Medicina e comunicazione scientifica

  • In Articoli
  • 18-12-2012
  • di Salvo Di Grazia
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©dance60of60death6 - deviantart
La comunicazione scientifica è qualcosa di complicato e delicato. Sappiamo come una notizia di scienza possa essere presentata in maniera credibile e imparziale o come possa essere utilizzata a scopi trionfalistici o scandalistici (e anche terroristici, a volte). Per chi fa scienza, leggere notizie su nuove scoperte di medicina, fisica, astronomia o biologia è abbastanza semplice, il titolo del giornale in genere richiama l’argomento della notizia ma è la stessa formazione scientifica di chi legge a filtrare e “depurare” dalle esagerazioni e dalle considerazioni dell’autore dell’articolo, l’informazione che interessa. Su internet poi, le esagerazioni e le mistificazioni (anche volontarie...) delle notizie scientifiche sono all’ordine del giorno. Da un lato si lascia che a scrivere di questi argomenti siano persone non preparate, senza cultura scientifica. Dall’altro forse è la stessa testata che spinge a utilizzare titoli sensazionalistici che possano attirare l’occhio di chi legge (e i suoi click se trattasi di pubblicazione on line). E se uno scienziato ha le “armi” per difendersi dalla falsa informazione, un lettore ha spesso grosse difficoltà a distinguere il vero dal falso: come può sapere se una notizia è reale o esagerata (o addirittura falsa)?

Non può, semplicemente. Chiedere a un lettore di controllare le fonti, di approfondire, di recuperare e leggere l’articolo scientifico originale che presenta lo studio di cui si parla in prima pagina non è né praticabile né sensato. Sarebbe come chiedere, a chi si rivolge al meccanico che deve riparare l’automobile, di analizzare il progetto del motore studiando un po’ di ingegneria meccanica. Invitare il lettore a non credere alle “bufale” che si leggono sui giornali, oltre a essere una lotta impari, è assolutamente inutile, una speranza vana, impraticabile e inascoltata.

Di strafalcioni scientifici (oltre che lessicali) ne leggiamo quotidianamente, ma se suscita qualche risata un errore come quello della NBC, che alla morte di Neil Armstrong pubblicava un titolo che parlava della morte del cantante Neil Young, errori o disinformazione legati alla medicina e alla salute qualche preoccupazione possono crearla. L’esempio più recente forse è quello degli “OGM che provocano i tumori”. Se facessimo un sondaggio scopriremmo probabilmente che per la maggioranza della popolazione gli OGM sono dannosi alla salute, non perché sia stato dimostrato o provato, ma perché nessuno sa di cosa stiamo parlando. Oppure provate a spiegare che gli spaghetti sono da decenni OGM perché trattati con le radiazioni e osservate la reazione di chi vi ascolta. Ma in maniera ancora più evidente: provate a spiegare che un granulo omeopatico contiene solo zucchero (io ho raccolto quasi solo risatine di scherno). Eppure c’è di peggio.

Qualche settimana fa in alcuni quotidiani e in molti siti web è apparsa la notizia: «Scoperta scioccante, la chemioterapia favorisce il tumore ». Ora, mettendo da parte le innumerevoli pagine complottistiche che vedevano finalmente “svelata” una verità scottante, veniva da pensare che se tutti si stupivano della notizia, evidentemente chi ha lo scopo e il compito di informare non lo fa o lo fa male. In realtà il fenomeno della “chemioresistenza” è conosciuto e noto da decenni. La cellula neoplastica, essendo una cellula del nostro corpo, reagisce al danno che gli provoca la chemioterapia (è questo lo scopo della cura, danneggiare, fino alla sua morte, la cellula tumorale e per questo può risultare tossica anche per le cellule non neoplastiche). Se le cellule del corpo non sapessero reagire agli “insulti” esterni e interni moriremmo in poco tempo. Una ferita si rimargina per questo, un’emorragia non è per forza mortale per lo stesso motivo.

