Che cos’è la scienza

Capacità di coltivare il dubbio, sperimentazione, falsificabilità delle teorie. La psicocinesi, invece...

In passato (e ancora oggi) si è spesso tentato di definire con precisione il concetto di scienza.
Diderot si rendeva conto della difficoltà di questo tentativo e, nell’introduzione della sua celebre Encyclopédie, alla fine del Settecento, affermava che non esiste una definizione che possa darne un’idea precisa ai non iniziati. Alcuni decenni or sono, come ricordava il filosofo della scienza Ludovico Geymonat, un valente e ben noto studioso di geometria, l’americano Oswald Veblen, proponeva per la sua scienza la seguente, paradossale definizione: «Geometria è ciò che viene ritenuto tale da un numero abbastanza grande di persone competenti...».
In modo assai simile, l’inglese Peter B. Medawar, premio Nobel per la biologia, ha cercato di aggirare l’ostacolo proponendo, per lo scienziato, una definizione solo apparentemente ovvia: «Chi è lo scienziato? Chi si comporta come tale». Verrebbe subito voglia di adottarla, per le implicazioni intuibili dietro questa semplice formuletta.

Elogio del dubbio


In che modo dunque dovrebbe comportarsi lo scienziato? A giudicare dalla pratica quotidiana in ambito scientifico, una qualità essenziale è saper dubitare: chi ha troppe certezze sulle proprie idee e sui propri risultati rischia infatti di smarrirsi.
Diversamente da quanto accade nelle ideologie e nelle religioni, il punto di partenza è rovesciato: non esistono verità assolute, ma piccole verità transitorie, da superare al più presto per raggiungerne altre, che attendono di essere scoperte. I dati acquisiti sono sempre da considerarsi provvisori, o comunque vanno inseriti in un sistema in movimento, sottoposto a frequenti cambiamenti. L’atteggiamento di continuo dubbio, di continua verifica e autocritica è, bisogna dirlo, abbastanza anomalo nel comportamento umano. Quante volte a un politico o a un uomo di fede capita di dire: «Hai ragione, le mie idee erano sbagliate; la tua dimostrazione è convincente»? Probabilmente mai.
Questa profonda umiltà, questa disponibilità a cambiare idea rinunciando alle proprie teorie se si dimostrano errate, sembrano contrastare non poco con la natura umana. L’uomo tende sempre a ritenere fondate le proprie idee, non solo in politica o in economia, ma in tutti i campi in cui conta il giudizio personale. Ed è molto difficile far cambiare parere un individuo. Inevitabilmente questo aspetto della natura umana emerge anche nella scienziato: per esempio, a un ricercatore può capitare di innamorarsi di un’ipotesi e di accettare con difficoltà una risposta sperimentale che la contraddica. Un tale atteggiamento, però, può sciupare preziosi anni di lavoro e, alla fine, danneggiare gravemente la reputazione del ricercatore.
Nella scienza, insomma, è un po’ come nello sport: per quanto si possa essere affezionati ai propri campioni e alla propria squadra, sono i risultati che contano e, talora, bisogna saper riconoscere il primato dell’avversario in attesa che tale primato venga a sua volta superato.

Sperimentare e falsificare


Naturalmente occorre sottoporre a un adeguato controllo i risultati ottenuti per verificare che siano validi, e non il frutto di un errore.
Nella scienza tale controllo si chiama “metodo sperimentale”: un metodo che ha dato origine a una selezione naturale delle osservazioni e delle teorie, permettendo un’evoluzione delle idee ancora in atto.
In altre parole, quando si formula un’ipotesi bisogna fornire le “pezze d’appoggio” sperimentali, con i dati e la descrizione dell’esperimento, in modo che chiunque possa ripeterlo, verificarlo o criticarlo. Analogamente, quando un esperimento supera il vaglio delle critiche, confermando la teoria che lo ha ispirato, esso deve essere ritenuto valido, oppure bisogna motivare in modo documentato un’eventuale opposizione.
Non solo. Perché una teoria possa essere considerata scientifica, afferma il filosofo della scienza Karl Popper, deve poter prevedere un esperimento che, se riuscisse, potrebbe smentirla (“falsificarla”). Che cosa significa? Semplicemente questo: noi sappiamo per esempio che, in base alla gravitazione universale, le mele cadono dagli alberi; l’esperimento, che potrebbe smentire le leggi di Newton, dovrebbe dimostrare che le mele possono anche risalire sugli alberi. Se un tale esperimento riuscisse, anche con una sola mela, le teorie di Newton sarebbero falsificate. Tali teorie, dice Popper, sono quindi scientifiche perché sono falsificabili (in realtà, secondo altri, le cose sono più complesse; ma questo è certamente un’ottima strada da seguire come prima approssimazione).
La psicocinesi invece (una delle “specialità” della parapsicologia) non è in grado di produrre un esperimento falsificabile. Essa afferma che a volte certi oggetti possono muoversi da soli e levitare. Dunque, una mela potrebbe risalire sull’albero...
Ma pur volendo dar credito a simili racconti, alquanto fantasiosi, come si potrebbe organizzare un esperimento capace di falsificare una simile teoria? Non è possibile. Perché, anche se si ponessero sotto controllo tutti i meli e i meleti del mondo per un anno intero, qualcuno potrebbe sempre dire che una levitazione è avvenuta l’anno prima, o che avverrà l’anno dopo, oppure che non si è osservato bene un certo melo che si trova nel Tibet... Del resto, quando si esce dalla sperimentazione tutto può essere detto o sostenuto; ma se non lo si dimostra davanti agli altri, non ci si può poi atteggiare a vittima di una congiura. Anzi, si hanno tutte le migliori ragioni per diffidare di simili atteggiamenti, perché il passato è pieno di esempi del genere, anche illustri.
Prima di Galileo, si tendeva a dare una posizione preminente al mondo delle idee più che a quello della sperimentazione. Grandi uomini della storia, come lo stesso Aristotele, sono stati in seguito severamente criticati, poiché molti hanno visto nel loro modo di impostare la scienza un forte ostacolo all’avanzamento del sapere. Già nel Seicento il filosofo inglese Joseph Glanvill scriveva a questo proposito: «Aristotele non utilizzò gli esperimenti per avvalorare le proprie teorie, ma dopo averle arbitrariamente postulate egli si comportò in modo da forzare l’esperimento, per suffragare e sostenere le sue precarie proposizioni». L’esperimento, naturalmente, deve invece essere visto come un setaccio destinato a eliminare impietosamente le idee sbagliate o le ipotesi non corrette. È il “cimento” galileiano, cioè la prova cui bisogna sottoporre qualunque tesi: per confermarla, oppure per modificarla o, addirittura, abbandonarla. Una verifica critica che vale in ogni istante della vita di uno scienziato, persino quando egli ha conquistato credito e notorietà: niente, infatti, lo salva da un possibile errore.
La selezione naturale nella scienza opera infatti non solo nei confronti delle teorie e degli esperimenti, ma anche nei confronti degli uomini. I meriti passati non contano: ogni volta bisogna ricominciare da capo. Come nello sport, appunto.
Ma se il metodo sperimentale rimane la strada maestra della ricerca, molto si è discusso (e molto si discute ancora) sulle relazioni che debbono esistere tra teorie di esperimento. Ce ne occuperemo la prossima volta.

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