Bias cognitivi: la mente obliqua

  • In Articoli
  • 21-11-2019
  • di Roberto Cubelli e Sergio Della Sala
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Dal prossimo numero di Query, pubblicheremo una rubrica dedicata ai bias cognitivi, a cura di Sergio Della Sala e Sara Pluviano. In questo articolo, Cubelli e Della Sala ci introducono al tema e alle ragioni che spiegano la scelta di dedicargli uno spazio specifico sulla rivista.

I bias cognitivi sono di moda, ne parlano in tanti (ricercatori, divulgatori, giornalisti, anche al CICAP se ne discute), tutti li invocano per spiegare i comportamenti che appaiono erronei, inattesi o addirittura irrazionali. Manca, però, una definizione chiara e condivisa di bias cognitivo. Parafrasando Metastasio che parlava della fede degli amanti, «Che ci siano, ciascun lo dice; cosa siano nessun lo sa». Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza.

Luciano Mecacci così descrive la voce “Bias” nel suo “Dizionario delle Scienze psicologiche” (2012): «Termine inglese (letteralmente “linea diagonale”), che indica inclinazione, distorsione, pregiudizio, impostazione di ricerca con risultati precostituiti, errore sistematico nel campionamento e nell'analisi dei dati» (p. 136). Ancora più specifica è la definizione della Treccani[1]:«bias ‹bàiës› agg. e s. ingl. [dal fr. e provenz. ant. biais «obliquo», di etimo incerto] (pl. biases‹bàiësi∫›), usato in ital. come agg. e s. m. – Termine che significa propriamente obliquo, inclinato, e, come sostantivo, obliquità, inclinazione, tendenza, usato con significati specifici in varie discipline (tendenza a deviare dal valore medio in statistica, polarizzazione in meccanica e in elettronica, ecc.)». In ambito psicologico, l’espressione bias cognitivi si riferisce a comportamenti che, in risposta a determinati stimoli o situazioni, mostrano sistematicamente, e pressoché universalmente, lo stesso profilo qualitativo, lo stesso pattern di errore, le stesse inadeguate strategie, le stesse preferenze.

Per comprenderli, è opportuno ricordare che i bias cognitivi non sono fenomeni patologici conseguenza di anomalie o disfunzioni, sono parte integrante del funzionamento del sistema cognitivo che si rivela anche attraverso di essi. Non sono deviazioni dalla norma, sono la norma. Non sono manifestazioni occasionali e marginali, sono l’espressione di meccanismi mentali che guidano le scelte e le azioni nella vita quotidiana.

Spesso chi parla di bias cognitivi lo fa per denunciare come irrazionale il comportamento della maggior parte delle persone e per promuovere programmi di informazione ed avviamento alla razionalità e alla logica formale. Il concetto di bias cognitivo è solitamente usato per sottolineare il carattere imperfetto della mente, per enfatizzare la sua vulnerabilità e inaffidabilità rispetto ai computer, per affermare l’inferiorità dell’intelligenza naturale rispetto a quella artificiale. La mente, invece, date le sue funzioni e i suoi scopi, deve essere considerata perfetta. Consente di adattarsi all’ambiente circostante, acquisire conoscenza, individuare e fuggire i pericoli, comunicare e collaborare con altre menti, costruire strumenti per agire e modificare la realtà, utilizzare le esperienze passate, costruire legami affettivi.

Al pari di ogni macchina, la mente può fallire, ma solo in determinate condizioni di contesto (come la macchina fotografica al buio o di fronte al sole), o a causa dei limiti di capacità (come certi computer quando devono trattare files troppo pesanti). I fallimenti nel primo caso danno origine a errori (come le illusioni percettive, le false memorie e gli errori linguistici), nel secondo caso sono alla base delle difficoltà di ragionamento o di soluzione dei problemi (per esempio, incapacità a eseguire calcoli della probabilità o a effettuare stime). Questo secondo gruppo comprende i bias cognitivi che costituiscono un insieme eterogeneo di fenomeni e meccanismi psicologici, e si riferiscono a domini cognitivi diversi e a un’ampia varietà di comportamenti complessi. Un esempio di bias cognitivo è rappresentato dall’effetto “telescopio” nei compiti di datazione: gli eventi remoti sono avvicinati nel tempo e giudicati più recenti a causa della loro ripetuta rievocazione e della forte convinzione di conoscerli e ricordarli.

