La madre di tutti i complotti

Come l'assassinio di JFK ha dato origine a ogni tipo di cospirazione immaginabile

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  • 26-08-2005
  • di Diego Verdegiglio
L'assassinio del Presidente a Dallas è come un enorme palla da bowling che colpisce tutti i birilli: crolla ogni cosa.

Nessun settore della vita pubblica e privata, nazionale e internazionale, resta immune dagli effetti travolgenti dell'avvenimento. Cedono equilibri politici, giuridici, militari, economici, psicologici, personali, morali. S'infrangono carriere, precipitano investimenti, si verificano episodi di sciacallaggio finanziario, corse al potere, repentini cambi di bandiera, planetari sconvolgimenti nei mezzi di comunicazione di massa. Alcuni ambienti militari, imbarazzati dalle indecisioni di Kennedy, rialzano la testa con malcelato sollievo. La chiesa cattolica americana e il Vaticano accusano la perdita di prestigio per la morte del primo e unico Presidente "papista". Un'intera compagine politica e amministrativa, incentrata sull'"irlandismo" dei suoi componenti, viene disgregata a favore del nuovo clima "texano" di Johnson. Il Paese, proiettato dai Kennedy verso la cultura e le raffinatezze dell'Europa, ritorna alle origini sudiste del West. L'impatto di questo repentino trauma travolge cose e persone, cambia stili e consuetudini. Stampa e TV riflettono lo sgomento e la confusione della nazione e dei suoi alleati. Gli interessi economici e militari degli Stati Uniti nel mondo sono messi momentaneamente in crisi. Si temono attacchi nucleari e rappresaglie dei Sovietici, dei Cinesi, dei Cubani, dei Nordvietnamiti. Le basi missilistiche e aeronautiche statunitensi sparse per il globo vengono messe in stato di allerta. La John Birch Society accusa i comunisti di aver complottato contro Kennedy. La paura del nemico, lo stravolgimento morale, il turbamento psicologico si impadroniscono degli americani. Il dolore per la perdita di un leader molto amato si accompagna all'incredulità che esistano, negli States, le forze oscure del male e della violenza che tramano nell'ombra, che gioiscono del delitto, killer e pazzi pronti a tutto. Un incubo che, dopo gli assassinii di Lincoln, McKinley e Garfield, nessuno credeva potesse più ripetersi.

Ovunque gli eventi e i centri di attenzione si accavallano, si intersecano: Oswald, la centrale di polizia, le indagini, i medici del Parkland che rilasciano dichiarazioni; il Servizio segreto, l'FBI e la CIA a Washington; l'autopsia del Presidente, il dolore della gente, della famiglia Kennedy, lo smarrimento dei collaboratori, delle Ambasciate all'estero, del Pentagono; di Peter Lawford, di Sinatra, di Hollywood, di Boston; la preparazione dei funerali, il timore di un'offensiva comunista, le illazioni della stampa e della TV sempre più avide di particolari da gettare in pasto al pubblico; il "venerdì nero" dei mercati finanziari; le proteste dei neri contro il Ku Klux Klan e i razzisti del Sud, dei sudisti contro i comunisti degli Stati orientali e della Capitale federale; le reazioni internazionali, dei cattolici, del Papa; dei castristi e dei profughi anticastristi; la gioia dei mafiosi, il tripudio dei reazionari. I progressisti puntano il dito contro i reazionari del Texas, le destre sottolineano il "marxismo-leninismo" patente del "comunista" Oswald, i cattolici oltranzisti accusano il clima di odio creato dagli Ebrei e dai Wasp (bianchi protestanti), i pacifisti dei campus californiani lanciano accuse al Pentagono e all'apparato militare-industriale, le autorità federali pensano a un complotto di quelle texane, i texani sospettano gli odiatissimi servizi federali.

Altre reazioni all'evento sono drammatiche, a volte incomprensibili. Uno studente di filosofia dell'Università di Columbia afferma che Oswald ha abitato a New York, nel Greenwich Village, con un estremista di destra, un razzista di circa quarant'anni, proveniente dal Mississippi. Le indagini non portano a nulla di concreto: lo studente è uno dei tanti mitomani di quei giorni incredibili. La stampa araba e i neonazisti elaborano l'ipotesi di un complotto sionista perché Jack Ruby (Jacob Leon Rubinstein) è ebreo. Gli africani, gli asiatici, Radio Mosca e De Gaulle accusano i razzisti del sud. I francesi vi vedono un complotto fascista-texano da banana republic. I nazionalisti cinesi di Taiwan incolpano quelli di Pechino.

