La storia della pseudoscienza

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  • 12-12-2017
  • di Marco Ciardi
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Spesso, soprattutto nei manuali di scuola, la scienza è presentata senza la sua storia (ne ho parlato in questa rubrica su Query n. 14). I nomi degli scienziati vengono abbinati a quelli delle teorie, ignorando il modo in cui il loro lavoro si svolse e le ragioni che li condussero a determinate formulazioni. In questo modo si alimenta l’idea dello scienziato come “genio solitario”, che raggiunge risultati grazie a folgoranti illuminazioni, più simile a un mago che a una persona inserita all’interno di una comunità di lavoro e in un preciso contesto storico. Un’immagine, questa, com’è noto, che viene costantemente alimentata soprattutto dal cinema, a causa di esigenze narrative: in genere c’è sempre un solo individuo (nella maggior parte dei casi ai margini delle istituzioni accademiche, per vari motivi), che riesce a comprendere la soluzione di un problema, grazie alle sue straordinarie capacità e a qualche illuminante intuizione. Al massimo si tratta di un gruppetto di persone, ma che lavora sempre in proprio e mai con gli scienziati del resto del mondo. Una variante dello schema è che il “genio solitario” sia anche “folle”: in questo caso egli utilizza le sue straordinarie capacità per minacciare il mondo. Qui l’isolamento dello scienziato è delineato in maniera ancora più marcata.

La rappresentazione del ricercatore “pazzo” e “geniale” coincide, in realtà, non con il prototipo dello scienziato, ma dello pseudoscienziato, ben definito da Martin Gardner in un testo ormai diventato un classico, Fads and Fallacies in the Name of Science (1957), originariamente pubblicato come In the Name of Science: An Entertaining Survey of the High Priests and Cultists of Science, Past and Present (1952). Lo pseudoscienziato, spiega Gardner,

1) si considera un genio;

2) considera i suoi colleghi, senza eccezione alcuna, come degli ignoranti zucconi. Si considera troppo avanti per i tempi. Insulta frequentemente i suoi rivali, accusandoli di stupidità, disonestà o di altre basse azioni. Se viene ignorato, è perché i suoi argomenti sono ineccepibili. Se gli viene reso pan per focaccia, questo servirà a rafforzare la sua convinzione di aver a che fare con delle canaglie;

3) si ritiene ingiustamente perseguitato e vittima di discriminazioni. Le organizzazioni riconosciute non gli consentono di fare interventi. Le riviste rifiutano i suoi articoli e ignorano i suoi libri o affidano la recensione a dei ‘nemici’. Fa tutto parte di un vile complotto. Il fanatico non ritiene mai che tale opposizione possa essere dovuta agli errori contenuti nel suo lavoro. È convinto che scaturisca interamente dall’ottuso pregiudizio delle gerarchie consolidate, i sommi sacerdoti della scienza che temono di vedere rovesciata la loro ortodossia. Di solito è convinto di essere vittima di malevoli calunnie e di provocazioni gratuite. Si paragona a Bruno, Galileo, Copernico, Pasteur e agli altri grandi personaggi che furono ingiustamente perseguitati per le loro eresie;

4) ha una forte propensione a focalizzare i suoi attacchi contro i più grandi scienziati e contro le teorie più consolidate;

5) spesso tende a scrivere in un gergo complesso, facendo uso di termini ed espressioni coniate da lui stesso. Gli schizofrenici utilizzano spesso quelli che gli psichiatri definiscono ‘neologismi’, parole che hanno un significato per il paziente, ma che suonano farneticazioni per chiunque altro. Molti classici della scienza da quattro soldi esibiscono una tendenza ai neologismi.

