Il problema, secondo gli autori, è che di solito le ricerche sul tema si sono concentrate sulle credenze in una, o poche, teorie cospirazioniste per volta, non riuscendo quindi, scrivono, «a identificare quali modelli empirici siano generalizzabili alle teorie cospirative e quali invece dipendono dalla situazione o dal contesto», con risultati spesso contraddittori: secondo alcuni studi, per esempio, gli uomini sono più inclini delle donne a credere ai complotti, secondo altri sono più propense le donne; secondo alcuni studi, sono più propense a credervi le persone anziane, mentre secondo altri sono più inclini i giovani, e così via. Di conseguenza, troppe generalizzazioni sono state dedotte dai tratti di chi crede a una o due teorie soltanto, magari usate perché più diffuse tra gruppi sociali differenti.
Se si allarga lo sguardo, invece, il quadro è assai più complesso, affermano Uscinski e colleghi. Per esempio, è vero che correlati individuali come narcisismo, sadismo e psicopatia ricorrono fra chi crede nei complotti, ma la questione è diversa quando si tratta dei correlati politici. Analizzando i dati raccolti nell’arco di 11 anni in 21 paesi, Italia compresa, a proposito di un’ampia gamma di cospirazionismi, Uscinski e colleghi hanno rilevato che reddito, livello d’istruzione ed età sono correlati in senso negativo all’adesione a specifici complotti, mentre il sesso è risultato meno importante. Di norma, se si è più giovani, meno istruiti e più poveri si crede di più ai complotti, però non a tutti: la relazione non è deterministica, e, soprattutto, dipende dal tipo di complotto favorito da chi risponde. Se è vero, all’ingrosso, che spesso chi “crede” è un loser, un “perdente”, contano anche altre caratteristiche, come i tratti psicologici e un contesto informativo “ospitale”. Le opinioni politiche dei cospirazionisti, nota lo studio, molte volte non sono causa delle credenze complottiste, ma dipendono da altri fattori. Semmai, chi è di destra predilige alcune cospirazioni, chi è di sinistra altre.
Per Uscinski e colleghi, il problema è che le ricerche spesso sono partite dal presupposto che chi crede a una teoria del complotto abbia “difetti” di ragionamento. In realtà, le persone spesso aderiscono a teorie di complotto (sovente a più di una) perché i gruppi sociali cui appartengono vivono esperienze dirette che gli paiono fornire un’evidenza tangibile delle intenzioni malevole di altri: useranno queste esperienze per trarre inferenze sul presente o sul futuro. Per questo, è probabile che gli interventi correttivi, spesso basati sulle premesse di una “difettosità” cognitiva, risultino inefficaci.