Le cellule neoplastiche, a contatto con i chemioterapici, sviluppano, gradualmente (non sempre e non allo stesso modo) una forma di resistenza (più o meno quella che esiste anche per gli antibiotici). Si “autoproteggono” in modo da non subire più danni dalla terapia. Questa è una delle conseguenze più terribili delle terapie mediche oncologiche. Allo stesso tempo, la chemioterapia è una delle cure più potenti e tossiche che abbia sviluppato l’uomo, nel momento in cui non dovesse più avere effetto, la possibilità di altre cure efficaci è minima. Lo studio in questione ha fatto un piccolo passo avanti, ha scoperto, infatti, che sono alcune cellule “normali” che circondano il tumore (si chiamano fibroblasti) a produrre una proteina che ha lo scopo di proteggere le “sorelle cattive”, quelle neoplastiche. Questa è la vera conclusione dello studio. Parlo da medico: nessuno sapeva che la chemioterapia può essere anche dannosa? Che a volte diventa inefficace? Che non può guarire sempre e tutto? Nessuno sapeva che le cellule del nostro corpo tendono a proteggersi dai danni che ricevono? Se è così la colpa è dei medici che non lo hanno spiegato bene e dei giornalisti che a loro volta, senza alcuna competenza, si sono lanciati in conclusioni sbagliate, allarmanti e non corrispondenti alla realtà. In ogni caso questa è l’ulteriore sconfitta della ragione, perché di fronte all’articolo allarmante e desolante (pensate a chi si sta sottoponendo a chemioterapia) sono fioccate le proposte di cure alternative, sempre efficaci, poco costose, semplici e... naturali, queste sì che non causano danni alle cellule (e neanche benefici, se è per questo).

Di episodi simili ne vediamo decine: testate più o meno serie che con titoli in grassetto annunciano la cura definitiva per una malattia o rilanciano dichiarazioni di pseudoscienziati, ma anche notizie che riportano scoperte scientifiche serissime rilanciate però nel peggiore dei modi. C’è rimedio a tutto questo? L’unico credo sia continuare a informare, promuovere la cultura, la scienza e la capacità critica. Ognuno di noi può farlo, sia se è già impegnato nella divulgazione, sia se è un semplice “amatore”. Mai cadere nello scientismo, la figura dello scienziato “con la verità infusa” non è gradita e allontana; spiegare, con sicurezza e dati, parole semplici, onestà, ha molto più successo. Il lettore ha bisogno di essere accompagnato nel percorso logico che lega una scoperta scientifica con la realtà e questo, anche se non è semplice, si può fare, basta mettersi dalla parte di chi la scienza non l’ha studiata. Non dimentichiamo che, nonostante la percezione possa tradire, nel 2001 l’Italia era ultima per tasso di scolarizzazione nella classifica dei trenta paesi più “scolarizzati” al mondo: il 36,5 per cento (!) degli italiani erano analfabeti o con la licenza elementare.

Qualche anno dopo, una ricerca dell’Università di Castel Sant’Angelo, fissava al 12 per cento la percentuale di italiani analfabeti (cioè quasi sei milioni di cittadini, dati 2005). Ed è ancora più preoccupante come, analfabetismo a parte, è proprio la fascia di istruzione medio-alta quella con più carenze scientifiche e culturali. Come fare a raggiungere la popolazione più debole da questo punto di vista? Come spiegare a una famiglia che la cultura è una delle poche vere armi di libertà? Farlo oggi non sembra agevole, soprattutto in un periodo di crisi che rende difficoltoso l’investimento sul futuro, visto che il titolo di studio non ha più il valore di un tempo per gli sbocchi lavorativi. La lotta quindi è impari, per chi si occupa di divulgazione è sempre più difficile fare emergere la propria voce, per chi lavora “sul campo”, come i docenti, c’è sempre il rischio della demotivazione, della mancanza di stimoli e soddisfazioni. Cosa resta da fare?

Avere fiducia nel presente e proiettarsi al futuro, incoraggiare e stimolare lo spirito critico, la voglia di comprendere che c’è nei giovani, rendere affascinante il metodo scientifico, puntare alle nuove generazioni, d’altronde il mondo è (e sarà) dei nostri figli e se vogliamo che siano circondati dall’aria pulita e leggera che solo l’informazione e la cultura possono dare, non resta che lavorare sodo, facciamolo almeno per loro.

Note

  1. http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/08/06/cancro-nature-chemioterapia-puo-rendere-immu...
  2. UNLA: Rapporto La croce del sud