Il giornalista Jean Daniel sente dire a Fidel Castro: "È terribile... ora verrà il mio turno". I russi sono terrorizzati da una possibile reazione americana e accusano la destra e l'FBI. Mentre echeggiano gli spari nella Dealey Plaza, un pensiero di Lady Bird Johnson, accucciata nella sua auto del corteo, compendia la fiducia in sé stessa e la tranquilla sicurezza verso il sistema dell'intera nazione: "Siamo in America. Non ci sono sicari, qui". Non si salva nessuno. Le cose peggiorano notevolmente dopo l'assassinio di Oswald. Spuntano in tutti gli Stati Uniti, e poi nel mondo, esaltati, veggenti, paragnosti, falsi profeti, falsi cospiratori: ognuno di essi ha una sua teoria folle sul delitto, ognuno ha i suoi colpevoli preferiti. Il mito dell'infallibilità del Servizio segreto va in pezzi. Dallas, la sua polizia e il Texas vengono messi sul banco degli imputati, compresa quella parte innocente di cittadini che piange con sincerità la brutale eliminazione del Capo dell'Esecutivo nelle sue strade. Va in crisi il sistema di governo. Prima che Johnson riprenda saldamente nelle sue mani le leve del potere, il Paese appare come tramortito in ogni settore della vita sociale.

Scrive Arthur Schlesinger jr.: "Nel nostro animo si agitavano i più diversi sentimenti: amarezza, vergogna, incredulità... Washington era in preda all'angoscia. Tutto era finito, ora: l'entusiasmo che dà senso e valore alla vita, l'ingegno, lo spirito, l'impegno, il distacco, la fermezza e la decisione...". L'America ha perduto il suo ottimismo.

Sostiene Jim Garrison: "L'assassinio ha significato la perdita dell'innocenza per gli americani del dopoguerra, l'inizio dell'era attuale di scontento e di diffidenza verso il nostro sistema di governo e verso le nostre istituzioni più importanti". Non si può affrontare l'analisi delle indagini sulla tragedia senza prima descrivere il quadro psicologico di completo smarrimento in cui il Paese versa nei suoi quattro giorni più bui dopo Pearl Harbor. Solo così si riesce a comprendere meglio (anche se non sempre a giustificare) la serie di errori, omissioni, debolezze, conflittualità e inefficienze che caratterizzano le scelte degli organi inquirenti, dopo l'uccisione di Oswald nella Centrale di polizia. È questo, infatti, il momento più critico dopo l'assassinio di Kennedy: se l'arresto immediato di un sedicente marxista filocubano, in un primo tempo, tranquillizza una vasta parte dell'opinione pubblica e ringalluzzisce gli estremisti di destra, lo sparo di Jack Ruby precipita l'America in un clima di sgomento assoluto. C'è sicuramente un complotto: Oswald è stato messo a tacere.

A quel punto intervengono decisamente Johnson e l'FBI. Alcuni critici pensano che l'arresto di un sospetto di omicidio come Lee Oswald sia eccessivamente rapido e stranamente unico. Non è così. Molte persone vengono segnalate e fermate quel giorno in tutta la città. Più di una dozzina viene trattenuta e identificata dalla polizia nei dintorni della Dealey Plaza. La situazione è paradossale. L'uccisione del Capo dell'Esecutivo degli Stati Uniti, mancando tuttavia l'evidenza di una cospirazione per rovesciare con la violenza le istituzioni democratiche, è affidata a Dallas e al Texas. L'FBI, inizialmente, non ha giurisdizione sull'attentato, ma potrebbe intervenire per una rapina in banca oppure se fosse ucciso un qualunque postino o un funzionario federale o un agente del servizio di scorta presidenziale.

Scrive William Manchester, biografo e amico di Kennedy: "Tecnicamente, non esisteva alcuna differenza tra l'assassinio di un Presidente e un accoltellamento in una taverna di Dallas". A Washington si accorgono di questa anomalìa e, dopo l'uccisione di Oswald, quando l'FBI prende saldamente in mano la situazione, un gruppo di venti senatori e alcuni deputati presenta al Senato e alla Camera dei Rappresentanti un progetto di legge che mira a considerare l'uccisione del Presidente, del Vicepresidente, dei membri del Congresso e dell'Amministrazione statale come crimini soggetti alle Autorità federali. La stampa, cinicamente, "digerisce" e rielabora, ipotizza e crea clamori. Quella sera Dallas, il Texas, gli Stati Uniti, il mondo, sono in preda allo sconvolgimento più totale; Dallas è al centro di tutto questo e la Centrale di polizia ne è il fulcro caotico.