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È tuttavia bene ricordare che anche gli pseudoscienziati, al di là dell’immagine con cui concepiscono se stessi e il proprio lavoro, non agiscono, come si potrebbe immaginare, in un contesto isolato, ma all’interno di una fitta rete di relazioni sociali e culturali. Hanno quindi a che fare con una comunità che influenza le loro scelte e le loro ricerche. In sostanza, la pseudoscienza, come la scienza, ha una sua storia e, se vogliamo davvero comprenderla, dobbiamo evitare di compiere lo stesso errore che facciamo quando presentiamo la scienza a scuola: parlarne senza conoscere la storia. Come ho cercato di mostrare in alcuni miei lavori (su Atlantide e sugli Antichi astronauti), un qualsiasi problema, anche se pseudoscientifico, è maggiormente comprensibile se siamo in grado di ricostruirne la genesi e gli sviluppi. E questo anche attraverso un’analisi dettagliata della biografia dei personaggi che hanno contribuito allo sviluppo di determinate idee. Se questo è un principio valido per la storia della scienza, non si vede perché non debba essere applicato alla storia della pseudoscienza. Ricostruendo la storia della pseudoscienza è possibile mettere in luce una complessa trama di rapporti fra idee e uomini (che in apparenza non sembrano avere legami tra loro), la quale determina lo sviluppo e la rielaborazione di determinate concezioni nel tempo.

Qualche esempio: è noto che Charles Fort, l’autore del celebre The Book of the Damned (nella traduzione italiana, Il libro dei dannati) edito nel 1919, è ritenuto uno dei padri della pseudoscienza novecentesca, e che a Kenneth Arnold è attribuito il primo avvistamento ufficiale di un UFO il 24 giugno 1947. Ma quanti prestano attenzione al fatto che Kenneth Arnold aveva una certa predilezione per le idee di Fort? Andiamo avanti: a molti dei lettori di Query sarà capitato di avere in mano (se non proprio di leggere) qualche libro degli autori pseudoscientifici che hanno avuto grande successo negli ultimi vent’anni, a partire dal fortunato – editorialmente parlando – Fingerprints of the Gods: The Evidence of Earth’s Lost Civilization (Impronte degli dei), pubblicato nel 1995 da Graham Hancock. Una delle teorie tirate in ballo da questi libri, a sostegno delle affermazioni in essi contenute, è un testo pubblicato nel 1958 da Charles H. Hapgood, Earth’s Shifting Crust: A Key to Some Basic Problems of Earth Science. (cfr. Query n. 17), al quale fece seguito, nel 1966, Maps of the Ancient Sea Kings: Evidence of Advanced Civilization in the Ice Age, nel quale le precedenti idee sui mutamenti della crosta terrestre si mescolavano con una serie di speculazioni sulla mappa di Piri Reis: un documento che rappresenterebbe parte della linea costiera dell’Antartide libera dai ghiacci. Ma l’idea non era nuova; la si ritrova proposta già nel 1960 da Louis Pauwels e Jacques Bergier ne Le Matin des magiciens (Il mattino dei maghi). Anche Hapgood, tuttavia, non veniva fuori dal nulla: ad esempio, era amico di Ivan T. Sanderson, autore, fra le molte altre cose, di un volume dal titolo Uninvited visitors: A biologist looks at UFO’s (1967), dove probabilmente per la prima volta compare il termine OOPART (Out Of Place ARTifacts). Grande ammiratore di Charles Fort, Sanderson a sua volta fu in stretto contatto con Bernard Heuvelmans, la cui opera è a fondamento della “criptozoologia”, termine utilizzato per indicare la “scienza degli animali nascosti”. Huevelmans era amico di Hergé, il creatore del celebre personaggio dei fumetti Tintin, e lo aiutò nella realizzazione di alcune storie. Hergé conosceva bene anche Jacques Bergier, facendolo comparire in una delle avventure di Tintin, Vol 714 pour Sydney (1966-67).

Si potrebbe andare avanti a lungo: a dimostrazione dell’importanza di ricostruire non solo la storia della scienza, ma anche la storia della pseudoscienza.

Bibliografia

  • M. Ciardi. 2017. Il mistero degli antichi astronauti, Roma: Carocci.
  • M. Gardner. 1998. Nel nome della scienza (1957), Ancona: Transeuropa.
  • I. T. Sanderson. 1974. UFO. Visitatori dal cosmo (1967), Roma: Edizioni Mediterranee
  • J. Steinmeyer. (2008.) Charles Fort. The Man Who Invented the Supernatural, London: Heinemann.