Una lince canadese nel Devonshire di inizio Novecento?

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  • 25-07-2013
  • di Roberto Labanti
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©British Museum & Art Gallery
Ab4458 è il codice che identifica un reperto del Bristol Museum and Art Gallery rimasto per oltre un secolo nell’ombra, finché qualche tempo fa non è stato riscoperto da Max Blake, allora volontario presso il museo e oggi dottorando in biologia dell’Aberystwyth University. Si tratta chiaramente di quel che rimane di una lince: una pelle montata da un ignoto tassidermista che ha fatto in modo di darle l’apparenza di un animale ancora in vita e, separatamente, parte dello scheletro compreso il cranio.
Le uniche notizie rintracciabili sull’origine del reperto sono quelle riportate dai registri dell’istituzione: i resti furono donati nel febbraio 1903 da tale J. Nisbet e proverrebbero da una cittadina del Devonshire, Newton Abbot, nell’Inghilterra sud-occidentale. L’animale sarebbe stato colpito a morte dopo che aveva a sua volta ucciso due cani. A oggi, la vicenda non pare essere stata individuata sulla stampa dell’epoca.
In Gran Bretagna, la lince euroasiatica (Lynx linx, una delle due specie oggi esistenti in Europa, l’altra è la lince pardina, L. pardina, della penisola iberica) è estinta, forse dalla fine del Pleistocene o piuttosto, come ipotizzano studi recenti, in epoca storica, nell’Alto Medioevo. Popolazioni relitte potrebbero essere sopravvissute anche in seguito? Ed eventuali tardi esemplari potrebbero essere conservati nelle collezioni di storia naturale di qualche museo? Quello del museo di Bristol è forse uno di questi?
Per cercare di rispondere a queste domande, un gruppo multi-disciplinare di studiosi britannici, capitanati dallo stesso Blake, ha deciso di occuparsi di Ab4458 in un studio pubblicato lo scorso aprile sulla rivista “Historical Biology[1].
Come notano gli stessi autori una così tarda sopravvivenza, oltre a non essere attualmente documentata, si scontra con lo sfruttamento antropico dei grandi mammiferi e le conseguenze ambientali della Rivoluzione agricola inglese del XV - XIX secolo; in assenza di ulteriori prove «la lince euroasiatica si è probabilmente estinta, come animale nativo britannico, intorno al VII secolo». E allora, cos’è Ab4458? E da dove viene? Per capirlo, Blake e collaboratori hanno deciso di utilizzare una serie di strumenti sviluppati dalla bioarcheologia per studiare i resti organici rinvenuti durante un’indagine archeologica.
L’esame morfologico diretto ha permesso di escludere che si tratti di una lince di provenienza europea: la colorazione del mantello non corrisponde infatti a quella delle due specie presenti sul continente. Piuttosto, alcune caratteristiche, quali le zampe proporzionalmente corte e il mantello marrone-argenteo suggeriscono provvisoriamente l’identificazione con una lince canadese (L. canadensis), specie che, come ricorda il nome, è diffusa nella parte più a settentrione del Nord America. Pur tuttavia, non è stato possibile escludere che si tratti invece di una lince rossa nord-americana (L. rufus), per la lunga coda con una superficie ventrale biancastra (ma sono invece assenti i segni scuri sulla parte dorsale). Sul cranio sono poi state misurate ventinove diverse variabili, che sono poi state sottoposte a quella tecnica statistica nota come analisi discriminante lineare, sviluppata per attribuire individui a uno o più gruppi. Anche in questo caso, Ab4458 è stato classificato come lince canadese. Per giungere a una risposta definitiva, i ricercatori hanno anche tentato più volte di isolare tracce di DNA eventualmente ancora presenti nei peli ma senza successo, forse a causa dei prodotti chimici utilizzati dal tassidermista per la conservazione. Infine, hanno sottoposto frammenti dello scheletro all’analisi dei rapporti isotopici dello stronzio (Sr), utile per ipotizzare per quanto tempo un animale si sia alimentato in una determinata area: i risultati non sono conclusivi perché compatibili con formazioni geologiche sia del Canada occidentale sia del Devon.
Comunque, dopo avere esaminato lo stato dei denti, gli autori ritengono che, al momento della morte, la lince avesse almeno dieci-undici anni di età e fosse vissuta per la maggior parte della sua vita in cattività, mangiando cibo soffice e non abrasivo. Probabilmente soffriva infatti di parodontite, come suggeriscono la perdita degli incisivi, la crescita di nuovo tessuto osseo nelle loro cavità e lo sviluppo della placca che ricopriva i premolari. Si tratta di disturbi, legati alla dieta, non comuni fra gli animali selvatici ma rintracciabili nei carnivori domestici o tenuti in cattività.
Uno dei co-autori, il biologo molecolare Ross Barnett, specialista di felidi estinti oggi all’Università di Copenhagen, ipotizza che l’animale possa essere fuggito da una ménagerie itinerante, una sorta di giardino zoologico ante litteram diffuso a partire dal diciottesimo secolo[2]. Pur in assenza degli incisivi, l’animale non avrebbe dovuto avere particolari problemi a sopravvivere per qualche tempo nella campagna inglese dopo la fuga, come mostra la vicenda del leopardo nebuloso vissuto in libertà per nove mesi dopo essere sfuggito a uno zoo privato di Canterbury nel Kent nel 1975, prima di incontrare un destino simile a quello del felide di nostro interesse, essere ucciso da un agricoltore.
In una Gran Bretagna dei nostri tempi ricchissima di segnalazioni di big cats che scorrazzerebbero liberi nelle campagne – con numeri ben più ampi rispetto a quelli del folklore italiano – Ab4458 sembra essere un caso documentato di un vero “gattone” on-the-run diversi decenni prima di quello che è spesso considerato il punto di origine del fenomeno: la legge inglese del 1976 che introduceva limiti al possesso di animali esotici e che è stata invocata quale causa del presunto rilascio illegale di specie aliene nell’ambiente naturale. Il paleozoologo Darren Naish, un altro dei co-autori dello studio, fa parte di quel certo numero di studiosi che ritiene che almeno qualcuna di queste numerose segnalazioni sia realmente dovuta all’incontro con felidi non autoctoni (fra i quali puma, leopardi, linci e gatti della giungla): parte delle evidenze fisiche (DNA, escrementi, peli e tracce) relative a diversi avvistamenti sul suolo britannico non sarebbe ancora stata pubblicata in letteratura tecnica, e Naish, promettendo sorprese, pare intenzionato a rimediare a questa situazione[3]. Staremo a vedere.

Note


1) Blake, M. et al. 2013. Multidisciplinary investigation of a “British big cat”: a lynx killed in southern England c. 1903. “Historical Biology”, doi: 10.1080/ 08912963.2013.785541