Un test di radiestesia

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  • 01-05-2011
  • di Luigi Garlaschelli e Simone Angioni
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Nella primavera del 2010 la segreteria del CICAP ricevette una lettera dal sig. G. M., insegnante che abitava in provincia di Teramo. Egli raccontava che la sua zona molti anni fa era terra di briganti, i quali forse a volte nascondevano sottoterra i loro bottini. Venuto a conoscenza delle (presunte) possibilità che la rabdomanzia e la radiestesia offrirebbero nell’identificare la presenza di oggetti o materiali nel sottosuolo, G. M. decise di iniziare a sperimentare, forse nella speranza di ritrovare antichi tesori nascosti.

Egli affermava di essere riuscito, dopo varie prove, a ritrovare mucchietti di monete sepolte a breve profondità da un amico, una vera d’oro smarrita in un campo e altri oggetti analoghi.

Queste divinazioni sarebbero state da lui eseguite sia direttamente sul terreno, con la classica bacchetta biforcuta da rabdomante, sia a distanza, operando con un pendolino su di una mappa della zona. Si tratterebbe quindi più precisamente, in questo caso, di una tecnica di radiestesia.

G.M. proponeva dunque al CICAP di verificare le sue capacità con un test a distanza. Si sarebbe trattato di seppellire un barattolo di monete (centesimi di Euro di ottone) in una zona isolata; egli poi, ottenuta la mappa della zona tramite cartine topografiche o tramite il sito Google Maps, avrebbe indicato la posizione del barattolo stesso.

La prova era apparentemente semplice, e sembrava prestarsi bene per una esercitazione pratica durante il IX Corso per investigatori del Mistero, che nel 2010 si è svolto a Pavia.

Abbiamo quindi contattato telefonicamente il sig. G. M., per definire meglio i particolari. Le indicazioni emerse furono le seguenti: a) occorreva trovare una grande area isolata, con poche case; b) si sarebbe posto un mucchio di monete di solo ottone (il colore giallo le farebbe distinguere meglio da altri metalli eventualmente presenti) del peso di almeno un kilogrammo in una posizione identificabile con accuratezza; c) avremmo indicato al sig. G.M. l’area del test, ed egli avrebbe identificato il luogo esatto. d) il test non avrebbe costituito una prova ufficiale per il Premio di James Randi, ma avrebbe rivestito carattere informale.

Simone Angioni e il sottoscritto si misero alla ricerca di un’area adatta nelle vicinanze di Pavia, identificandola nella zona di Montebellino (per chi ha accesso a Google Earth: ricercare “Montebellino Pavia”). L’area è compresa tra le frazioni di Montebellino, Cittadella, Villalunga, Molino Vecchio e Divisa. Ha un’area di circa 2 Km2 e, dopo un primo veloce sopralluogo, è risultata essere costituita da campi e risaie, divise da sentieri per il passaggio delle macchine agricole, rogge di irrigazione e piccoli ponti.

Si trattava ora di riuscire a stabilire come il sig. G.M. avrebbe potuto indicare una posizione precisa in quest’area, e soprattutto quantificare in qualche modo le probabilità che avrebbe avuto di indovinare.

Un secondo sopralluogo, con un navigatore satellitare Tom Tom e un apparecchio iPhone dotato della funzione Google Earth, permise di accertare innanzitutto che la sensibilità di questi strumenti, verificata cambiando posizione, era - deludentemente - solo di qualche metro. Anche la corrispondenza tra le indicazioni di questi strumenti GPS e le coordinate ricavabili da Google Earth era problematica.

Si è quindi deciso di operare ignorando le coordinate geografiche, ma di procedere in modo diverso. La zona sarebbe stata suddivisa in circa cento aree quadrate, ognuna identificabile tramite un numero o delle coordinate in stile “battaglia navale”. Se ogni riquadro fosse stato, almeno in prima approssimazione, identico agli altri, il sig. G. M. avrebbe avuto una probabilità di circa 1/100 di indovinare in modo casuale quello esatto. Questi livelli di probabilità sono quelli che normalmente si richiedono, almeno durante un primo test, perché esso si ritenga superato.

Tramite il programma Google Earth si sono perciò acquisite immagini ad alta risoluzione di tutte le porzioni dell’area totale, ricomponendole poi, come un puzzle, in una sola grande immagine, che è stata stampata in bianco/nero, su un foglio di formato A2 (50 x 60 cm).

Questo passaggio, rivelatosi tecnicamente più difficile del previsto, si è reso necessario per ottenere una fotografia a risoluzione sufficientemente elevata da potere identificare con sicurezza i particolari della zona (alberi, sentieri, ecc), risultato non possibile se si fosse acquisita in una sola immagine di Google Earth tutta la zona.

La grande mappa, stampata, è stata poi quadrettata a mano con un reticolo nel quale ogni riquadro aveva un lato di 2 cm ed era identificato tramite coordinate numerico-letterali, da 1 a 23 in ascisse e da A a I in ordinate.

Sono poi stati eliminati, barrandoli in rosso, i riquadri adiacenti a case o costruzioni. Fatto questo, i quadrati residui erano 159.

Secondo i nostri piani, il sig. GM avrebbe dovuto semplicemente indicare il riquadro scelto tramite le coordinate arbitrarie della mappa. Il punto esatto all’interno del riquadro non gli sarebbe stato richiesto, ma sarebbe stato identificabile con precisione dagli sperimentatori che si sarebbero recati sul luogo con la mappa ad alta risoluzione. È infatti facile riconoscere in essa gli alberi, i confini tra i campi, le rogge, eccetera.

Dopo ulteriori accordi e spiegazioni telefoniche, una copia cartacea di questa mappa fu poi inviata per posta normale al sig. G.M., il quale si dichiarò d’accordo sul procedimento proposto.