Molto prima che venga formalizzata qualunque accusa al sospetto tratto in arresto, i corrispondenti americani e stranieri mandano in onda alle 15.26 un servizio televisivo in cui già si parla di Oswald come probabile indiziato per l'uccisione del Presidente Kennedy e dell'agente Tippit. Viene così vanificata la possibilità di avere in tribunale una giuria imparziale, come richiede la legge. La pubblicazione delle foto di Oswald sui giornali, usciti in edizione straordinaria, mette una seria ipoteca sulla validità degli stessi testi oculari che lo hanno visto commettere i delitti. Il "processo" a Oswald viene istruito dal capo della polizia locale, Curry, e dal procuratore distrettuale Wade sotto gli obiettivi dei cronisti. È un disastro giuridico e morale di proporzioni gigantesche. John Edgar Hoover, il capo dell'FBI, è furioso: diffida Curry dal discutere pubblicamente le prove raccolte dall'FBI. Inutilmente. Su sollecitazione di Johnson, Hoover invia a Dallas un assistente speciale e trenta agenti dell'FBI. Iniziano i sospetti: qualunque scelta è sbagliata. Se l'inchiesta si farà in Texas, i critici diranno che è stata sottratta alle autorità federali per coprire un complotto texano. Se la Commissione d'inchiesta sarà federale, la si accuserà di aver portato tutto a Washington per occultare un complotto a livello governativo. Nick Katzenbach, vice di Bob Kennedy, è scandalizzato dalla voce secondo la quale Johnson ha già proposto di riunire una commissione i cui membri, inclusi gli agenti federali, devono essere esclusivamente Texani. Convinto Johnson che un'indagine svolta dagli stessi Texani si risolverebbe in una bolla di sapone, Katzenbach e il Procuratore Generale Coix si recano, il 29 novembre, dal presidente della Corte Suprema Earl Warren per sollecitarlo a presiedere una commissione federale: è l'unica personalità dell'Unione assolutamente inattaccabile sul piano dell'integrità morale e politica. Ma neanche i risultati finali della Commissione, che non troverà prove di cospirazioni, potranno soddisfare i fautori di una vasta congiura. L'immaginazione, sul "complotto" contro J.F.K., è infatti sempre stata, e sarà sempre, fervida.

Il bisogno del complotto


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Clay Shaw
Afferma Lord Longford: "Salinger, scrivendo nel 1967, dice che il danno e l'odio provocati dalle illazioni scandalistiche sull'assassinio di Kennedy meritano un'attenta risposta. Riconosceva che fino a quel momento i fomentatori di scandali avevano avuto la meglio. I veri colpevoli, gli uomini che si celavano dietro l'assassinio, sono stati teoricamente scoperti nelle più svariate direzioni. È tuttavia necessario ribadire che fino a oggi non è venuta alla luce alcuna prova determinante che convalidi la teoria della congiura. A me pare tuttora verosimile che fu un uomo solo a sparare e a uccidere il Presidente: Lee Oswald. Tutti i tentativi di capovolgere il verdetto ufficiale sono risultati vani". Non è l'unico parere autorevole in questo senso.

"Tutti coloro che vogliono credere che J.F.K. fu la vittima di una cospirazione hanno tutta la mia simpatia" nota William Manchester. "Per usare quella che sembra una strana metafora, c'è un principio estetico in loro. Se si mettono su un piatto della bilancia sei milioni di ebrei uccisi e il regime nazista sull'altra, c'è un equilibrio: i più grandi criminali da una parte, il più grande crimine dall'altro. Ma se si mette il Presidente U.S.A. assassinato su un piatto e quel miserabile relitto di Lee Oswald sull'altro, non c'è equilibrio. È necessario aggiungere qualcosa di più importante che non il solo ex-marine. Bisogna investire la morte di un Presidente di un significato dandogli l'aureola del martirio. Deve essere morto per qualcosa! Ma, sfortunatamente per loro, non c'è alcuna prova di una cospirazione".

"La decisione di pubblicare gli ultimi dossier delle agenzie federali" aggiunge lo storico Gerald Posner "non risolverà il problema per chi crede alla cospirazione. Robert Blakey dice che "la gente che aspetta nuove rivelazioni rimarrà delusa. Conosco quei dossier e non c'è niente di rilevante". Chiederanno altre indagini e altri documenti. Li interpreteranno e vaglieranno trovando nuovi fatti evidenti di questo o di quel complotto. Andrà avanti così per sempre. La verità e la realtà saranno perse di vista e la figura di Oswald diventerà sempre più insignificante, come una nota finale a piè di pagina".

