Storie di Robin Hood della scienza

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Alexandra Elbakyan (https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Wiki-award_2016_114.JPG)
Un’università italiana spende in abbonamenti alle riviste scientifiche cifre che, per atenei grandi come quelli di Pisa o di Torino, possono arrivare a diversi milioni di euro all’anno[1]; molte università in paesi meno ricchi non potranno mai permettersi niente del genere. Quei ricercatori non avranno accesso a molta parte della letteratura scientifica, peggiorando la qualità della loro ricerca e, alla fine, potenzialmente aumentando il ritardo dei paesi in via di sviluppo. È la serial crisis: la crescita incontrollata dei prezzi delle riviste scientifiche, in gran parte pubblicate da un pugno di grandi editori in un regime di sostanziale oligopolio, con costi di produzione in diminuzione grazie al web (e non dimentichiamo che la peer review da parte degli stessi ricercatori non è in alcun modo retribuita).

Abbiamo già parlato delle riviste scientifiche Open Access, che si finanziano facendo pagare la pubblicazione degli articoli invece dell’abbonamento alla rivista. Il movimento dell’Open Access nasce con il nobile scopo di rendere più democratico l’accesso al sapere scientifico. Qui ne abbiamo principalmente parlato per mostrare come l’idea, di per sé ottima, abbia anche una spiacevole conseguenza: rende possibile l’esistenza di una miriade di riviste farlocche, a volte difficilmente distinguibili da quelle serie, che a fronte di un pagamento pubblicano praticamente qualunque articolo, anche quelli che non hanno alcun valore.

Esistono iniziative ufficiali per aumentare il numero di contenuti scientifici di alta qualità disponibili in Open Access, o per facilitare l’accesso ai ricercatori meno privilegiati; ma in attesa che diventi la norma, c’è chi prende l’iniziativa.

Aaron Swartz, un programmatore, imprenditore e attivista americano, scriveva nel suo "Guerrilla Open Access Manifesto"[2]:

Fornire articoli scientifici alle università d’élite del Primo Mondo, ma non ai bambini del Sud del Mondo? Tutto ciò è oltraggioso ed inaccettabile. Tutti voi, che avete accesso a queste risorse, studenti, bibliotecari o scienziati, avete ricevuto un privilegio . Ma non dovete — anzi, moralmente, non potete — conservare questo privilegio solo per voi, avete il dovere di condividerlo con il mondo. Avete il dovere di scambiare le password con i colleghi e scaricare gli articoli per gli amici.

E in effetti è facile: se per un lavoro ho bisogno di un articolo, ma la mia università non ha l’abbonamento, mi collego sul Catalogo Nazionale dei Periodici (ACNP)[3] e scopro quali sono le biblioteche abbonate; per esempio, vedo che l’università di Bologna ha l’abbonamento. A questo punto scrivo a un collega di Bologna che scarica l’articolo e, sempre via email, me lo spedisce, spesso nel giro di poche ore. Non è completamente legittimo, ma si è sempre fatto, anche se prima di Internet richiedeva un po’ più di tempo e qualche fotocopia.

Lo stesso Swartz ha fatto un ulteriore passo avanti: ha nascosto in uno sgabuzzino del Massachusetts Institute of Technology un computer che, usando le credenziali istituzionali del MIT, scaricava sistematicamente migliaia di articoli scientifici da JSTOR, un servizio di archivio a pagamento, con la probabile intenzione di metterli a disposizione su un server pubblico. La storia è finita male: scoperto, Swartz è stato arrestato nei primi giorni del 2011. Il MIT ha costruito le sue accuse con un certo accanimento e Swartz, che rischiava fino a cinquant’anni di carcere, si è tolto la vita nel gennaio del 2013.

Ma il vero Robin Hood della scienza, che ruba gli articoli ai ricchi per darli ai poveri, è una informatica e neuroscienziata Kazaka di nome Alexandra Elbakyan che nel 2011, mentre era ancora dottoranda, crea Sci-Hub[4], un servizio online che, usando credenziali “donate” da accademici di tutto il mondo (e forse anche qualcuna rubata), scarica articoli scientifici non open-access e li mette a disposizione gratuitamente. Naturalmente il servizio è illegale e ha avuto diverse vicissitudini; l’indirizzo ufficiale non sempre funziona ma il servizio è generalmente raggiungibile usando qualche artificio, e la sua creatrice vive sostanzialmente in clandestinità. Il servizio è ancora in piedi perché, a quanto pare, le autorità russe che hanno giurisdizione sui server che lo ospitano non collaborano con i giudici americani. E intanto ha un successo gigantesco: nei sei mesi tra il settembre del 2015 e il febbraio del 2016 ha ricevuto 28 milioni di richieste di download. Non abbiamo spazio qui per raccontare tutta la storia e discuterne le mille implicazioni, ma per chi volesse approfondire vale la pena dare un’occhiata all’inchiesta di John Bohannon su Science[5].

Insomma, in attesa (o per lo meno nella speranza) che i protagonisti istituzionali forniscano la loro soluzione, c’è chi sta facendo in proprio. Non sarà legale, ma l’esistenza stessa di Sci-Hub ha probabilmente segnato un punto di non ritorno: in un sondaggio promosso da Science[6], l’88% degli interpellati ha risposto “no” alla domanda «Pensate che sia sbagliato scaricare articoli piratati?».

Note

1) M. C. Pievatolo, “La crisi dei prezzi dei periodici in Italia: quanto ci costano le riviste scientifiche?” Bollettino telematico di filosofia politica (2013) bit.ly/2kBvT2a
2) A. Swartz, Guerrilla Open Access Manifesto (2008) bit.ly/1extquR . Tr. it.: bit.ly/2BIMlYW
4) No, il link a un servizio illegale non lo mettiamo…
5) J. Bohannon, “Who's downloading pirated papers? Everyone” Science 352:508-512 (2016) bit.ly/1STnFAv
6) J. Travis, “In survey, most give thumbs-up to pirated papers” sciencemag.org (2016) bit.ly/2nMXCC4