2019: il ritorno di Loch Ness

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Raffigurazione artistica di Nessie come plesiosauro all'esterno del Museum of Nessie in Scozia. ©StaraBlazkova, Wikipedia in ceco
Tra i simboli più famosi della Scozia c’è Nessie, un mostro che vivrebbe nel lago Ness[1]. Tanti sono stati i tentativi di catturarlo e le ipotesi sulla sua natura: c’è addirittura chi sostiene che sia un dinosauro marino chiamato plesiosauro, estintosi oltre 70 milioni di anni fa nell’era mesozoica.

Il 5 settembre 2019, il professor Neil Gemmell dell’Università dell’Otago (Nuova Zelanda), esperto di genetica, ha annunciato[2] di aver aggiunto «un altro capitolo alla storia di Loch Ness». Per un anno[3] Gemmell ha raccolto campioni di acqua del lago a diverse profondità, per un totale di 250 campioni, da cui ha estratto 500 milioni di sequenze del DNA. Queste sono state poi analizzate per catalogare le forme di vita presenti nel lago di Ness: piante, insetti, pesci, mammiferi... ed eventuali mostri! Gli scienziati hanno identificato quasi 3000 specie, tra cui DNA umano e di animali collegati alla presenza umana e alle attività della regione: cane, pecora, bestiame. Vi era poi DNA di fauna selvatica locale come cervi, tassi, conigli, volpi e molte specie di uccelli. Per quanto riguarda la fauna acquatica, nessuna traccia di storioni, balene, pesci gatto, squali e nemmeno di dinosauri. In compenso, però, i ricercatori hanno rilevato una significativa quantità di DNA di anguille in tutto il lago. E se il mostro di Loch Ness altro non fosse che una anguilla gigante? Gemmell precisa che dalla ricerca non è possibile risalire alla dimensione delle anguille, ma che non esclude possano essercene di molto grandi.

Dal 565 d.C. anno in cui il mostro viene citato per la prima volta, a oggi, sono stati registrati migliaia di avvistamenti, molti dei quali catalogati nell’Official Loch Ness Monster Sighting Register[4]. Nel 2019, addirittura, c’è stato un record di avvistamenti: 18 al momento della scrittura di questo articolo. Era dal 1983 che non se ne registravano così tanti! E se andate sul sito dell’Official Loch Ness Monster Sighting Register potete vedere che molti sono anche documentati da quelle che i gestori del sito devono considerare prove promettenti: «vedrete che non esistono solo vecchie foto sgranate in bianco e nero!», scrivono infatti all’inizio della pagina sugli avvistamenti del XXI secolo. Secondo un esperto locale, gli avvistamenti sono aumentati perché le temperature più calde hanno portato il mostro a emergere in superficie più spesso, abbandonando il suo nascondiglio nelle parti più profonde del lago.

Come accennato, il mostro di Loch Ness compare per la prima volta nel 565 d.C. nell’agiografia Vita Sancti Columbae, scritta da Adamnano di Iona, nel capitolo “Del modo di allontanare un certo mostro marino in virtù della preghiera del santo uomo”. Quando San Colombano, monaco irlandese che portò in Scozia la religione cristiana, arrivò al fiume Ness trovò alcuni indigeni che seppellivano un uomo «morso con malvagità» da un mostro marino. Nonostante ciò, San Colombano chiese a uno dei suoi compagni di andare a nuoto sull’altra riva per raggiungere la barca lì ormeggiata. A metà percorso il mostro si avventò contro l’intrepido nuotatore con «un gran ruggito e la bocca spalancata». Ma il santo fece il segno della croce e ordinò alla creatura di andarsene: il mostro scappò via «più velocemente che se fosse stato trainato con corde».

La leggenda dei nostri giorni, però, si può far risalire al 2 maggio 1933, quando Alex Campbell, corrispondente locale del Courier di Inverness, riporta l’avvistamento dell’animale da parte dei proprietari di un albergo di uno dei paesi vicini al lago, i coniugi MacKay. La notizia fa scalpore e fa emergere una serie di testimonianze di avvistamenti precedenti. A novembre compare la prima foto del presunto mostro, a opera di Hugh Gray. Un mese dopo, il Daily Mail titola «Il mostro di Loch Ness non è una leggenda ma una realtà»: è stata infatti trovata una sua impronta!

Gli scettici non mancano, ma nell’aprile 1934 una nuova foto fa tornare il mostro alla ribalta. La foto è scattata da un ginecologo londinese, Robert Kenneth Wilson, e mostra chiaramente la testa e il collo di una misteriosa creatura. Sul negativo non ci sono tracce di manipolazione.