Il professor Richard Wrone, della Wisconsin University: "Secondo me, questa sindrome dell'assassinio, questo collasso dello spirito critico, è una prova che la nostra società è in crisi. Questi teorici distolgono la nostra attenzione dalla realtà, portandoci in uno sconosciuto paese di Oz".

Uno dei pareri più autorevoli contro questa ipotesi è quello di Bob Kennedy. Scrive su Epoca Augusto Guerriero "Ricciardetto": "Robert Kennedy ha detto a Cracovia che Oswald agì senza dubbio da solo e di sua volontà. Non era affatto membro di un'organizzazione di destra. Era un comunista e non nascondeva di esserlo, ma i comunisti stessi non volevano avere niente a che fare con lui... Non mi si vorrà sostenere che il giornalista comunista disoccupato Buchanan e l'avvocato Mark Lane, che gira l'Europa per raccogliere fondi, siano interessati a vendicare il defunto Presidente più di quanto lo sia il fratello, ministro della Giustizia... Mark Lane è ridicolo. Ancora oggi [...] va dicendo che Oswald era innocente: è la dottrina di Hitler della grossa menzogna. La menzogna deve essere grossa, bisogna ripeterla spesso e la gente ci crederà [...] Sauvage del Figaro ha suggerito che vi fu un complotto razzista, Buchanan ha accusato i petrolieri, Serge Groussard la Mafia. Un certo M. S. Arnoni è persuaso che furono la CIA, l'aviazione e le industrie belliche a punire Kennedy per la sospensione degli esperimenti nucleari. Secondo [la veggente] Jane Dixon il complotto fu ordito da Castro, il quale temeva di essere eliminato in conseguenza di un accordo fra Kennedy e Kruscev. Secondo Ousman Ba, ministro degli Esteri del Mali, le stesse forze che avevano colpito Lomumba e Hammarskjöld, colpirono Kennedy. Si resta di stucco a leggere simili idiozie".
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I tre fratelli Kennedy: John, Robert (Bob) e il più giovane, Edward (Ted), l'unico ancora vivo e ancora impegnato politicamente.
Richard Corliss aggiunge: "Così, se chiedete "Chi ha ucciso il Presidente e contribuito a nascondere la verità?" Tutti! Alti ufficiali nella CIA, l'FBI, il Dipartimento di polizia di Dallas, i Servizi informativi delle tre Armi, il mondo dei grandi affaristi e la Casa Bianca. Tutti. Ma Oswald... oh, Oswald era probabilmente un doppio agente durante la sua defezione in Unione Sovietica. Poteva forse anche essere in contatto con i cubani anticastristi. Ma non ha ucciso J.F.K.. Non ha ucciso il poliziotto J. D. Tippit. L'unico uomo accusato dell'assassinio era esattamente quello che diceva di essere: un capro espiatorio".

Siegmund Ginzberg: "Ha dichiarato Arthur Schlesinger: "Devo dire che c'è un istinto naturale a presumere chissà quali complotti in casi come questo. Quello che noi ora sappiamo è che l'inchiesta condotta dalla Commissione Warren era stata inadeguata, sappiamo che sia la CIA che l'FBI avevano nascosto informazioni vitali[...] Non perché volessero insabbiare le tracce di un complotto, ma per ragioni molto più volgari, di auto-protezione burocratica: in sostanza perché la gente non s'accorgesse di quanto erano incompetenti. Ma se non c'è dubbio che la Commissione Warren era inadeguata, dubito fortemente che un' indagine più accurata avrebbe portato a conclusioni differenti"".

Giuseppe Josca riporta quanto scrive il critico del Time: "L'assassinio di Kennedy sembra adesso galleggiare in uno spazio etereo, sospeso tra fatti e fantasia in cui la logica si tramuta in sogno. Tutte le teorie sono state formulate. L'idea del complotto è certo la più suggestiva, perché sembra difficile accettare quella normale: un giovanotto frustrato e arrabbiato si vendica della vita sparando al Presidente e, due giorni dopo, mentre lo trasferiscono in una prigione sicura, viene ucciso da Jack Ruby, un uomo strambo e imbottito di pillole, proprietario di una balera. Ma anche questa ostinazione a cercare una verità sfuggente serve a tener vivo il mito".

