La beffa di Piltdown

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  • 26-04-2019
  • di Paola Dassori
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Il 21 novembre 1953 una comunicazione ufficiale del British Museum e degli scienziati Oakley, LeGros Clark e Weinert diede il via ad un vero e proprio scandalo che portò addirittura alcuni deputati a presentare, durante una burrascosa seduta alla Camera dei Comuni, una mozione per togliere la fiducia ai sovrintendenti del British Museum, tra cui vi erano Churchill, l’Arcivescovo di Canterbury e un membro della Casa Reale.

Perché tanto scalpore?

La comunicazione stabiliva ufficialmente che il cosiddetto Uomo di Piltdown, considerato il primo inglese vivente, possibile anello di congiunzione tra uomo e scimmia, di cui una cinquantina di anni addietro erano stati ritrovati i fossili, non era altro che un falso.

Il ritrovamento risaliva al 1912, quando la febbre della ricerca dell’anello di congiunzione era nella sua fase più intensa. I tedeschi avevano rinvenuto il cranio dell’Uomo di Neanderthal e dell’Uomo di Heidelberg; i francesi avevano dissotterrato gli Uomini di Cro-Magnon; un po’ dappertutto erano venuti alla luce i resti degli uomini preistorici, soltanto dall’Inghilterra non era ancora uscito nulla di sensazionale, quando un anonimo avvocato di provincia, Charles Dawson, appassionato di storia e di archeologia, corse dall’amico Arthur Smith-Woodward, direttore della sezione naturalistica del British Museum, con alcuni frammenti di ossa che disse di aver trovato l’anno prima in una cava di ghiaia a Brighton, non lontano da casa sua.

Osservando il lavoro di alcuni operai, aveva notato un oggetto scuro e rotondo e l’aveva raccolto, constatando che si trattava di un frammento di cranio fossile: esplorando intorno aveva trovato altri pezzi, ricostruendo in tal modo un’intera calotta cranica. Si era poi spostato nella regione di Piltdown, dove aveva rinvenuto un osso occipitale e altri frammenti di cranio.

Smith-Woodward si fece descrivere lo strato di ghiaia in cui era avvenuto il ritrovamento ed annunciò all’amico che quello strato era del periodo terziario, dato che in esso erano già stati ritrovati resti di mammiferi come il mastodonte. L’uomo a cui apparteneva quella scatola cranica non poteva quindi avere meno di un milione di anni: se queste deduzioni erano esatte si trattava della più importante scoperta scientifica del secolo, e tutto questo in Inghilterra! C’era da impazzire di orgoglio e soddisfazione.

I due si precipitarono a Piltdown e cominciarono gli scavi, con la collaborazione di un certo Marston, dentista locale. Quasi subito venne alla luce un secondo pezzo di cranio, molto simile all’altro, poi una mandibola e un paio di denti, tra cui un incisivo che si adattava perfettamente alla mandibola e una grossa clava pietrificata.

Smith-Woodward poté quindi annunciare ufficialmente che l’anello di congiunzione era trovato, e lo chiamò Eoanthropus Dawsonii, cioè «uomo dell’aurora scoperto da Dawson».

Cominciarono le discussioni tra gli scienziati, dato che obiettivamente l’Uomo di Piltdown sembrava un po’ strano perché la mandibola appariva molto scimmiesca, la calotta cranica aveva invece un volume cerebrale superiore a quello dell’Uomo di Neanderthal (assai più recente), mentre l’osso occipitale rimaneva un enigma. Furono avanzate molte teorie e si finì per concludere che forse quello di Piltdown era un ramo a parte dell’umanità, di intelligenza molto sviluppata, ma scomparso senza progenie. Comunque l’Uomo dell’Aurora entrò nei libri di scuola e il nome di Dawson fu inciso a lettere d’oro sulla vetrina d’onore del British Museum che conteneva i preziosi reperti.

Dawson morì nel 1916. Nel 1930 l’antropologo Weinert cominciò a parlare apertamente di un falso, dicendo che il famigerato osso occipitale doveva provenire «dalle immondizie». Si levò ovviamente un coro di indignazione: Weinert era tedesco, evidentemente parlava per invidia nazionalistica!

Ma, a poco a poco, i dubbi crebbero; un altro tedesco, il paleontologo Weidenreich, avanzò l’ipotesi che la calotta cranica potesse appartenere a un uomo moderno, la mandibola invece ad un orango di qualche zoo. Infine proprio il dentista Marston, che aveva contribuito al ritrovamento, propose di sottoporre le ossa al “saggio del fluoro”, recentemente scoperto dallo scienziato Oakley, che permetteva di datare i reperti analizzando la quantità di fluoro che contenevano. Le ossa di Piltdown furono esaminate per quattro anni e il risultato fu che, mentre il cranio poteva avere qualche decina di migliaia di anni, la mandibola ne aveva solo cinquanta, apparteneva a uno scimpanzé o a un orango ed era stata fossilizzata artificialmente con una preparazione di potassa e ferro.

Dawson era quindi un falsario? Giornali e riviste sguinzagliarono i loro migliori cronisti per ricostruire la sua vita, scoprendo cose interessanti. Ad Hastings, il direttore del museo locale confidò che cinque pezzi “antichi” procurati da lui al museo erano risultati falsi; i due volumi della Storia di Hastings che Dawson aveva scritto apparivano copiati di sana pianta da un manoscritto inedito conservato proprio al museo.

Il proprietario della casa in cui Dawson viveva, inoltre, disse agli inviati del Daily Mail che quando aveva comperato l’edificio e fatto dei lavori di ristrutturazione, in un muro era stata trovata una cavità con dei crani di grosse scimmie.

Il 21 gennaio 1953, infine, Sir Gavin De Beer, direttore del dipartimento di storia naturale del British Museum, stabilì in una comunicazione ufficiale che anche in base al metodo dei depositi di uranio radioattivo l’Uomo di Piltdown era un falso: «Nessuno dei ritrovamenti viene da Piltdown; alcuni sono addirittura di origine straniera».

Insomma, con tutta probabilità Dawson aveva trovato o acquistato chissà dove una calotta cranica di uomo fossile, vecchia di 20 o 30.000 anni: su quella, con abile e paziente lavoro, modellò e adattò la mandibola di scimmia, i denti, l’osso occipitale, pietrificandoli quindi artificialmente con un metodo sconosciuto. Cosa ne guadagnò? La fama innanzi tutto, e forse anche la soddisfazione maligna di avere, lui oscuro avvocato di provincia, preso in giro i luminari della paleontologia mondiale per tanti anni.