Ritorno a Blade Runner

Un film proiettato nel futuro... o nel passato?

BLADE RUNNER
Regia: Ridley Scott
Interpreti: Harrison Ford, Rutger Hauer, Sean Young, Edward J. Olmos, Daryl Hannah, Joe Turkel, Joanna Cassidy, Brion james, M. Emmet Walsh.
USA 1982

Blade Runner è realmente un film proiettato nel futuro? Esce nel 1982, in un periodo in cui, dopo il grande rilancio del genere fantascientifico operato da Hollywood, di cui 2001 Odissea nello spazio fu il precursore e Guerre stellari il trascinatore, emerge un genere di fantascienza che potremmo definire critica e distopica, cioè al di fuori dei luoghi abituali un po' comuni. In questo tipo di film il genere serviva in parte per mettere in mostra le novità del progetto produttivo e gli effetti speciali.

A un film sostanzialmente di tipo commerciale, un po' facilmente i critici cinematografici e gli storici dell'avanguardia hanno affibbiato l'appellativo di post moderno. Alcuni caratteri narrativi, come il protagonista che non cede all'integrazione ma si difende da una società oppressiva e paranoica, escono integralmente da una consolidata tradizione del noir; la ribellione edipica del replicante che uccide il padre creatore è quanto di più deja-vu, dalla tragedia greca in poi; la scenografia che si vuole futuribile ci mostra una città sempre sotto la pioggia causata dall'inquinamento con palazzi sì inquietanti, ma in fondo semplicemente barocchi; la trattazione di un soggetto quale la memoria, che è per definizione argomento rivolto al passato, fa pensare a una collocazione temporale futura, ma con lo sguardo rivolto all'indietro. A questo proposito occorre ricordare che il film è stato pesantemente manipolato dalla produzione che ha imposto il commento fuori campo, il finale ottimista dei due amanti in fuga verso un domani radioso ed ecologico con l'aggiunta di scene girate addirittura per un altro film, ma soprattutto l'umanizzazione del protagonista Deckart (Harrison Ford) che la versione originale (rimessa in circolazione nel 1991) rivelava essere invece a sua volta un replicante proprio attraverso l'esternazione in sogno di un elemento della sua memoria artificiale.

Non sono in fondo questi replicanti dei moderni Frankenstein? La raffigurazione di una immagine crudele e distorta della scienza che produce mostri che le si ribellano, edipicamente ancora una volta?

Blade Runner è ambientato nel 2019. Gli autori di fantascienza faticano a sganciarsi da quella data fatidica che è stato il 2000 con il famoso passaggio al terzo millennio: Kubrick ha collocato la sua Odissea nel 2001, Peter Hyams l'Anno del contatto nel 2010, Carpenter addirittura con Fuga da New York nel 1997. Un fascino, quello del millenarismo, che sa più di Medio Evo che di futuro.

Un nuovo Medio Evo, sospettoso del progresso, della scienza e della tecnologia. La cosa curiosa è che tali timori sembrano concentrati sui simboli del mondo che abbiamo costruito con le nostre mani. Paura del possibile disastro informatico, dei cambiamenti climatici che noi stessi inneschiamo, del cibo che produciamo, dell'uomo Frankenstein che le biotecnologie sembrano in grado di creare. A ben vedere, l'aspetto particolare di questa paura collettiva è il rimpianto. "I sapori che non sono più quelli di una volta", "Non ci sono più le mezze stagioni" (lo diceva già Dante). Ebbene, cos'altro si vuole intendere se non che in un passato più o meno perso fra le brume della memoria si viveva tutti meglio? Nulla di strano: un po' di sfiducia nel progresso, come del resto si è verificato più volte nel corso della storia. C'è un legame stretto fra millenarismo e l'idea di progresso: noi viviamo qui e ora, ma preferiremmo trovarci in un altro luogo e in un altro tempo. Un atteggiamento di fuga dalla storia. Insomma, più che una proiezione di scenari futuri, Blade Runner mi appare come la materializzazione del cupo pessimismo di Ridley Scott, saldamente ancorato al suo presente.  

Lucio Braglia
braglia@cicap.org