La storia dell'unicorno ritrovato: l'okapi

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Questa che vi voglio raccontare è una storia vera, la storia di una creatura mitologica di cui si è a lungo mormorato, disperatamente cercata e poi finalmente ritrovata. Perché per quanto accada raramente, qualche volta persino i criptozoologi hanno ragione. In questa vicenda, oltretutto, compaiono dei mostri, anche se non sono i mostri che di solito popolano queste storie al confine tra leggenda e realtà.

La storia inizia con un bambino che sogna mentre guarda fuori dalla finestra. Sogna, e immagina grandi cose, ampi spazi, campi verdi, foreste buie e oceani profondi. L’edificio che ospita quella finestra, e da cui si vede in effetti solo un cielo grigio, è una workhouse vittoriana, uno di quei posti a metà strada tra l’orfanotrofio e il campo di concentramento che sono stati così ben descritti da Dickens. Il bambino sogna grandi cose per non pensare alla fame e agli abusi sessuali e psicologici commessi su di lui dai compagni più grandi e dal direttore alcolizzato della workhouse (mostro n. 1), che lasciano su di lui segni indelebili. Poi, finalmente, i 18 anni: John Rowlands si imbarca verso l’America, cambia nome in Henry Morton Stanley, combatte nella guerra di secessione americana prima per il sud e poi per il nord, cambiando fronte senza tanti problemi, e finalmente diventa giornalista, alla fine della guerra, nel 1866. Nel marzo 1871, dopo varie avventure come inviato in Medio Oriente, la svolta: il New York Herald lo invia in Africa, alla ricerca del dottor Livingstone, scomparso ormai da 5 anni. In pochi mesi Stanley percorre 1100 km attraverso la foresta tropicale, la sua spedizione è falcidiata dalle malattie e dalle diserzioni dei portatori, che lui trattava in modo incredibilmente brutale e violento anche per l’epoca: restituiva quello che aveva ricevuto nella workhouse (mostro n. 2). Stanley trova Livingstone nel novembre 1871, pronunciando (o forse no, è dubbio) la famosa frase “Il dottor Livingstone, suppongo”. Da lì comincia la carriera di esploratore di Stanley, che lo porterà infine a conquistare il Congo per conto di re Leopoldo II del Belgio, che possedeva quelle terre personalmente, non come nazione, governandole nel più feroce dei modi (mostro n. 3).

I resoconti dei viaggi di esplorazione di Stanley sono narrati di suo pugno in vari libri. In uno di questi (In Darkest Africa, 1890, non tradotto in italiano), Stanley scrisse in una appendice «I Wambutti (quelli nani) conoscevano un asino che chiamavano ‘Atti’. Dicono che a volte lo catturavano scavando buche profonde. È incredibile cosa riescano a trovare da mangiare. Atti mangiano foglie». Questa nota apparentemente irrilevante non passò però inosservata. Già da tempo si sussurrava di misteriose creature che vivevano nel cuore dell’Africa e un accenno di un esploratore famoso come Stanley coronava di una luce veritiera queste voci. Nel 1861 Philip Gosse aveva pubblicato un libro dal titolo The Romance of Natural History in cui speculava di creature leggendarie nascoste nel cuore dell’Africa. Tra queste, ipotizzava l’unicorno, poiché i nativi del Congo gli avevano parlato di un animale con le corna detto ‘abada’. Si narra che sia stato questo libro a ispirare, da bambino, il personaggio chiave di tutta questa storia, un altro inglese, Sir Harry Johnston. Johnston, esploratore, artista, linguista, botanico e governatore coloniale per conto di Sua Maestà Britannica, avrebbe probabilmente dato un braccio per trovare un unicorno. Dopo aver letto la nota di Stanley approcciò direttamente l’autore e gli chiese del misterioso Atti, ma la deludente risposta di Stanley fu che aveva visto l’animale solo di sfuggita, in Congo. Per fortuna Johnston non si diede per vinto, anzi, dobbiamo la sua caparbietà proprio alla conferma di Stanley. Nel 1899 Johnston riuscì a diventare governatore dell’Uganda. A differenza del brutale Stanley, il governatore considerava gli indigeni con bonario paternalismo, mentre collezionava e catalogava campioni di animali e piante. E fu in Uganda che si imbatté nelle prime tracce del suo fantomatico “unicorno”.

Nel 1900 le autorità dell’allora Congo Belga chiesero l’aiuto di Johnston per salvare un gruppo di indigeni, una storia che sembra venuta fuori da un romanzo: dei guerrieri Mbuti erano stati rapiti da un impresario tedesco (mostro n. 4) che li aveva portati oltre il confine del Congo per contrabbandarli poi sino a Parigi, dove li avrebbe esibiti per danaro alla esposizione universale che si teneva quell’anno. Nel 1900 i pigmei non godevano di più diritti dei gorilla dello zoo, il che dovrebbe farci riflettere anche sui diritti dei gorilla, ma questa è un’altra storia. Johnston mandò i suoi uomini a salvare i pigmei e quando ebbe modo di incontrarli, dopo il salvataggio, il governatore chiese ai pigmei se avessero mai sentito di un animale chiamato Atti. I guerrieri Mbuti dissero a Johnston che effettivamente nella loro foresta viveva un animale che chiamavano okapi e che sembrava un asino, aveva le orecchie grandi ed era striato.