I bias cognitivi includono anche le euristiche, ovverosia le scorciatoie mentali e le semplificazioni di ragionamento che si usano nella soluzione dei problemi: l’euristica della disponibilità, per esempio, porta a fare inferenze o a esprimere giudizi sulla base di informazioni parziali prese in considerazione grazie alla loro facile accessibilità (vicinanza, salienza percettiva, ricordi episodici, familiarità, ecc.).
I bias cognitivi permettono di agire ogniqualvolta la rapidità sia preferibile all’accuratezza e il risultato sia più importante del metodo. Consentono di operare scelte o assumere decisioni, che possono apparire errate o irrazionali ma sono funzionali a un’azione efficiente e/o cognitivamente poco costosa.

Per spiegare i bias cognitivi sono state proposte quattro diverse teorie: la prospettiva cognitiva, che li attribuisce alla scarsa capacità della mente umana di elaborare informazioni complesse; la prospettiva ecologica, che li fa derivare dalla tendenza ad applicare in presenza di situazioni nuove, inusuali, ignote o inaspettate, regole e concetti noti e adottati in precedenza; la prospettiva evoluzionistica, secondo cui i processi mentali utili alla sopravvivenza dei nostri antenati non sono in grado di far fronte alle richieste della complessità organizzativa e tecnologica del mondo contemporaneo; la prospettiva neurale, simile a quella evoluzionistica, che mette l’accento sulla inevitabilità dei bias data l’organizzazione funzionale del cervello che si è venuta consolidando nel corso dei millenni.

Nonostante le diverse sfumature, tutte queste teorie esplicative identificano nei bias cognitivi una forma ineludibile di processi mentali che indirizzano la nostra vita di relazione e interferiscono con essa. Queste teorie però non si escludono a vicenda, possono coesistere; anche perché i bias cognitivi non costituiscono un gruppo omogeneo e bias diversi possono richiedere spiegazioni diverse.

I bias cognitivi dunque determinano comportamenti erronei, approssimativi o inadeguati; spesso sono inevitabili perché di questi raramente si è consapevoli. Parlarne e saperli identificare è importante per due ordini di motivi.
  • (a) Innanzitutto per evitare atteggiamenti contrapposti ma ugualmente pericolosi e deprecabili. Il primo è ritenere che tutto ciò che pensiamo e ricordiamo sia sempre vero, corretto e migliore di quanto dicono gli altri. La consapevolezza che il pensiero sia dominato da bias difficilmente controllabili aiuta a ridurre la sicumera e l’arroganza e ad essere più tolleranti e più disponibili all’ascolto. In definitiva, ad essere più democratici. Il secondo atteggiamento da scongiurare è quello di chi, conoscendo l’esistenza dei bias cognitivi, si sente unico depositario di razionalità, classifica gli altri come non intelligenti, mantiene un contegno paternalistico o di ostentata superiorità per imporre distanza e rivendicare maggior autorevolezza. In questo stesso numero di Query se ne discute ampiamente nella rubrica di Andrea Ferrero.
  • (b) In secondo luogo, perché i bias cognitivi comportano comunque errori e scelte sbagliate, si caratterizzano sempre per l’assenza di accuratezza e rigore metodologico. Essere consapevoli della loro esistenza è importante non solo per non giudicare o biasimare chi li commette ma anche per prevenire, correggere o limitare i loro effetti negativi. Questo significa, per esempio, evitare il ricorso all’euristica della disponibilità, acquisendo le opportune conoscenze procedurali e il supporto di dispositivi tecnologici, oppure dubitare di testimoni che indicano con sicurezza la collocazione temporale di eventi.

Per tutte queste ragioni parliamo di bias cognitivi su Query e a partire dal prossimo numero questa rubrica descriverà i bias più frequenti, curiosi e interessanti. In rete, l’elenco dei bias cognitivi è variabile, da 23[2] a un numero sterminato comprendente anche fenomeni di memoria[3] o limitato alle sole euristiche[4]. Nel prossimo numero della rivista Sergio Della Sala e Sara Pluviano che cureranno questa rubrica cominceranno a parlarne partendo da una condizione nota come ‘dissonanza cognitiva’. Buona lettura.

Note