Aggiunge Ted Sorensen: "Se Bob Kennedy fosse stato in possesso di elementi tali da suggerire il legittimo sospetto che altri fossero coinvolti nell'assassinio di suo fratello, è difficile pensare che avrebbe lasciato cadere la cosa. Senza dubbio la Commissione Warren [...] autorizzò lo staff a compromessi di fronte a scogli insuperabili. Ma non ho letto nulla tale da farmi pensare che un'altra Commissione, procedendo in modo diverso, avrebbe potuto indicare il nome di individui realmente coinvolti nell'assassinio. Personalmente accetto l'opinione che non intervennero nessun complotto e nessun motivo politico [...] Tanta gente nel mondo ha riposto tanta speranza nel presidente Kennedy che rifiuta di credere che la sua sicurezza possa essere stata violata da un solo assalitore sconosciuto. In qualche modo la sua morte avrebbe più significato e sarebbe più accettabile, per loro, se egli fosse stato vittima di un complotto di destra, di sinistra, razzista o politico".

Robert Oswald, fratello di Lee: "Nulla, finora, ha scosso la mia certezza che Lee, e Lee soltanto, sparò i colpi che ferirono Connally e uccisero Kennedy".

John Pic, fratellastro di Oswald: "Io credo che Lee sia colpevole del delitto di cui è stato accusato".

Bob Kennedy, a un amico: "Se pensassi a un mistero nella morte di mio fratello, non credi che farei qualcosa?".

Jim Bishop, giornalista e storico: "Io personalmente penso che Oswald fu il solo uccisore. Era un individuo squilibrato dal punto di vista emotivo e, prima o poi, avrebbe sparato a qualcuno con la stessa facilità con la quale un bambino dà un calcio a un barattolo di latta".

John Connally, governatore del Texas, ferito nell'attentato: "Bisogna mettere la parola fine alla storia dei complotti. Sono assolutamente convinto che non ci fu cospirazione contro il Presidente e che Oswald era un pazzo isolato".

Bill Decker, sceriffo di Dallas nel 1963: "Perché la verità vera non dovrebbe essere questa? Io non credo alla congiura. A volte le cose sono molto più semplici di quanto si creda e in tanti anni che faccio lo sceriffo ho notato che le cose di solito sono semplicissime, che è inutile logorarsi il cervello con la fantasia. La storia è troppo semplice? Dico: vogliamo complicarla per renderla più interessante? O per vendere libri?".

La riapertura dell'inchiesta sulla morte di Kennedy nel 1977, invocata a gran voce dai critici degli anni Sessanta e Settanta, non ha condotto a nessuna nuova prova che possa implicare la partecipazione di qualche individuo o gruppo all'assassinio di Kennedy, a parte Oswald. Le circostanze assolutamente casuali e irripetibili che hanno permesso il delitto non consentono di ricondurlo a una cospirazione organizzata. Non ci sono prove convincenti sulla presenza di un altro attentatore. Si potranno forse mettere in futuro sotto accusa la polizia di Dallas, gli organi inquirenti statali e federali, ma il nocciolo fondamentale della questione (Oswald e Ruby hanno agito da soli, e non facevano parte di un complotto) resta intatto. Il fatto è che Oswald, nei suoi incredibilmente pochi e contorti ventiquattro anni di vita alla ricerca di riscatto e di affermazione personale, ha toccato, come una pallina di flipper impazzita, tutti i gangli vitali (Marines, CIA, FBI, Dipartimento di Stato, Cuba, Ambasciate, movimenti politici, KGB, ecc.) di due sistemi politici, americano e sovietico, in un momento critico per la storia del mondo. L'assassinio di Kennedy ha rappresentato il detonatore che ha fatto esplodere i delicati meccanismi del Potere. Il comportamento delle autorità non aiuta a fare chiarezza: "Nei giorni immediatamente successivi all'attentato" scrive Newsweek "molti burocrati a capo dei servizi di sicurezza furono più preoccupati di salvaguardare le loro carriere e i piccoli segreti dei loro uffici piuttosto che cercare prove utili alla risoluzione del caso. Le inefficienze e le incertezze dimostrate dai servizi segreti nei primi giorni delle indagini hanno contribuito per anni ad alimentare le ipotesi di un tentativo di voler occultare una congiura o comunque di voler distorcere la verità dei fatti. Alla fine, l'operato delle autorità sull'assassinio di Kennedy si riduce a una storia di errori umani e atteggiamenti opportunistici, piuttosto che a una vasta cospirazione. È ormai quasi assodato che la versione ufficiale sul delitto è quella più corretta. Ma grazie agli errori degli uomini allora al potere, l'opinione pubblica difficilmente accetterà più la verità sui fatti di Dallas. In questo groviglio di realtà e menzogna la figura di Oswald si introduce con la sua lucida e controllata, ma dirompente, follia".

