Fantascienza anni '70

Come gli alieni tornarono di moda grazie al cinema americano

Molti dei più importanti registi americani degli anni Settanta conobbero la "politica dell'autore" attraverso la sua diffusione nelle scuole di cinema. Si trattava di quella elaborazione di critici e storici riuniti attorno alla rivista francese Cahiers du cinéma, sotto la guida ideale di Andrée Bazin, secondo la quale sarebbe il regista il primo responsabile delle qualità formali, stilistiche e tematiche del film.

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Tale teoria, che oggi diamo facilmente per scontata, ebbe la propria consacrazione definitiva fra il pubblico e la stampa specializzata soltanto negli anni Ottanta e i suoi epigoni d'oltreoceano nel gruppo dei movie brats, i ragazzacci del cinema (Spielberg, Coppola, Scorsese, Lucas, Cimino, ecc.). Robert Rossen (Lilith, la dea dell'amore, 1964), Arthur Penn (Mickey one, 1965) e Sidney Lumet (L'uomo del banco dei pegni, 1965) avevano già pescato dalla Nouvelle Vague le tecniche del montaggio disgiuntivo, l'inserimento di immagini fantastiche, l'uso del flashback e un generale allentamento dei rapporti causa-effetto, ma fino ad allora erano ancora considerate poco più di ambiziose stranezze.

Il desiderio di creare un cinema d'arte americano produsse lo sviluppo di due tendenze che non mancarono di intrecciarsi elegantemente: alcuni registi preferirono riattualizzare il cinema di genere hollywoodiano attraverso l'omaggio a registi venerati, altri cercarono una espressione più personale riportando i canoni del cinema d'arte nelle produzioni di massa e nei generi popolari. Entrambe queste tendenze erano comunque caratterizzate da una profonda consapevolezza e conoscenza della storia del cinema e della sua continua influenza sulla cultura contemporanea.

Uno dei generi che si vide ridare maggiore vitalità fu proprio la fantascienza. 2001: Odissea nello spazio (Stanley Kubrick, 1968) fu senza dubbio il principale precursore (secondo la feconda consuetudine del genio anglo americano di girare sempre film che finiranno col rivelarsi autentici spartiacque): se da una parte si tratta di un revival del genere fantascienza, dall'altra sfrutta il simbolismo enigmatico del cinema d'arte europeo. Le lunghe scene di vita quotidiana asettiche sulla nave spaziale (compresi molti brani privi di funzione drammatica), l'uso ironico della musica e il finale ingannevole e allegorico invitano a una interpretazione tematica solitamente riservata ai film di Antonioni o di Fellini.

Furono però Lucas e Spielberg a impressionare maggiormente Hollywood con i loro strepitosi incassi. Guerre stellari (1977) dimostrò che l'avventura spaziale, arricchita con effetti speciali all'avanguardia, poteva attirare una nuova generazione di spettatori. Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977) trasformò i film sulle invasioni degli anni Cinquanta in una esperienza quasi mistica con la saggezza extraterrestre. E.T. (vedi foto) divenne il campione d'incassi dell'epoca.

Più o meno in quel periodo emerse un genere di fantascienza critica e distopica come Blade Runner (Ridley Scott, 1982), oppure un filone in mescolanza con il genere horror come Alien (ancora Scott, 1979), Aliens, scontro finale e Terminator (entrambi di James Cameron, rispettivamente 1986 e 1984).

Per Lucas e Spielberg, la rivisitazione della tradizione holliwoodiana era anche un atto di nostalgia: essi cercavano di ricreare il divertimento semplice della fantascienza, dei film davventura o le fantasie disneyane. Nel realizzare Guerre stellari, Gorge Lucas montò le scene più eccitanti delle battaglie aeree dei vecchi film di guerra, fece lo storyboard e girò i suoi combattimenti su questo modello.

Lucio Braglia
braglia@cicap.org