Come parlare con un negazionista scientifico

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Il riscaldamento globale? Fluttuazioni climatiche naturali. I vaccini? Non servono, sono solo un business di big pharma. Il Covid? Non esiste, è una normale influenza... Si potrebbe continuare a lungo a elencare le affermazioni di chi attacca la verità e nega ogni valore al consenso scientifico e gli esempi di questo tipo sono ormai sempre più diffusi. Sui social, in TV, anche nelle nostre cerchie di amici, conoscenti e colleghi di lavoro i negazionisti scientifici sono ovunque. E ragionare con loro sembra inutile, visto che le loro argomentazioni sono del tutto irrazionali. Ma ignorarli sarebbe un errore.

«Ho partecipato a una Convention internazionale dei sostenitori della Terra piatta, ho parlato di cambiamenti climatici con i minatori della Pennsylvania e di vaccini ai No Vax. Nessun collega scienziato voleva venire con me, ma ci sono andato comunque. E ne è valsa la pena». A parlare così è Lee McIntyre, Research Fellow al Center for Philosophy and History of Science della Boston University, oltre che autore di numerosi saggi sulla scienza e su chi la scienza la rifiuta. McIntyre è stato anche uno degli ospiti speciali del CICAP Fest 2022.

I 5 difetti di ragionamento dei negazionisti


«Stanno crescendo le ricerche che dimostrano come la confutazione di idee sbagliate sia tutt’altro che futile» spiega McIntyre. «E la strategia più efficace è quella che mette in evidenza i difetti del ragionamento negazionista. Perché, chi rifiuta la scienza, che si tratti di vaccini, evoluzione, clima o Terra piatta, attinge sempre alle stesse tecniche di ragionamento imperfette».

Sono cinque, in particolare, gli errori identificati dai fratelli Hoofnagle, due tra i principali studiosi del negazionismo, per spiegare come ragiona chi rifiuta i fatti e la scienza: 1) raccogliere solo le prove che sembrano confermare le proprie idee e respingere tutte quelle che le confutano; 2) fare ampio affidamento alle teorie del complotto; 3) impegnarsi in ragionamenti illogici; 4) affidarsi a falsi esperti; 5) insistere sul fatto che la scienza debba essere perfetta.

«Per esempio, a chi sostiene che i vaccini non sono perfettamente sicuri, si può rispondere che è irragionevole aspettarsi che i vaccini abbiano una sicurezza del 100%, quando nessun altro farmaco – nemmeno l’aspirina – può dare questo tipo di garanzie» suggerisce McIntyre. «Ora, alcuni negazionisti, come i No Vax o quelli che negano il riscaldamento climatico, potrebbero trovare offensivo l’accostamento con i terrapiattisti, ma la verità è che alla base di queste credenze c’è sempre qualche ideologia. In qualche caso è politica, altre volte religiosa... Ciò che capita è che quando una persona vede smentita dalla scienza una credenza a cui è tanto affezionata, preferisce rinunciare alla scienza». E non solo alla scienza.

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McIntyre.

Verità “alternative”


«L’ascesa di Donald Trump ha rappresentato una svolta, non solo per gli Stati Uniti, rispetto alla negazione dei fatti, di qualunque tipo» spiega McIntyre. «Lui e i suoi alleati nei media conservatori e nel Partito Repubblicano hanno sfruttato tipiche tecniche di disinformazione e le hanno applicate alla politica interna per respingere qualunque informazione scomoda rispetto ai propri obiettivi. La quantità di bugie, prima nella campagna elettorale e poi durante la presidenza, è stata così estesa e palese, per chi non fosse accecato dall’ideologia, che quasi i media non riuscivano a tenere il passo, una tattica di disinformazione nota come “l’idrante della menzogna”. E il successo della campagna con cui si è cercato di screditare l’esito delle elezioni presidenziali del 2020 rappresenta un punto di non ritorno, a partire dal quale Trump e i suoi sostenitori hanno solo aumentato la diffusione di falsità e distorsioni».

Si è parlato a questo proposito di epoca della post-verità, intendendo non tanto la grande diffusione di menzogne e disinformazione, che da sempre accompagnano il cammino dell’umanità, quanto il tentativo di insinuare “verità alternative” attraverso il controllo della comunicazione.

«La post-verità è peggio che mentire» osserva McIntyre. «Mentendo, almeno rispetti il tuo pubblico abbastanza da cercare di convincerlo che una cosa falsa è vera. Con la post-verità, non ti interessa davvero se la gente ci crede veramente. Non ti sforzi nemmeno di convincerla. Ma attraverso il controllo politico cerchi di imporre per legge che certe cose false siano credute vere».

Esempi di manipolazione della realtà si trovano già nel ventesimo secolo. La politologa Hannah Arendt ricordava nel suo libro Le origini del totalitarismo come le falsità della Germania nazista e dell’Unione sovietica venivano usate per controllare la popolazione. Secondo Arendt, la sottomissione politica della realtà ha lo scopo di rendere le persone ciniche e indurle così a pensare che sia impossibile conoscere davvero la verità, spingendole ad arrendersi. In questo modo le persone diventano più facili da controllare.