Qualcuno continuerà a voler vedere nei comportamenti dell'ex-Marine la prova di un piano lungamente preordinato dai congiurati per porlo sotto tutela come apprendista agente segreto, come uomo di paglia da sacrificare al momento opportuno. Altri penseranno a differenti coinvolgimenti. Tutto può essere discusso e accettato, tranne l'assassino solitario. Le ipotesi, sono letteralmente, pazzesche. Alla maniera degli imbonitori di piazza, che magnificano la loro merce e ne esaltano le qualità a seconda delle richieste del cliente, i teorici della cospirazione sono pronti a rifilare all'opinione pubblica, ansiosa di sensazioni, la loro mercanzia, un Oswald "cucinato" in tutte le salse: capro espiatorio di CIA, FBI, destra razzista, petrolieri, Mafia, omosessuali, anticastristi, castristi e così via.

Mille complotti


Le ipotesi sono innumerevoli e contrastanti. Un ex-agente della CIA afferma che Oswald fosse un loro agente inviato in Giappone, mentre Norman Mailer presume invece che Lee fosse in contatto coi comunisti giapponesi. Jay Epstein e Léo Sauvage lo vedono usato dall'FBI e dalla CIA come doppio agente al servizio dei comunisti cubani o cinesi, del KGB o dei castristi infiltrato nei gruppi di esuli cubani a New Orleans e a Dallas, oppure dal Ku Klux Klan. Lincoln Lawerence scrive un'opera, Were We Controlled, in cui "dimostra" che una suggestione post-ipnotica è riuscita a far schiacciare il grilletto a un Oswald robotizzato attraverso un comando radio installato nel suo corpo. William Smith, in Assassination By Consensus, suggerisce che vi è stato un completo lavaggio del cervello di Oswald, facilmente realizzabile sulle menti inferiori. William Torbitt lo vede invece implicato nella congiura ordita dai nazisti del gruppo Odessa. Nel 1978 lo scrittore sovietico Yulian Semyonov, sul settimanale Ogonyok, sostiene che Oswald, agente di Pechino, avesse anche l'appoggio della Mafia. Secondo l'Autore, i Cinesi erano legati a Cosa Nostra dal traffico di droga e Jack Ruby era uno dei perni di questa connessione. Lo scrittore Pat Matteo, nella sua opera This Captive Land, suppone che Kennedy sia stato ucciso per prevenire il suo diniego alla costruzione di una bomba atomica in miniatura. Thothnu Tastmona nel suo libro pensa a un complotto ordito dal capo dei Mormoni Brigham Young. Bernard M. Bane scrive Is John Kennedy Alive? (John Kennedy è vivo?). Sybil Leek, auto-certificatasi come maga, scrive con Bert Sugar il libro The Murder Chain (La catena dell'assassinio) in cui un malefico collegamento viene rintracciato dietro molti omicidii politici della storia. Robert Anton Wilson, alias Illuminatus, cerca una spiegazione del delitto di Dallas nello studio dell'antico Egitto, mentre il volume The Illuminoids di Neal Wilgus trova nella loggia massonica "Ordine degli Illuminati" la spiegazione del complotto. La rivista The National Enquirer del 5 gennaio 1964 "scopre" che l'FBI aveva indagato su un gruppo di spie comuniste di cui faceva parte il padre di Marina Oswald. John H. Davis non esclude invece una complicità dei militari del Pentagono con la Mafia italo-americana. Nerin E. Gun, riporta, per citare un esempio di assurdità romanzesca, "una storia secondo la quale i Kennedy, Bob Ted e Jacqueline, conoscerebbero il nome del vero assassino del Presidente, che non sarebbe Oswald. Essi conoscerebbero inoltre anche il movente del delitto. E questa sarebbe la ragione per cui Robert Kennedy non si recò a Dallas e Jacqueline non mostrò mai la minima curiosità a proposito dell'assassino del marito e del movente del crimine. Se il nome dell'assassino fosse stato reso noto, l'opinione pubblica americana ne sarebbe stata influenzata. Secondo questa versione dei fatti, anche Johnson sarebbe al corrente del segreto ma, per far piacere ai Kennedy, avrebbe ordinato di mettere tutto sotto silenzio, chiedendo alla Commissione Warren di non porre domande imbarazzanti a Jacqueline e a Robert Kennedy".

