Il fantasma al castello di Saint-Marcel

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Il Castello fotografato in primavera.
“Ho fotografato un fantasma”, questo il titolo in prima pagina comparso su un giornale della Valle d’Aosta nel mese di dicembre del 2017. L’articolo riporta la descrizione fatta da una sedicente sensitiva a proposito di una recente esperienza durante la visita al castello di Saint-Marcel, un piccolo villaggio a pochi chilometri da Aosta: «Il grigio del temporale ancora brillava in quel cielo d’estate quando, percorrendo il perimetro del cortile interno, percepii il peso di uno sguardo alle mie spalle. Mi voltai di scatto e con una consapevolezza a dir poco sconvolgente intercettai immediatamente la fonte di quell’esoterica sensazione. Il fantasma era lì, alla finestra, mi stava osservando». Certo, la location è a dir poco perfetta. Il piccolo castello, probabilmente di origine trecentesca e strettamente legato alla famiglia degli Challant, versa ormai da tempo in condizioni di totale abbandono[1]. La donna continua la sua spiegazione: «[...] si vede l’immagine evanescente di un volto femminile che potrebbe appartenere alla fanciulla di cui i racconti parlano, assassinata per un delitto non commesso, proprio all’interno del castello. Dopo aver mostrato le immagini al sindaco di Saint-Marcel e aver fatto notevoli ricerche sono venuta a conoscenza delle molte storie dell’occulto che avvolgono la struttura in questione». L’articolo prosegue con altre informazioni a proposito delle leggende che coinvolgono questa piccola costruzione e si conclude con il commento del giornalista: «Castelli abbandonati e antiche dimore sono da sempre oggetto di suggestione e fonte di spunto per leggende e miti popolari ma, questa volta, a dare credito alla teoria c’è anche una fotografia» (che ovviamente viene pubblicata in prima pagina). Insomma, il lettore non può che rimanere impressionato da questo racconto: ci sono tutti gli elementi essenziali per credere che la sensitiva abbia davvero visto qualcosa di paranormale. E questa volta c’è anche la prova fotografica.

Dobbiamo però sempre ricordare che la nostra mente è spesso vittima di illusioni percettive che possono alimentare credenze di ogni tipo. Decido quindi di compiere una piccola indagine. Munito di macchina fotografica, mi reco anch’io sul posto. Saint-Marcel, come dicevo, è un piccolo villaggio (poco più di 1300 abitanti) famoso in tutta la Valle d’Aosta per la produzione di un rinomato prosciutto. Arrivo al castello e parcheggio l’auto; è una giornata uggiosa d’inizio inverno e nei paraggi non c’è anima viva. Comincio a scrutare le finestre che danno sulla strada di accesso confrontandole con quella pubblicata sul giornale, ma nessuna di esse sembra combaciare con la finestra della foto. Decido allora di ispezionare meglio la zona recandomi nella parte posteriore dell’edificio. Sono presenti alcune impalcature da cantiere, probabilmente perché è in corso qualche timido tentativo di ristrutturazione. Bastano pochi passi e finalmente riesco a trovare la finestra giusta, quella dove la sensitiva ha fotografato il fantasma. Si tratta in realtà di una porta-finestra, con la parte inferiore in legno e quella superiore in vetro. Osservando la foto della sensitiva, preventivamente aperta sullo schermo del mio smartphone, cerco di posizionarmi alla stessa distanza e inizio a scattare alcune foto con la mia reflex. Come immaginavo, il fantasma è ancora lì!

Ovviamente la soluzione è piuttosto semplice: si tratta infatti di pareidolia[2] dovuta allo stato in cui versa il vetro: impolverato e sporco. Certo, bisogna dire che ora la porta-finestra è stata rinforzata tramite l’aggiunta di un pannello di compensato appena dietro al vetro. Questa modifica rende il “fantasma” meno evidente, ma confrontando attentamente la foto appena fatta con quella comparsa sul giornale si notano ancora gli aloni che hanno alimentato l’inganno della mente.

A questo punto è opportuno fare due importanti riflessioni. Primo: io non sono un sensitivo e non ho avuto alcuna «esoterica sensazione». Secondo: o il fantasma del castello è talmente collaborativo da mettersi in bella posa (sempre la stessa) ogni volta che qualcuno si reca sul posto e scatta una foto, oppure quell’immagine è il frutto di una semplice illusione ottica.

Tornato a casa, scrivo alla redazione del giornale esponendo quella che, in un’ottica più razionale, potrebbe essere la probabile soluzione del mystero.

La settimana seguente è uscito un contro-articolo, a firma dello stesso giornalista, con la spiegazione da me fornita in occasione di un incontro avvenuto in redazione ad Aosta.

Note