«Credo che fosse esattamente questo ciò che Trump stava cercando di fare negli Stati Uniti» commenta McIntyre. «Per questo, non possiamo permetterci di ignorare i negazionisti. Si potranno rinnovare le regole con cui i social media diffondono e alimentano la diffusione di falsità e si potrà incrementare l'insegnamento dell'alfabetizzazione mediatica. Tutto giusto. Ma il primo passo per vincere la guerra alla verità è accettare il fatto che c’è un attacco in corso. Il secondo è la necessità di impegnarsi in prima persona per contrastare la disinformazione».

Una questione di identità


Fino a qualche tempo fa, si riteneva che cercare di smentire una falsa credenza potesse avere come effetto non voluto quello di rafforzare le convinzioni di chi a quella credenza vuole credere. Un effetto che due ricercatori dell’Università di Exeter, in Inghilterra, chiamarono “effetto backfire”. Tuttavia, nuove ricerche, confermate anche dagli stessi studiosi inglesi, dimostrano che un simile effetto è molto più debole di quanto suggerito.

Si è visto, in effetti, che le persone cercano informazioni basate sui fatti, e anche quando queste informazioni contrastano con le loro posizioni ideologiche non sempre le respingono. L’irrigidimento di una persona che crede in qualcosa può verificarsi più facilmente se costei vede messe in discussione le idee che definiscono la sua visione del mondo e, dunque, la sua identità.

«Se c’è in gioco l’identità di una persona, allora mettere in discussione le sue credenze può significare mettere in discussione l’immagine che questa persona ha di sé stessa. E qui bisogna andarci cauti» avverte McIntyre. «Quando l’identità di una persona è così strettamente legata a certe sue convinzioni, cercare di farle cambiare idea è come cercare di convincere qualcuno a cambiare religione o il partito politico di riferimento. È un’impresa! E dunque occorre essere rispettosi. A volte, il vero motivo per cui le persone abbracciano credenze irrazionali e poi, anche di fronte ai fatti, si rifiutano di abbandonarle risiede nel fatto che ciò le fa sentire parte di un gruppo e le fa stare bene, le fa sentire speciali».

Si tratta, dunque, di trovare il modo di contrastare il negazionismo scientifico senza però mettere in discussione l’identità di una persona. E come si fa? Non attaccando le credenze in sé, ma cercando di rendere evidente, in maniera rispettosa, l’illogicità di certe posizioni, in modo che il disincanto possa almeno iniziare da qualche parte.

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Come si confuta un negazionista


Come funziona, dunque, nella pratica la confutazione dei negazionisti? «Quando ho partecipato alla Flat Earth International Conference nel 2018, ho scelto di non dire nulla il primo giorno, anche se è stato difficile tenere la bocca chiusa quando ho sentito dire che l'Antartide sarebbe un muro di ghiaccio che impedisce al mare di defluire dalla Terra» racconta McIntyre. «Il secondo giorno, ero felice di avere aspettato. Sapevo che se avessi offerto prove, avrebbero detto che lo spazio non esisteva e che gli scienziati erano bugiardi. Anche se non ho convinto nessun terrapiattista sul momento, ho imparato come indurli almeno ad ascoltare. Li ho lasciati parlare, poi ho continuato con le domande una volta che il dialogo era in corso. Invece di confutare le argomentazioni, ho chiesto: “Quali prove potrebbero farti cambiare idea?”. Se dicevano che servivano delle “evidenze”, ho chiesto perché le prove esistenti erano insufficienti. Se condividevano una teoria del complotto, chiedevo perché si fidavano delle prove che sostenevano quella teoria. In questo modo, e non limitandomi a elencare fatti e numeri, sono stato in grado di portarli a chiedersi perché non riuscivano a rispondere alle mie domande. È un modo per insinuare almeno il seme del dubbio».

L’esperienza e la ricerca dimostrano infatti che non si può convincere chi nega la scienza portando solo argomentazioni scientifiche, dati e numeri, perché non è vero che chi non si fida della scienza sia solo poco informato. Spesso quella che manca è la fiducia.

«E la fiducia va costruita, con pazienza, rispetto, empatia e connessioni interpersonali. Poiché ho passato il primo giorno ad ascoltare, anche i negazionisti più convinti alla fine erano interessati a ciò che avevo da dire» dice McIntyre. «Invece di cambiare argomento e affrontare conversazioni più facili, è meglio impegnarsi in uno scambio rispettoso. Se si dedica più tempo a fare domande che a offrire spiegazioni, è più probabile che le persone prestino attenzione alle spiegazioni che potremo offrire».

In quali contesti può valere la pena intraprendere questo tipo di scambi? «Ovunque si possano trovare negazionisti della scienza. Parlatene in fila dal farmacista. Fate volontariato, parlatene alla scuola dei vostri figli. Oppure, se siete abbastanza ambiziosi, unitevi a me alla prossima convention sulla terra piatta».

Articolo pubblicato su Focus di giugno 2022, si ringraziano autore ed Editore per aver concesso il diritto di riproduzione.
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