Scrive il reporter investigatore Seymour Hersh: "Coloro che credono alle teorie cospirative fanno presto a diventare estremamente offensivi. Se uno di essi vi espone la sua versione del complotto e voi dite "non ci credo", loro rispondono "certo che non ci crede. È perché anche lei è d'accordo con la congiura". È una mentalità che non mi piace". È anche possibile combinare più mandanti. "Castro si alleò con la Mafia per uccidere Kennedy", sostiene Jack Anderson. "L'uccisione di Kennedy organizzata da CIA e FBI", scrive Il Giornale del 23 settembre 1977. P. Meisner scrive sul Workers World: "Mercenari americani hanno collaborato all'assassinio di J.F.K.". Altri, come Mark North, pensano al coinvolgimento dell'FBI, perché Kennedy, secondo Hoover, era un immorale e intendeva destituirlo dalla direzione del Bureau per non essere ricattato. Secondo Bonar Menninger e Howard Donahue, un agente della scorta presidenziale ha tirato fuori il suo fucile e ha colpito al cranio Kennedy per errore. John Keel nel sul libro Il nostro pianeta maledetto parla invece di "particolari inspiegabili [...] analoghi a quelli di alcuni casi di UFO". Milton William Cooper, che tiene conferenze a pagamento su UFO e attualità su JFK, rivela che una sua analisi del film di Zapruder mostra chiaramente l'autista della limousine presidenziale William Bill Greer che si gira indietro e spara alla testa di Kennedy. Ilario Fiore assicura invece: "Erano Walker e i suoi amici sudisti, texani compresi, ad agitare la bandiera segregazionista. Perché non dirlo? A Dallas John Kennedy è morto per questo".

Un anonimo informatore russo rivela all'Ambasciata americana di Mosca che Ruby era in loschi rapporti con Oswald almeno dal 1960. Oswald sarebbe stato, insieme a Marina, un agente del KGB: un gruppo di comunisti americani aveva preso parte al complotto contro Kennedy. James Reston jr., biografo di John Connally, sostiene che a Dallas il vero bersaglio era il Governatore, colpevole di non avere riabilitato il congedo disonorevole inflitto a Oswald dopo la defezione in Russia. Kennedy fu ucciso per sbaglio. In un altro momento Reston afferma invece che la Mafia voleva regolare i conti con Connally perché il Governatore aveva rifiutato di lasciarla operare nelle metropoli texane. Le teorie più assurde si accavallano. Un giornale dei Black Muslims giunge al punto di riferire che il Presidente, morente di cancro e desideroso del martirio, aveva ordinato la sua stessa uccisione. Seth Kantor, con argomenti documentati, giura su Ruby mafioso, ma anche informatore protetto dalla CIA e dall'FBI. Nel marzo 1967 il portoricano Luis Angel Castillo viene arrestato a Manila. Confessa di essere stato a Dallas il 22 novembre 1963 come sicario di Castro e di essere stato ipnotizzato dai cospiratori dell'Avana e della CIA. Ammette di aver perso conoscenza durante l'attentato e di essersi ritrovato poi a Cuba. Un'altra "rivelazione" viene da Ricky White: lui e sua madre avrebbero scoperto, dopo la morte del padre Roscoe White, ex-poliziotto di Dallas, un diario in cui l'uomo confessa di essere l'attentatore del poggio erboso. Quando viene loro chiesto di mostrarlo, entrambi dichiarano, molto opportunamente, che il memoriale è stato "sequestrato" da misteriosi agenti dell'FBI.

Nel 1988 una TV inglese "rivela" la storia del mercante di droga Christian David, con una cospirazione della malavita corso-marsigliese, capeggiata da Antoine Guerini, in aiuto dei fratelli delle "famiglie" americane. Henry Hurt pubblica nel 1985, nel suo Reasonable Doubt, la "confessione" di Robert Easterling, un intricato mosaico che lega Oswald alla CIA e agli anticastristi, fra i quali il "vero" killer di Kennedy, un fantomatico Manuel Rivera. Easterling risulterà poi appena dimesso da un ospedale psichiatrico. Dal 1988 al 1993 la valanga di saggi sul "delitto del secolo" non ha soste. Nel 1992 esce un volume di John R. Craig e Philip A. Rogers, The Man on The Grassy Knoll (L'uomo sul poggio erboso), teoria nuova di zecca. Charles Rogers, un fanatico di estrema destra texano, in contatto sia con la CIA che con Oswald, ha sparato al presidente Kennedy dalla staccionata. David Perry ha raccolto le testimonianze di ventotto uomini individuati dai critici come il secondo, il terzo o il quarto assassino, o che hanno spontaneamente confessato di esserlo. Hug McDonald, nel suo volume Appointment in Dallas (Appuntamento a Dallas), scopre il secondo assassino della Dealey Plaza: ha sparato da una finestra del Texas Records Building. Il suo nome di battaglia è Saul ed è legato alla CIA. Un ex-ricoverato per disturbi mentali, Richard Case Nagell, confida i retroscena dei servizi segreti sull'assassinio di J.F.K. allo scrittore Richard Russell nel libro L'uomo che sapeva troppo. Garrison, che intende in un primo tempo servirsi di Nagell nella sua investigazione, vi rinuncia dopo averlo incontrato. Lo stesso procuratore distrettuale Garrison inizierà un'inchiesta a New Orleans "scoprendo" di volta in volta diversi mandanti del complotto: prima gli omosessuali, poi l'FBI, la CIA, gli anticastristi, la destra, la polizia di Dallas. Ma non è finita qui. Il pregiudicato texano Charles Harrelson, padre dell'attore Woody, ha affermato di essere uno degli attentatori fermati nella Dealey Plaza, travestiti da barboni. L'avventuriero Chauncey Holt afferma di avere conosciuto Oswald, Ruby e il mafioso Meyer Lanski. Rappresentato da un procuratore legale del Texas, Holt cerca di vendere il suo libro sulla storia dei tre vagabondi. Sia lui che Harrelson diventano parte della stessa storia quando, il 19 gennaio 1992, il Globe pubblica un titolo di testa: "Rivelazione - Il vero assassino di J.F.K. Un misterioso vagabondo accusa: "Il padre del protagonista di Cheers ha ucciso Kennedy e io gli ho dato il fucile"".

