Per una nuova demografia del cospirazionismo

  • In Articoli
  • 31-12-2024
  • di Giuseppe Stilo
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© a-poselenov@iStock
Dal punto di vista dell’appartenenza demografica, chi crede di più alle cospirazioni? Ritenute incoerenti le prove disponibili finora, il team statunitense che fa capo a Joseph Uscinski - uno dei pionieri delle ricerche sulla teoria dei complotti - ha realizzato cinque nuovi studi, pubblicati su Scientific Reports[1].

Il problema, secondo gli autori, è che di solito le ricerche sul tema si sono concentrate sulle credenze in una, o poche, teorie cospirazioniste per volta, non riuscendo quindi, scrivono, «a identificare quali modelli empirici siano generalizzabili alle teorie cospirative e quali invece dipendono dalla situazione o dal contesto», con risultati spesso contraddittori: secondo alcuni studi, per esempio, gli uomini sono più inclini delle donne a credere ai complotti, secondo altri sono più propense le donne; secondo alcuni studi, sono più propense a credervi le persone anziane, mentre secondo altri sono più inclini i giovani, e così via. Di conseguenza, troppe generalizzazioni sono state dedotte dai tratti di chi crede a una o due teorie soltanto, magari usate perché più diffuse tra gruppi sociali differenti.

Se si allarga lo sguardo, invece, il quadro è assai più complesso, affermano Uscinski e colleghi. Per esempio, è vero che correlati individuali come narcisismo, sadismo e psicopatia ricorrono fra chi crede nei complotti, ma la questione è diversa quando si tratta dei correlati politici. Analizzando i dati raccolti nell’arco di 11 anni in 21 paesi, Italia compresa, a proposito di un’ampia gamma di cospirazionismi, Uscinski e colleghi hanno rilevato che reddito, livello d’istruzione ed età sono correlati in senso negativo all’adesione a specifici complotti, mentre il sesso è risultato meno importante. Di norma, se si è più giovani, meno istruiti e più poveri si crede di più ai complotti, però non a tutti: la relazione non è deterministica, e, soprattutto, dipende dal tipo di complotto favorito da chi risponde. Se è vero, all’ingrosso, che spesso chi “crede” è un loser, un “perdente”, contano anche altre caratteristiche, come i tratti psicologici e un contesto informativo “ospitale”. Le opinioni politiche dei cospirazionisti, nota lo studio, molte volte non sono causa delle credenze complottiste, ma dipendono da altri fattori. Semmai, chi è di destra predilige alcune cospirazioni, chi è di sinistra altre.

Per Uscinski e colleghi, il problema è che le ricerche spesso sono partite dal presupposto che chi crede a una teoria del complotto abbia “difetti” di ragionamento. In realtà, le persone spesso aderiscono a teorie di complotto (sovente a più di una) perché i gruppi sociali cui appartengono vivono esperienze dirette che gli paiono fornire un’evidenza tangibile delle intenzioni malevole di altri: useranno queste esperienze per trarre inferenze sul presente o sul futuro. Per questo, è probabile che gli interventi correttivi, spesso basati sulle premesse di una “difettosità” cognitiva, risultino inefficaci.

Note

1) Enders, A., Klofstad, C., Diekman, A. et al., 2024. “The sociodemographic correlates of conspiracism”, in Scientific Reports, vol. 14, 20 giugno.
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