Tassonomia dello Yeti tibetano

Potrebbe un enorme orango, lento, ghiotto di bambù, quasi certamente quadrupede per via della mole e terrestre, essere diventato lÂ’agile e misteriosa creatura vista da tanti esploratori in Tibet?

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  • 29-11-2014
  • di Lisa Signorile
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Gigantopithecus blacki
©Marco Bianchini
Non c’è nessuna creatura più rappresentativa per la criptozoologia dello Yeti in persona: quello tibetano, non le sue molteplici varianti sparse per il mondo. Antropomorfo, peloso, scuro, bipede, alto due metri o piu', adattato a vivere anche a 6000 metri di quota e amante delle spedizioni di alpinismo, lo Yeti è, nella sua descrizione classica, più degno della fantascienza che della criptozoologia.
In realtà un buon colpo di rasoio di Occam e, soprattutto, un po' di analisi istologiche e del DNA dei pochi reperti esistenti portano nella direzione, laddove non si tratti di un falso, di un plantigrado, di una delle due sottospecie tibetane di orso bruno o di un orso nero asiatico: antropomorfo, peloso, scuro, alto due metri in piedi, a volte bipede, adattato a climi freddi e curioso degli esploratori, specie se hanno cibo, l’orso è un match perfetto. Certo, nessuno esclude possa trattarsi di una specie di orso non nota alla scienza, e questo sarebbe un colpo da annale per la criptozoologia, che dimostrerebbe una volta tanto la sua utilità.
Tuttavia a noi umani, unica specie solitaria del nostro genere Homo e una delle appena cinque specie della famiglia Hominidae, piace pensare che lo Yeti non sia un comune orso ma uno di noi, uno di famiglia, un cugino nascosto che ci osserva da lontano, un Hominidae, insomma, che ci faccia sentire un po' meno soli su questa terra. In fondo, amiamo moltissimo fare pulizia etnica degli altri ominidi, l’abbiamo sempre fatto, e ora che siamo quasi soli sulla terra vorremmo tanto un altro ominide da sterminare come abbiamo fatto coi Neanderthal e forse con gli Erectus, e come stiamo facendo con gorilla, bonobo, scimpanzé e oranghi.
E allora, chi mai potrebbe essere questo gigantesco cugino alpino? Le dimensioni grandi sarebbero adatte a un clima rigido come quello tibetano, fa freddo e bisogna conservare calore in un corpo grande, come fanno gli orsi polari, e questo vale naturalmente anche per il pelo. Abbiamo però un problema tassonomico. L’unico primate antropomorfo asiatico è l’orango, con cui lo yeti deve essere più imparentato che con noi, dato che l’orango si è evoluto in Asia e noi in Africa. L’orango è anche grande, rossiccio e peloso. Sfortunatamente però non è bipede. La quadrupedia dell’orango per terra è però necessaria alla brachiazione di questa specie arboricola, quindi potrebbe essere un adattamento della specie non condiviso con l’antenato comune con lo Yeti.
Andiamo allora indietro nel tempo e vediamo con chi è imparentato l’orango. Nel Miocene, circa una decina di milioni di anni fa, vi erano diverse scimmie antropomorfe in Asia, tutte derivate da un antenato africano da cui discendiamo anche noi. Tra le più antiche troviamo il Lufengpithecus, il Sivapithecus e una povera bestia con l’impronunciabile nome di Khoratpithecus chiangmuanensis, noto solo per un dente. Il Lufengpithecus, in particolare, è probabilmente il cugino dell’antenato comune di tutte le scimmie antropomorfe asiatiche, eventuale yeti incluso. Questi primati erano relativamente grandi, circa 50 kg di peso e un metro e mezzo di altezza, e fin qui tutto bene.
Un ramo di questi scimmioni cominciò a crescere, sino a dare origine, un paio di milioni di anni fa, a Gigantopithecus blacki, la più maestosa di tutte le scimmie, i cui maschi pesavano oltre mezza tonnellata, erano alti tre metri e la cui apertura delle braccia raggiungeva i tre metri e mezzo. Dei giganti impressionanti, che, se non si fossero estinti circa 100.000 anni fa, sarebbero dei candidati perfetti per incarnare il nostro Yeti.
In teoria.
In pratica di questi bestioni possediamo solo i denti, per lo più immensi molari, e una mandibola, quindi di loro sappiamo poco. Sappiamo però che mangiavano bambù e passavano tutto il loro tempo seduti per terra. Anche i panda mangiano bambù e non sono esattamente gli animali più svegli del mondo, perchè il bambù è un pessimo nutriente, e soprattutto scarseggia in Tibet. Se lo yeti fosse un Gigantopithecus blacki, sarebbe un ramo mutante che ha cambiato dieta e abitudini negli ultimi 100.000 anni, magari per via della competizione con gli Homo erectus e i panda giganti. C’erano anche altre due specie più piccole di Gigantopithecus, G. bilaspurensis e G. giganteus, anche queste note principalmente solo per i loro denti, ma come la precedente si nutrivano di bambù, quindi non sono candidati migliori. Potrebbe un enorme orango, lento, ghiotto di bambù, quasi certamente quadrupede per via della mole e terrestre, essere diventato l’agile e misteriosa creatura vista da tanti esploratori in Tibet? Secondo me no, ma sarebbe bello pensare che, nascosto nel fitto di qualche foresta in Laos o in Vietnam, ci sia ancora un discendente di queste enormi e gentili creature.

Referenze


  • Grehan, John R., and Jeffrey H. Schwartz. "Evolution of the second orangutan: phylogeny and biogeography of hominid origins." Journal of Biogeography 36, no. 10 (2009): 1823-1844.

  • Sykes, Bryan C., Rhettman A. Mullis, Christophe Hagenmuller, Terry W. Melton, and Michel Sartori. "Genetic analysis of hair samples attributed to yeti, bigfoot and other anomalous primates." (2014). Proc Biol Sci. 2014 Aug 22;281(1789):20140161.