Tutte queste operazioni richiesero un certo periodo di tempo, durante il quale i partecipanti al Corso per Investigatori del mistero venivano tenuti al corrente dell’evolversi della situazione.

Nel frattempo, molti campi della zona scelta... erano stati allagati e trasformati in risaie. Soltanto a fine luglio si riuscì finalmente a dare inizio a una prova vera e propria.

Ci procurammo un chilo e mezzo di monete (in una banca, suscitando qualche curiosità) che furono poste in un barattolo di plastica. Fu scelto un luogo facilmente identificabile sia sul campo che nella mappa, verso il centro dell’area di Montebellino, e il barattolo fu sepolto a circa 10 cm sotto terra, prendendo nota degli opportuni indizi, quali distanza dal bordo del sentiero e da un albero vicino, per recuperarli in seguito (le monete valevano in totale circa 50 Euro).

Finalmente il sig. G.M. viene avvisato telefonicamente che il “tesoro” era in posizione.

Per la prima prova, gli viene comunicato il luogo esatto, in modo che egli possa verificare se effettivamente percepisce la presenza del metallo, così che tutti siano certi che le condizioni sono adatte alle prove seguenti.

Il giorno seguente, il sig. G.M. ritelefona e conferma di percepire con chiarezza la presenza del barattolo dove gli era stato indicato.

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Siamo pronti per la prova effettiva. Il barattolo viene dissepolto e spostato in un secondo punto della mappa. Il sig. G.M. viene avvisato che può procedere, e chiede un paio di giorni per identificare sulla mappa il luogo esatto, o meglio le coordinate del riquadro che lo conteneva.

Quando ci richiama, afferma: «L’ho trovato! Sono pronto a stupirvi... resterete senza parole! Il barattolo è in E 16 !»

«...ehm, no, ci spiace. Non si trova dove dice lei: è in B 18»

«Ma... possibile? il pendolino era chiarissimo!»

«Senta, riprovi ancora, e ci richiami quando è pronto».

Il giorno seguente, il sig. G.M. richiama, fornendo una seconda coordinata.

«Spiacenti, non è nemmeno lì. Ha sbagliato di nuovo».

C’è un comprensibile imbarazzo reciproco.

Tentiamo di venire incontro al sig. G.M. proponendo una prova più complicata, ma che avrebbe dovuto essere irrefutabile: avremmo scelto un punto sulla mappa, vi avremmo deposto il “bersaglio” e gli avremmo comunicato immediatamente, per telefono, dove si trovava. Egli avrebbe dovuto verificare subito dopo che “percepiva” chiaramente la presenza del bersaglio in quel punto, che era quindi adatto e privo di eventuali interferenze impreviste.

Avremmo poi spostato il bersaglio in altri punti - per un totale di dieci - ogni volta comunicandogli la posizione e accertandoci che egli ne percepisse la presenza.

Alla fine di queste prove preparatorie, avremmo avuto le coordinate di dieci punti nei quali il bersaglio veniva percepito con certezza. Per il test vero e proprio, avremmo allora spostato il barattolo con le monete in uno dei dieci punti, scelto a caso, senza però dire, questa volta, dove si trovava.

In queste condizioni, la probabilità di indovinare in base a una scelta casuale era di 1/10. Abbiamo richiesto perciò che il sig. G.M. indovinasse due volte successive la posizione del barattolo, che la seconda volta sarebbe stato ovviamente posto in un altro (o nello stesso) punto, sempre scelto a caso tra i dieci possibili. La probabilità di indovinare correttamente due volte successive è quindi di 1/100.

Il test si svolse durante un pomeriggio di telefonate e di scarpinate avanti e indietro per campi caldi e polverosi alla ricerca dei punti ove posizionare il nostro tesoretto (fortunatamente, il sig. G. M. ci dispensò dalla necessità di seppellirlo ogni volta).

Arrivati alle due risposte cruciali, da dare “alla cieca”, egli sbagliò entrambe le volte.

Il nostro radiestesista non si seppe spiegare come mai percepiva perfettamente la presenza del metallo solo quando già sapeva dove esso si trovava.

Da parte nostra, gli abbiamo assicurato che saremmo stati disponibili a effettuare un test diverso ma egualmente rigoroso se ce lo avesse proposto.

Vogliamo concludere con alcune considerazioni metodologiche. Innanzitutto, non è facile trovare una vasta area priva di case, soprattutto nelle zone del Nord Italia densamente popolate.

Inoltre, una volta creata la mappa e suddivisala a quadretti, non è detto che ogni riquadro possegga la stessa probabilità di essere quello in cui è stato posto un bersaglio. Alcuni saranno più vicini a un sentiero, altri più lontani o privi di adeguati punti di riferimento, eccetera. Forse l’ideale sarebbe un campo da calcio, con terreno perfettamente uniforme e omogeneo, ma di dimensioni molto minori.

Infine, dobbiamo notare che la prova, peraltro informale, era basata sulla fiducia da parte del sig. G. M. che noi avessimo effettivamente compiuto tutte le operazioni che gli andavamo descrivendo per telefono. Per rimediare a questa carenza, il solo modo sarebbe stato che una persona fidata, amica del radiestesista, fosse venuta in loco (a Pavia) e ci avesse seguiti durante tutte le operazioni. Naturalmente, in questo caso, avremmo dovuto accertarci che il testimone non potesse comunicare al sig. G. M, tramite telefono cellulare o altro, le posizioni dei bersagli al momento del test vero e proprio.

Note

  1. Rabdomanzia. La ricerca dell'acqua e di altri tesori nascosti. di Luigi Garlaschelli e Andrea Albini. Avverbi, 2005.