Richard Owen e i serpenti di mare

  • In Articoli
  • 17-12-2012
  • di Sofia Lincos
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Richard Owen fu uno dei naturalisti più celebri dell’Ottocento, anche se oggi molti lo ricordano solo per le polemiche con Darwin sull’evoluzionismo, o per aver coniato il termine “dinosauro”. Eppure Owen è una figura importante nella storia dello scetticismo: contribuì infatti a tracciare la linea di demarcazione tra zoologia e criptozoologia. Nato nel 1804 e laureato di medicina, Owen si trovò a catalogare l’Hunterian Collection, una raccolta di 13.000 reperti umani e animali acquistati dalla casa reale britannica. Fu in questa occasione che approfondì la zoologia e l’anatomia comparata, conoscenze che gli furono utili quando venne nominato sovrintendente del British Museum.

Occorre dire che in quel periodo la zoologia risentiva ancora di quella “attenzione per il meraviglioso” tipica del secolo precedente: gli studiosi di scienze naturali s’interrogavano seriamente sull’esistenza di sirene, mostri marini e unicorni, e nessuno lo trovava strano. Una creatura in particolare sembrò catalizzare l’attenzione degli scienziati per tutto l’Ottocento, a causa dei ripetuti avvistamenti descritti dalla stampa: il serpente di mare.

Anche Owen se ne interessò, collezionando resoconti, articoli di giornale e altro materiale mandatogli dai suoi corrispondenti. Studiando i suoi appunti, Brian Regal, storico della scienza presso la Kean University ha recentemente pubblicato sulla rivista Endeavour una ricostruzione di come variò nel corso del diciannovesimo secolo l’opinione dei naturalisti sull’argomento.

L’idea dei serpenti di mare non era nuova; ma il dibattito scientifico sulla loro esistenza si aprì ufficialmente nel 1848, quando Peter M’Quhae, capitano del Dedalus, avvistò una strana creatura al largo delle coste sudafricane. Secondo le testimonianze si trattava di un serpente marino di trenta o quaranta piedi, che si muoveva alla velocità di quindici miglia l’ora, con una bocca piena di denti aguzzi e una criniera da cavallo. La storia apparve sul Times del 9 ottobre 1848, il giorno dopo l’arrivo della nave a Plymouth. L’esistenza del mostro marino era data per certa: i testimoni erano ufficiali di Sua Maestà britannica, e pertanto assolutamente attendibili.

Owen non tardò a mandare la sua risposta al giornale: certo, i serpenti di mare erano stati descritti nel corso di diversi avvistamenti, ma di loro non si era mai trovato nessun reperto fisico; niente ossa, né pelle, e neanche uno straccio di fossile a supportare la loro esistenza. Come si poteva essere sicuri che i testimoni non si fossero sbagliati? E aggiungeva maliziosamente che sembravano esserci più testimonianze dell’esistenza dei fantasmi, che di queste sfuggenti creature.

Nel febbraio 1849 sembrò che le richieste di Owen potessero finalmente essere soddisfatte: il naturalista ebbe modo di esaminare i resti di un “serpente marino”, consegnatigli dal duca di Northumberland. Ma l’entusiasmo durò poco: si trattava semplicemente di un esemplare di pesce-nastro; un animale insolito, ma non sconosciuto alla scienza.

Seguirono altri avvistamenti. Nel 1857 una creatura simile a quella del Dedalus fu scorta da un mercantile al largo del Canada. Nel 1860 un altro episodio culminò nella cattura di un serpente di mare, o almeno di una sua parte: tre lische furono recapitate al professor Owen perché le esaminasse. Ma anche in questo caso i resti furono ricondotti a una specie già nota.

In occasione di un altro avvistamento, quello del cosiddetto “mostro di Swampscott”, Owen ebbe a scrivere: «Più strano della nozione di mostro stesso, è che nessuna delle navi che traversano gli oceani, dall’equatore alle banchise ghiacciate del polo artico, si sia mai imbattuta nella carcassa galleggiante di un mostro marino!» Owen, con la sua insistenza, cercava di far passare un messaggio: il racconto di un testimone non è sufficiente per stabilire l’esistenza di una nuova specie animale. In un’epoca in cui i naturalisti consideravano prove certe le descrizioni di marinai e ufficiali, le idee di Owen andavano controcorrente. A lui un racconto non bastava: voleva qualcosa di tangibile, che lui e i suoi colleghi potessero esaminare.

In questa battaglia, Owen trovò due alleati: il primo fu Darwin, che fin dal tempo del Dedalus era scettico sull’esistenza dei serpenti marini. Il secondo fu il naturalista Henry Lee (1826? - 1888), che in un libro pubblicato nel 1875 ipotizzò che seppie e calamari giganti fossero all’origine di molti avvistamenti. Ad esempio, quando una creatura serpentiforme fu scorta al largo della Sicilia, Lee ipotizzò che potesse trattarsi di un calamaro, mentre per Owen si era invece trattato di un cetaceo. Alla stessa conclusione era giunto in occasione di un altro episodio, in cui l’equipaggio di una nave testimoniò di aver visto un mostro marino attaccare una balena; il naturalista ipotizzò che potesse trattarsi semplicemente di un accoppiamento tra due cetacei. Ma il punto fondamentale nelle indagini di Owen e di Lee era lo stesso: le testimonianze non potevano essere sufficienti per ammettere l’esistenza di una nuova specie. E nel caso dei serpenti marini, le prove continuavano a mancare: possibile che, delle trecento o più vertebre che avrebbero dovuto comporre la schiena di un serpente marino, nessuna fosse mai arrivata all’attenzione di un naturalista?

I serpenti di mare erano stati prima oggetto di studio, poi divennero oggetto di scherno; con l’inizio del ventesimo secolo, l’idea stessa di simili creature scomparve dalle scienze naturali. Quando, nel 1892 - l’anno della morte di Owen - lo zoologo olandese Anthonie Cornelis Oudemans (1858 - 1943) pubblicò The great sea serpent, che il padre della criptozoologia moderna, Bernard Heuvelmans (1916 - 2001) ha descritto come la radice della disciplina, le sue osservazioni caddero nel vuoto: nessuno voleva più occuparsi di un animale di cui non c’erano reperti anatomici. Il messaggio di Owen era passato: con gli aneddoti non si fa la zoologia.

Bibliografia

Regal, B. 2012. “Richard Owen and the Sea-Serpent”. Endeavour (36) 2: pp. 65-68.