È sempre in questo periodo che un mecenate delle assicurazioni, Sir Edward Mountain, decide di finanziare una prima spedizione alla ricerca del mostro, composta da 20 uomini che dovranno controllare il lago da diversi punti strategici, con macchine fotografiche e binocoli. Da questa spedizione si ricava qualche avvistamento e un video.

Ma in realtà tutte le prove acquisite si rivelano nel tempo inconsistenti: i coniugi MacKay rivelano, alcuni anni dopo, di aver «un po’ esagerato»: la moglie, infatti, svela che il marito non aveva visto nulla perché stava guidando, mentre lei aveva visto solo dell’acqua agitarsi, come quando due anatre si azzuffano. Sta di fatto che, dopo la prima dichiarazione dell’avvistamento, il loro hotel visse un periodo d’oro grazie ai numerosissimi curiosi che si recavano sul posto per cercare il mostro.

La prima fotografia, quella del novembre 1933, è molto confusa e secondo gli scettici si tratta di un tronco d’albero o un groviglio di vegetazione.

L’impronta trovata successivamente era stata fatta con una zampa disseccata di ippopotamo. Anche la famosa foto di Wilson, soprannominata sui tabloid «Surgeon Photograph», cioè la foto del chirurgo (pur non essendo Wilson tale!), per mantenerne l’anonimato, si rivelò nient’altro che uno scherzo. Un amico di Wilson, Christian Spurling, rivelò negli anni ’80 di aver costruito un finto mostro utilizzando un sottomarino giocattolo al quale era stata attaccata una sagoma a forma di testa di serpente che usciva dall’acqua.

Nel video, invece, secondo gli zoologi della Linnaean Society si vede semplicemente un animale comune, forse una grande lontra.

L’attenzione nei confronti di Nessie si riaccende a ogni nuova presunta prova, per poi scemare di fronte alle ben più plausibili spiegazioni di queste testimonianze.

Abbandonati binocoli e macchine fotografiche, i sostenitori dell’esistenza del mostro decidono di organizzare spedizioni in acqua. La prima, con un sottomarino, si rivela fallimentare: il sottomarino dapprima si incaglia, e poi si rivela troppo rumoroso e lento per raggiungere il suo obiettivo.

Nel 1972 una équipe dell’Academy of Applied science decise di usare uno stroboscopio subacqueo e un sonar. Dalla spedizione vennero fuori immagini sonar di un animale grande e compatto, affiancate da immagini fotografiche che, dopo ingrandimenti e migliorie, mostrano un’appendice simile a una pinna attaccata a un corpo robusto e scabro. Le ricerche continuano negli anni seguenti, portando ulteriori foto a supporto dell’esistenza del mostro. Il dottor Robert Rines, a capo dell’équipe, dà addirittura un nome scientifico al mostro: Nessiteras rhombopteryx: «la meraviglia di Ness con una pinna a forma di losanga».

Ma anche questa volta le prove non sono convincenti: le foto mostrano solo forme confuse.

L’ultima grande spedizione degna di nota è l’Operazione Deepscan, organizzata nel 1987: 24 barche equipaggiate di sonar, una accanto all’altra, scandagliano l’intero lago per tre giorni senza trovare nulla. Solo in un’occasione registrano il movimento di qualcosa a grande profondità, ma senza riuscire ad accertarne la natura.

Nonostante ciò, come abbiamo visto, di Nessie si continua a parlare ancora oggi. Eppure non è mai stata trovata alcuna traccia o resto animale che possa essere considerato una prova convincente della sua esistenza. Inoltre, il lago, lungo 38 km e largo appena 1.6 km, per 180 metri di profondità, è relativamente piccolo per ospitare predatori dalle grandi dimensioni, come quelle del presunto mostro. Nell’ecosistema degli altri animali non ci sono tracce di un tale predatore.

Bisogna anche tenere presente che, se veramente il mostro di Loch Ness esistesse, non potrebbe essere un esemplare unico. Un solo esemplare, infatti, non potrebbe vivere così a lungo. Una popolazione, invece, per quanto ridotta, dovrebbe lasciare prove della sua esistenza ben più convincenti di quelle portate dai sostenitori.

Insomma, a conti fatti sostenere l’esistenza del mostro diventa davvero difficile!

Note

1) Nella locuzione “Loch Ness”, loch significa lago