90 per cento di ciò che viene pubblicato è una schifezza! Una conferma viene dallo scherzo di Phil Davis, ricercatore ed esperto di comunicazione della scienza, che ha generato grazie a un programma computerizzato un testo privo di senso, prontamente accettato per la pubblicazione da una di queste riviste predatorie, i cui responsabili hanno avuto anche l’ardire di affermare che il lavoro era stato peer reviewed (Davis, 2009). John Bohannon (2013), un giornalista scientifico di Science, ha testato l’integrità di questo mondo editoriale in modo più sistematico. Per dieci mesi consecutivi ha inviato un lavoro scientifico, sempre lo stesso e palesemente zeppo di errori elementari, a centinaia di queste riviste predatorie. Il risultato è stato sconfortante: oltre sei riviste su dieci hanno accettato questo lavoro sbagliato senza chiedere altro che il pagamento per la pubblicazione. Alcune di queste riviste appartengono a case editoriali notissime ed apparentemente al di sopra di ogni sospetto: il virus si sta diffondendo rapidamente. Un altro esempio più goliardico ci illumina ulteriormente sul modus operandi di queste riviste: una di esse infatti ha accettato per la pubblicazione l’irriverente invettiva di Mazières e Kohler, che ripeteva per dieci pagine solo la frase «Get me off your fucking mailing list»; il lavoro era anche illustrato da figure e grafici con lo stesso testo (Zarrell, 2014).

Le pubblicazioni predatorie sono state recentemente definite un «pericolo emergente», soprattutto in ambito medico (Harvey e Weinstein, 2017). Questo pericolo è particolarmente rilevante per i lettori non specialisti perché spesso i giornalisti e il grande pubblico cercano proprio studi che presentino nuove informazioni mediche. I nomi di queste riviste predatorie sono indistinguibili da quelli delle riviste scientifiche serie, che pubblicano studi basati su metodologie solide. Lettori senza esperienza in pubblicazioni scientifiche non sanno distinguere tra fonti affidabili e vanity press, e questo rende sempre più facile che si diffondano risultati di studi inaffidabili e non adeguatamente controllati. Per esempio, una di queste riviste predatorie ha recentemente pubblicato, poi ritirato grazie alle proteste sconcertate della comunità scientifica, uno studio metodologicamente inaffidabile, che riproponeva l’idea, già ampiamente disconfermata, di un legame tra vaccini ed autismo. Lo studio era finanziato da una campagna anti-vaccini, ed era stato accettato per la pubblicazione sulla base del parere di un chiropratico, quindi una persona senza alcuna specifica competenza nel merito dello studio, e di un editore con modesta esperienza scientifica[3].

Un mercato ancora più aggressivo di quello delle pubblicazioni predatorie è quello dei convegni truffa. Funziona così: si riceve un messaggio email che loda il nostro lavoro, che fa leva sul nostro narcisismo e ci invita a presentare una comunicazione ad un convegno (spesso “mondiale”) dal titolo generico, spesso in posti remoti ed esotici per chi fa ricerca in Occidente, come Cina o Singapore o India, ma anche in Paesi dove è meno frequente che si svolgano congressi di rilievo come in Polonia o Romania o in località amene. Questi convegni non sono frequentati da esperti, i contenuti delle conferenze non sono valutati da una commissione di esperti, né gli atti del convegno sono soggetti a peer review. Si paga e si può parlare di tutto. Un esempio divertente è fornito da MedBunker che si è visto accettare un improbabile studio sui benefici del cetriolo, firmato da autori come Tarocco, Fasullo e Cetriolone[4]. Io stesso posso vantare l’accettazione di una presentazione orale in cui avrei declamato la versione inglese della Vispa Teresa. Dopo aver accettato la mia proposta, gli organizzatori mi hanno comunicato che dato il prestigio della mia scoperta, ero anche invitato a presiedere un’intera sessione del convegno (a fronte di un modesto pagamento aggiuntivo). Non ho accettato. Ma molti accettano. E il pubblico, in buona fede, non sa che si tratta di truffe perché è molto difficile distinguere tra congressi veri e tarocchi[5].

È necessario agire drasticamente o la nostra vanità rischia di far cadere la comunità scientifica nel ridicolo e nell’anarchia guidata da un mercato sconcio. Bisogna che i ricercatori siano scoraggiati dal foraggiare l’editoria predatoria. Invece di spingere giovani ricercatori a pubblicare a qualsiasi costo e ad accettare incarichi editoriali ambigui, come spesso accade oggi, al fine di fare carriera, dovremmo iniziare a considerare negativamente ogni interazione con queste case editrici predatorie. Pubblicare su queste riviste, o partecipare ad esse come collaboratore, dovrebbe essere considerato segno di scarsa scientificità e dovrebbe essere penalizzante nell’avanzamento di carriera e nella distribuzione dei fondi pubblici di ricerca.

Note




Riferimenti bibliografici

  • Bohannon, J. (2013). Who is afraid of peer review? Science, 342 (Oct. 4th), 60–65.
  • Davis, P. (2009). Open Access Publisher Accepts Nonsense Manuscript for Dollars. The Scholarly Kitchen, June 10, https://tinyurl.com/jo2d2qy
  • Harvey, H.B. & Weinstein, D.F. (2017). Predatory Publishing: An Emerging Threat to the Medical Literature. Acad Med., 92(2), 150-151.
  • Zarrell, R. (2014). A Paper Called “Get Me Off Your F*cking Mailing List” Was Accepted By A Science Journal. BuzzFeedNews, Nov 21, https://tinyurl.com/gqfwgnn