Il mito della cintura di castità

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Un cavaliere medievale, dovendo andare in battaglia, mise la cintura di castità alla moglie. Ma siccome aveva paura di morire in guerra e non tornare, decise di affidarne la chiave al suo migliore amico, di cui si fidava ciecamente. Quindi partì, ma dopo solo un'ora di viaggio sentì un veloce galoppo alle sue spalle. Si fermò ed era il suo amico: «Fermati, fermati: mi hai dato la chiave sbagliata!»

Questa barzelletta, che ho sentito raccontare dallo storico Alessandro Barbero a proposito delle cinture di castità, oltre a far sorridere mette bene in evidenza l’incongruenza di uno strumento simile.

Secondo la tradizione l’uso delle cinture di castità, fasce metalliche flessibili in grado di coprire i genitali e poi chiuse con lucchetti, risalirebbe ai tempi delle Crociate, quando i cavalieri in partenza per il Santo Sepolcro volevano assicurarsi la fedeltà delle proprie mogli durante la loro assenza. Studi recenti, però, sembrano escludere che tali strumenti siano stati realmente utilizzati nel medioevo.

Innanzitutto, c’è un problema di igiene: anche se la classica cintura prevede piccole aperture per l’espletazione dei bisogni fisiologici, ferite, infezioni e di conseguenza morte sarebbero sopraggiunte in tempi molto rapidi. Inoltre, è plausibile che prima di partire i cavalieri si accoppiassero con le proprie mogli, magari con la speranza di trovare un bambino al loro ritorno. è evidente che la presenza di una cintura di ferro avrebbe impedito il parto. Senza contare l’obiezione più semplice: qualunque serratura medievale poteva essere aperta da un fabbro in pochi secondi.

Al di là di queste incongruenze logiche, però, a suggerire che quella delle cinture di castità medievali sia in realtà una leggenda c’è il fatto che non esistono autentiche cinture databili al medioevo.

Astinenza. L’idea di astinenza sessuale è certamente antichissima e lo stesso termine latino “cingulum castitatis” (traducibile appunto come: cintura di castità) compare, a partire dal VI secolo, in alcuni testi di Papa Gregorio Magno, Alcuino di York, San Bernardo di Chiaravalle fino a Giovanni Boccaccio. Ma in tutti questi casi è inteso come un simbolo di purezza teologica, non certo come un oggetto di dissuasione erotica.

Il concetto di patto di castità tra due innamorati compare invece più avanti, in alcuni poemi del XII secolo, come il Lai di Guigemar di Maria di Francia. Qui, alla partenza del cavaliere Guigemar la sua donna chiede all’amante di annodarle la camicia intorno alla vita, come patto di fedeltà fino al ritorno. Ma anche questo è un patto simbolico e, soprattutto, voluto dalla donna.

Per trovare la prima citazione visuale di un oggetto che ricordi vagamente una cintura di castità dobbiamo aspettare il 1405 e un manoscritto, il Bellifortis di Konrad Kyeser, dedicato alla tecnologia militare dell’epoca. Il congegno qui disegnato, quasi un’armatura, è presentato come uno strumento imposto alle donne fiorentine dai mariti gelosi, ma i commenti di Kyeser sono ironici e probabilmente il disegno è stato realizzato sulla base di sentito dire e non copiando un oggetto autentico. Di certo non risulta nulla del genere nella Firenze del tempo.

Alcune incisioni del XVI secolo, tra cui una attribuita a Sebald Beham, raffigurano una donna che indossa una “cintura di castità”, chiusa da un lucchetto, in piedi tra due uomini mentre riceve e consegna denaro: l’interpretazione che ne è stata data è che si tratti di una prostituta in mezzo al cliente e al protettore, quest’ultimo disposto ad aprire il lucchetto solo al pagamento della prestazione. Anche se vera e non solo simbolica, dunque, la cintura rappresentava qui solo uno strumento professionale.

Falsi. Le prime cinture di castità a fare la loro comparsa sono quelle che finiscono nei musei intorno al 1840. Al Museo d’arte medievale di Cluny a Parigi, per esempio, fino a poco tempo fa si poteva ammirare una cintura che si diceva fosse appartenuta a Caterina de' Medici. Fu solo nel 1990 che i responsabili del Museo si accorsero che si trattava di un falso del XIX secolo. Anche un altro esemplare simile, esposto al British Museum di Londra e a lungo indicato come risalente al XVI secolo, è stato di recente datato alla metà dell’800 e tolto dalle esposizioni. Quasi tutti i musei che le conservavano e le attribuivano a epoca medievale, hanno oggi corretto i loro cataloghi per indicarne la fattura recente o l’origine fraudolenta.

È però proprio nel XIX secolo, epoca che soprattutto nei paesi anglosassoni riscopre il puritanesimo, che le cinture di castità divengono un oggetto di uso quasi comune. Si trattava però di cinture più morbide e da indossare solo per brevi periodi, usate dalle donne per proteggersi dal rischio di stupro o imposte agli adolescenti per impedire la masturbazione, considerata dannosa per la salute o, comunque, peccaminosa per la morale del tempo. In qualche caso, però, tali prodotti furono pubblicizzati nei periodici dell’epoca anche come strumenti per assicurarsi la fedeltà delle mogli, trasformando così in realtà quello che fino ad allora era stato solo un mito attribuito al medioevo. Oggi, le cinture di castità, realizzate nei materiali più diversi, rappresentano solo uno strumento utilizzato come gioco erotico nelle pratiche di sadomasochismo.

Ius primae noctis? Un altro mito


Il “diritto della prima notte”, secondo cui il signore feudale poteva trascorrere con la sposa di un suo servo della gleba la prima notte di nozze, è in realtà un altro mito. Non esistono infatti riferimenti contemporanei, legislativi, civili o ecclesiastici, a questo presunto “diritto”. Almeno per quanto riguarda l’Europa medievale, visto che tradizioni di “deflorazione rituale”, comunque non imposta da un tiranno, esistevano realmente nell’antica Mesopotamia o nel Tibet del XIII secolo.

Certamente, allora come oggi, le donne potevano essere vittime di violenza, ma un signore che avesse preteso di portarsi a letto tutte le donne del suo villaggio la prima notte di nozze non sarebbe durato a lungo. Nella Vita e miracoli di San Cutberto, un’opera in versi e prosa dell’VIII secolo, si racconta di un signore scozzese che pretendeva che tutte le donne che lavoravano nei suoi campi fossero nude. Il giorno dopo avere dato quest’ordine, il suo corpo fu trovato mentre veniva mangiato dai corvi. Al di là della veridicità o meno della storia (difficile immaginare qualcuno che lavora nudo in un posto freddo come la Scozia), è un racconto che chiarisce senza ombra di dubbi quale poteva essere la reazione dei contadini, anche nel medioevo, di fronte a pretese ingiuste del proprio signore.