Cambiare cornice. Una risposta efficace al negazionismo scientifico

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Il LEM dell’Apollo 11 sulla superficie lunare; di spalle, Buzz Aldrin © NASA
Evoluzione, vaccinazioni, cambiamento climatico: l’elenco delle scoperte scientifiche messe in discussione dalle varie forme di negazionismo è lungo e non fa che aumentare ogni giorno. In ognuno di questi casi, abbiamo visto nello scorso numero della rubrica che ai negazionisti della scienza interessa suscitare ad arte nell’opinione pubblica una controversia che nella comunità scientifica non esiste, non certo condurre un dibattito costruttivo[1]. Questa osservazione è importante, perché significa che nel ribattere ai negazionisti non bisogna accettare la cornice in cui essi presentano le questioni scientifiche[2]. Se si cade in questo tranello si rischia di ottenere un risultato opposto a quello desiderato.

Non ho scelto a caso la parola “cornice”: il framing (in italiano, “incorniciare”), cioè il modo in cui si imposta la comunicazione di un tema scientifico, con la scelta degli aspetti da evidenziare e di quelli da tralasciare, influenza la percezione dei cittadini ed è quindi un elemento fondamentale nella comunicazione della scienza. Gli aspetti di una questione scientifica su cui si concentrano i negazionisti non sono quelli più importanti per comprenderne la natura, ma al contrario quelli che possono generare più confusione nei non specialisti, perciò concentrarsi su di essi è controproducente.

Faccio un esempio. Una tesi tipica del “negazionismo spaziale” è che il modulo LEM non avrebbe potuto portare sulla Luna gli astronauti delle missioni Apollo in quanto «fatto di carta stagnola», cioè di materiali posticci come le scenografie di un teatro, anziché di robuste leghe metalliche come un autentico veicolo spaziale.

Di fronte a un’affermazione simile un progettista di satelliti si mette le mani nei capelli, se li ha. Per cominciare, quella copertura ondulata e luccicante che si vede nelle foto del LEM non è carta stagnola; è un materiale onnipresente nell’industria spaziale che si chiama MLI, acronimo di “Multi-Layer Insulation” (isolante multistrato), una protezione termica formata da materassini di materiali riflettenti usata sulle apparecchiature destinate a operare nel vuoto. Ma soprattutto, l’MLI che si vede nelle fotografie è soltanto la protezione esterna del modulo lunare, non è la sua struttura portante. Quest’ultima si trova all'interno, e nel caso del LEM è stata dimensionata ad hoc per la gravità lunare, pari a un sesto di quella terrestre, risultando così molto leggera.

Ma i calcoli ingegneristici necessari per progettare le strutture e l’isolamento termico del modulo lunare richiedono una formazione universitaria e software specializzati fuori dalla portata della stragrande maggioranza delle persone. In una discussione tra un ingegnere spaziale e un negazionista, tali calcoli sarebbero inaccessibili tanto a quest’ultimo quanto agli osservatori esterni, che non avrebbero gli elementi per giudicare da che parte stia la ragione; essi non vedrebbero altro che una discussione astrusa e senza sbocco tra due persone che sembrano entrambe molto sicure della propria tesi. In questi casi, gli studi scientifici mostrano che dopo aver assistito al dibattito chi propendeva già per una delle due posizioni tende a rafforzare ancora di più la propria convinzione, qualunque essa sia.

Questa dinamica ha diverse conseguenze negative. Ingaggiare una discussione con i negazionisti sul loro terreno preferito dà visibilità alle loro tesi e può farle sembrare più diffuse di quanto siano in realtà. Rispondere alle loro obiezioni con argomenti complessi e articolati li legittima come interlocutori credibili: è quello che accade quando si organizza un dibattito tra un climatologo che rappresenta il parere della schiacciante maggioranza dei suoi colleghi e uno scettico del riscaldamento globale, come se entrambe le posizioni avessero lo stesso peso. È una disputa che non finisce mai, perché quando anche si dovesse riuscire a chiarire un punto specifico, la discussione ricomincerebbe immediatamente da capo con l’obiezione successiva. Infine si favorisce la polarizzazione, cioè la contrapposizione tra comunità opposte che fanno della propria posizione sul tema un elemento identitario e che sono incapaci di confrontarsi in un dibattito costruttivo.

