Bufale in medicina

I “digestivi” (inutili) per chi digerisce benissimo

  • In Articoli
  • 18-10-2011
  • di Giorgio Dobrilla
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©Junretson
Tra i misteri di cui il CICAP si occupa con lodevole impegno dovremmo includere quello del perché così tanta gente che digerisce benissimo aneli a migliorare la propria digestione usando espedienti eterogenei, suggeriti da tradizioni, specie esotiche, o da (pseudo)informazioni non disinteressate, divulgate da aziende produttrici di farmaci, convenzionali o non convenzionali.

Indubbiamente, questa immotivata speranza si regge sulla ignoranza specifica di molte persone, anche di buona cultura generale, che dovrebbero pur chiedersi cosa significa a grandi linee “digestione” e come concretamente questa avviene.

La buona divulgazione riguardante i concetti essenziali del processo digestivo in effetti non manca, ma l’entusiasmo con cui molti leggono le novità riguardanti i vantaggi di presunti “digestivi”, o di diete a dir poco mirabolanti, è ben maggiore del tempo da essi dedicato per informarsi sui cardini, in sé molto semplici, della digestione alimentare.

Questa ignoranza conduce a interessarsi non ai dati scientifici assodati, ma ai rimedi eupeptici che vengono propinati massicciamente e incrementa la suscettibilità alle bufale acriticamente accettate.

Per aiutare a difendersi dalle interessate prese in giro dei vari uffici di marketing conviene allora forse riassumere brevissimamente alcuni concetti.

In sintesi, la digestione degli alimenti serve a convertire ciò che mangiamo (carni, grassi e zuccheri complessi) nei rispettivi costituenti di base, di dimensione così ridotta da poter attraversare la mucosa dell’intestino tenue per poi giungere al fegato con il sangue portale: dalla carne si arriva così progressivamente agli aminoacidi, dai grassi neutri agli acidi grassi, dall’amido e da altri zuccheri complessi al glucosio. Questa “frantumazione” meccanica e grossolana dipende inizialmente dalla masticazione, ma poi diventa totalmente chimica grazie all’opera di enzimi specifici per ogni tipo di alimento, enzimi che catalizzano la degradazione dei vari cibi fino a renderli assorbibili.

Alcuni enzimi digestivi non fondamentali sono presenti già nella saliva e nello stomaco, ma sono gli enzimi prodotti dal pancreas quelli essenziali (in primis tripsina, chimotripsina, amilasi e lipasi). Senza di essi la digestione e la successiva assimilazione delle varie pietanze non sarebbe possibile e ciò comprometterebbe la stessa sopravvivenza, che è possibile solo grazie ad un rifornimento continuo di calorie atto a garantire l’apporto energetico necessario al funzionamento di organi ed apparati (attività respiratoria, cardiaca, cerebrale, renale, movimento muscolare, etc), così come al mantenimento della temperatura corporea. Data l’importanza di un normale processo digestivo, in lunghissimi anni di evoluzione il nostro organismo si è assicurato che gli enzimi pancreatici vengano prodotti in larghissimo eccesso. Ed infatti il 90% del pancreas deve essere danneggiato (per infiammazione o tumore), o rimosso chirurgicamente, prima che la digestione diventi insufficiente e comporti un progressivo deperimento (“cachessia”, in gergo medico).

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©Jamensonf
In altri termini, basta solo il 10% del pancreas e degli enzimi che tale ghiandola produce per digerire adeguatamente ciò di cui ci nutriamo. Fortunatamente, un deficit funzionale pancreatico superiore al 90% è un evento raro anche nei soggetti con pancreatite cronica conclamata e ci vogliono comunque più di dieci anni di malattia perché esso affiori e richieda l’assunzione di enzimi sostituivi atti a compensare il deficit.

Ne deriva che qualsiasi rimedio “per digerire” suggerito alla stragrande maggioranza dei malati con insufficienza pancreatica modesta, e peggio ancora a pazienti sani non pancreopatici, non ha nessun senso, non serve a chi lo assume e comporta dei vantaggi solo per chi produce il digestivo, quale che esso sia. Può trattarsi di un amaro commerciale, di un “amaro medicinale” (?), di una tisana, di un rimedio “alternativo”, e persino di enzimi pancreatici prodotti dall’industria (specie la lipasi), di per sé attivi, ma del tutto inutili se il deficit di produzione da parte del pancreas è inferiore al 90%. Sarebbe come aumentare il numero dei calciatori in panchina quando in campo ci sono già undici che giocano e non è consentita alcuna sostituzione.

Chiediamoci allora quale beneficio digestivo ci si può aspettare di un amaro in commercio, da un centerbe artigianale del solito frate fitoterapeuta, da un grappino o da un indefinito “sgroppin” veneto, che può contare solo sull’effetto placebo derivante dal verbo “disgroppare” (sciogliere un nodo, cioè il nostro senso di pienezza).

Nonostante queste nozioni siano ben note da decenni, grazie soprattutto al contributo dei gastroenterologi della Mayo Clinic di Rochester, fino a pochi anni fa venivano ampiamente venduti, a persone con digestione normalissima, farmaci contenenti enzimi digestivi. In molti di questi preparati, tra l’altro, la quantità di enzimi risultava veramente risibile, ben al di sotto delle migliaia di unità internazionali che, quando occorre, si devono invece assumere in concomitanza di ciascuna assunzione di cibo (quindi 5 volte al giorno tra colazione del mattino, merende interprandiali e pasti).

I produttori glissavano inoltre (in buona fede?) sul fatto che solo speciali microsfere di enzimi di appena qualche millimetro e gastroprotette possono garantire un adeguato effetto digestivo “dove occorre”, cioè nell’intestino tenue. Quando tali formulazioni non erano disponibili, i pazienti veri o presunti assumevano dunque preparati non solo non indicati ma anche inattivi, in quanto gli enzimi assunti oralmente venivano distrutti in larga misura nello stomaco a causa dell’acidità e dell’enzima proteolitico pepsina presente nel succo gastrico.

Ora le cose vanno meglio, i preparati “acqua fresca” sono stati alla fine ritirati, ma non è male ricordare le bufale che per molto tempo hanno tenuto il campo con ottimi risvolti commerciali: la prima, come si è detto, è rappresentata dalla prescrizione di enzimi pancreatici a soggetti che non avevano alcuna ragione di assumerli e che pertanto non hanno migliorato la digestione; la seconda dalla prescrizione, a pazienti realmente bisognosi di una terapia sostitutiva, di enzimi in dosi del tutto insufficienti e comunque abbondantemente inattivati dal succo gastrico prima di giungere a destinazione nel tenue.

Meglio ricordarsi di queste bufale perché, come diceva Cicerone, ovviamente in un altro contesto: “La memoria si indebolisce se non la si esercita.”