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Johnston cominciò a pensare che il leggendario animale fosse una zebra di foresta e riaccompagnò di persona i pigmei in Congo,nella foresta di Ituri, una delle più chiuse, intricate e inospitali dell’Africa. Per strada, si fermò a Fort Mbeni, dove il comandante della guarnigione belga fu in grado di procurargli due bandoliere striate fatte con la pelle dell’animale misterioso: i soldati della tribù Bambuba (gli arruolamenti in Congo erano forzati e a livello di schiavitù) reputavano l’animale striato chiamato okapi dotato di un grande potere e ci si facevano oggetti come cinture o bandoliere. Finalmente delle prove tangibili dell’esistenza dell’Atti o, per meglio dire, dell’okapi. Era il momento che Johnston aspettava da tutta la vita: organizzò su due piedi una spedizione e alcuni dei pigmei salvati da lui si offrirono di fargli da guida. Mentre avanzavano faticosamente nella foresta, in una cappa così oppressiva di caldo e umido che al governatore sembrava, disse in seguito, di essere tornato indietro di milioni di anni, gli Mbuti gli indicavano le tracce dell’okapi. Il problema fu che Johnston si aspettava un asino o una zebra (meglio ancora, un unicorno), che sono perissodattili e hanno un numero dispari di dita (uno, per gli equidi), mentre le impronte erano a due dita, come quelle dei bovini, che sono artiodattili. Johnston cominciò a pensare che gli Mbuti lo stessero prendendo in giro (non sappiamo se e quanto se la prese con i pigmei) e interruppe la spedizione, anche perché molti cominciavano a soffrire di malaria. Tornati a Fort Mbeni il comandante, il Luogotenente Meura, gli promise comunque una pelle di okapi appena fosse riuscito a procurarsene una.

Nel frattempo Johnston mandò le due bandoliere alla Zoological Society di Londra, dove lo zoologo Philip Sclater poté esaminare le pelli. Dai peli dedusse che si trattava di un grosso mammifero simile a una zebra o a una giraffa. Le voci di un grosso mammifero sconosciuto alla scienza che viveva nel cuore della foresta congolese cominciarono a circolare sulla stampa. È una zebra? È un asino? È un unicorno? È un falso? Il mondo aspettava ansioso. Sulla base delle pelli delle bandoliere, tuttavia, il 5 febbraio 1901 l’animale venne nominato Equus johnstoni.

In Congo, nel frattempo, il luogotenente Meura era morto per complicanze della malaria (mostro n. 5, la malaria tuttora uccide circa 400.000 persone l’anno), ma il secondo in comando, lo svedese Karl Erikson, proprio nel febbraio 1901 riuscì a procurare una pelle e un cranio di okapi per Johnston, oltre a un altro cranio più piccolo, di un esemplare giovane. Nella lettera di accompagnamento descriveva gli zoccoli dell’okapi, neri e... a due dita, come dicevano gli Mbuti. La sorpresa di Johnston fu grande quando finalmente poté osservarela pelle del grande animale: non era né un asino, né una zebra, né un’antilope, né un falso e neanche un unicorno: era un parente delle giraffe, dotato anche di ossiconi (le piccole corna delle giraffe)!

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L’arrivo della pelle e dei crani a Londra scosse di nuovo il mondo della zoologia e dei suoi appassionati: un okapi è un animale grande e maestoso, più alto di un cavallo: come ha potuto rimanere nascosto tutti questi anni? Com’è possibile che nessuno lo abbia mai visto? Naturalmente il fatto che gli Mbuti e i Bambuba conoscessero benissimo gli okapi non faceva testo: se un animale non è noto alla scienza occidentale, “nessuno” lo conosce. Del resto, chi ha mai sentito nominare gli Mbuti e i Bambuba?

Le cose però non stanno proprio così; il problema è che gli archeologi e gli zoologi raramente si parlano, a detrimento di entrambi. Nella città di Persepoli, in Iran, vi sono le rovine dell’antico palazzo di Dario il Grande, della dinastia Achemenide, risalente al VI secolo a. C. La grande sala di ricevimento (detta Apadana) e il porticato erano (e sono) ricoperti di bassorilievi, e uno di questi illustra una processione etiope che rende omaggio al re, offrendo doni. Uno di questi doni è un okapi, dotato di briglie come se fosse un cavallo. Non ci sono dubbi sul fatto che sia un okapi, la somiglianza del disegno è innegabile e tremendamente realistica, sicuramente l’artista ha visto l’animale vivo: l’okapi ritratto sul bassorilievo è molto più somigliante del dipinto realizzato da Johnston, che si basava solo sulla pelle e sui crani. Ci sono pure gli ossiconi. È forse nata da quell’animale etiope la leggenda dell’unicorno? Chissà.

Questo fa pensare che, nei tempi in cui il Sahara non si era ancora mangiato un terzo di Africa, gli okapi erano abbondanti e forse in qualche modo addirittura addomesticati e cavalcabili. Poi, i cambiamenti climatici e il deserto. I pochi okapi superstiti si rifugiarono nelle foreste impenetrabili, riuscendo a sopravvivere e rimanere nascosti all’occidente, per fortuna.

Oggi Okapia johnstoni è iscritto nella lista degli animali a rischio di estinzione, si pensa ne restino tra 10000 e 50000. Le guerre continue, il bracconaggio, la deforestazione, la ricerca di petrolio e minerali rari mettono a rischio questi animali, di cui si sa ancora molto poco.