Quando si affrontano temi specialistici e controversi, è preferibile rivolgersi non alla minoranza dei negazionisti, ma alla maggioranza di cittadini non esperti dell’argomento e non fortemente schierati, e concentrarsi sugli aspetti più concreti e più vicini alla loro vita quotidiana. Per esempio, nel caso dell’esplorazione lunare, si può parlare delle sue ricadute tecnologiche, che testimoniano nei fatti il lavoro di ricerca e sviluppo promosso dalla NASA e che hanno toccato la vita di tutti. Gli esempi sono molti, dai materiali ignifughi sviluppati dopo l’incendio che costò la vita agli astronauti della missione Apollo 1 e oggi usati nelle tute dei pompieri, alla massiccia richiesta di microprocessori per il programma spaziale, che aprì la strada alla rivoluzione del personal computer. Nel caso del cambiamento climatico, i suoi effetti sui ghiacciai, sul livello dei mari e sull’agricoltura sono senza dubbio più familiari a chi vive nelle località interessate da questi fenomeni rispetto a concetti astratti come i modelli matematici usati dai climatologi o la temperatura media globale dell’intero pianeta.

Un altro aspetto da rifiutare nel framing proposto dal negazionismo è l’apparente simmetria tra le due posizioni del dibattito, cioè tra chi accetta fatti scientifici come l’evoluzione o il cambiamento climatico e chi li nega. La simmetria è soltanto apparente perché da una parte c’è una spiegazione della realtà che ha una coerenza interna, è sostenuta da prove e si integra con l'insieme delle nostre conoscenze, dall’altra c’è la ricerca di piccoli dettagli fuori posto nel discorso della controparte, ma non una spiegazione alternativa esplicita e coerente. Il negazionismo dell’evoluzione tiene insieme i creazionisti biblici con i sostenitori dell’intelligent design, così come il negazionismo del cambiamento climatico associa chi crede che il clima non stia cambiando e chi crede che lo stia facendo ma non a causa delle attività umane: costoro affermano tesi incompatibili l’una con l’altra e hanno in comune soltanto il rifiuto del consenso scientifico. Per far emergere la differenza tra un insieme strutturato di conoscenze e una semplice raccolta di obiezioni eterogenee e contraddittorie, è bene concentrarsi non sulle conclusioni della ricerca scientifica contestate dai negazionisti, ma in primo luogo su come la scienza procede nel formulare ipotesi e metterle a confronto sulla base delle prove sperimentali e poi su come questo metodo può essere seguito anche nella vita quotidiana.

Calibrare il proprio messaggio sulla popolazione generale anziché sui negazionisti e concentrarsi sui problemi concreti e sulle questioni di metodo permette anche di provare a disinnescare il grave problema della polarizzazione, spostando la discussione da uno scontro tra schieramenti contrapposti a un dibattito costruttivo tra persone che hanno opinioni diverse ma hanno in comune i problemi da risolvere e un metodo con cui cercare le soluzioni. È un’impresa disperatamente difficile, ma vale la pena di tentare.

Note

1) Ferrero, A., 2025. “Le radici nascoste”, in n. 63 ]
2) Bretter, C., Schulz, F., 2023. “Why focusing on 'climate change denial’ is counterproductive”, in Proceedings of the National Academy of Sciences 120 (10).

ANDREA FERRERO è ingegnere e lavora alla progettazione di veicoli spaziali presso la Thales Alenia Space di Torino. È vicepresidente del CICAP.
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