Avete qualche altra "idea" originale? Proponetela. Sarà bene accetta, stampata, pubblicizzata e probabilmente ben venduta. Ognuna di queste pseudo-rivelazioni ci presenta una serie di dati e di circostanze frutto di un'accurata selezione. Il lettore in buona fede troverà tutto plausibile, convincente, ben spiegato, ben documentato, con riferimenti a pagine di rapporti, indagini ufficiali, interpretazioni di film, di foto, di testimonianze. Da ognuna di queste opere potrà trarre tranquillamente una conclusione apparentemente valida. Dov'è finita la ragione? Dov'è il buon senso? Dove sta la capacità logica di analizzare i fatti? Il pubblico è inondato letteralmente di spazzatura: il concetto di osceno non andrebbe applicato solo alla pornografia. Questi libri fuorvianti sono molto più osceni dell' hard core, perché insinuano nella gente indifesa una serie di false convinzioni e di falsi miti. Come si sa, il clamore e il sensazionale fanno vendere più di un pacato ragionamento e di un'analisi scrupolosa.

L'ossessione del complotto


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John Kennedy durante una gita in barca con la moglie jaqueline.
Come scrive giustamente Sebastiano Messina su La Repubblica : "[...] nell'età della televisione le masse moderne non si fidano più dei propri occhi e delle proprie orecchie, ma soltanto della propria immaginazione [...] i grandi complotti sono cose che si sentono, si annusano. E, naturalmente, non si vedono. Sennò, che complotti sarebbero?". Sull'assassinio di Kennedy, incubo inconscio della nazione, si può ormai inventare di tutto, la gente "beve" tutto. Questo delitto non è più un fatto [...] un dramma umano, una catasfrofe politica, un caso storico, un tragico episodio criminale. È diventato invece un principio metafisico, un incubo collettivo, un caso psicanalitico, un "viaggio" sospeso tra il mito e la fede, tra i meandri dell'inconscio e del surreale. Luis Foix afferma che "le teorie della cospirazione variano a seconda delle ossessioni nazionali che sono in voga [...] La figura di Kennedy è entrata in una fase leggendaria".

Non si può a questo proposito non citare una famosa scena del film di Woody Allen Io e Annie del 1977. L'ironia con cui l'autore-attore (doppiato in Italia dal bravissimo Oreste Lionello) tratteggia l'ossessione nazionale del complotto contro Kennedy è esilarante: "Non posso togliermelo dalla mente, Allison, mi sta ossessionando! Non ha proprio senso! L'auto era già oltre il deposito di libri! La polizia ha stabilito con certezza che era un foro d'uscita... E allora com'è possibile che Oswald abbia sparato contemporaneamente da due punti su Kennedy? Non ha senso... Sai che ti dico? Non era bravo da colpire un bersaglio in movimento da quella distanza, ma... Se c'era un secondo assassino... Certo! È così! Se hanno ritrovato i bossoli di quel fucile... C'è dentro anche Warren? E perché no? Ehi, gioia, chi lo conosce Earl Warren? Lyndon Johnson? Lyndon Johnson è un uomo politico! Conosciamo la morale di quella gente..."

Diego Verdegiglio
Insegnante e scrittore è autore del più completo saggio in italiano sull'assassinio di Kennedy: Ecco chi ha ucciso John Kennedy(Mancosu Editore, Roma 1998).''