Fake news e dintorni: colpa dei social media o anche di tv e media mainstream?

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  • 04-08-2020
  • di Giuseppe Stilo
È nozione comune che dopo le elezioni presidenziali americane del 2016 la preoccupazione per la disinformazione e per le fake news sia assai cresciuta. Le fake news accrescono la polarizzazione politica e diminuiscono la fiducia nelle istituzioni pubbliche e nel ragionamento scientifico, sostengono diverse ricerche.[1] Eppure, studi recenti[2] paiono dire cose un po' diverse: fake news e simili, almeno in America, sarebbero viste da pochi, e in specie da anziani politicamente conservatori. Ciò ha spinto un gruppo di psicologi sociali di università ed enti privati di ricerca a misurare con più cura la rilevanza delle fake news.

Per farlo, si sono posti da una prospettiva che - strano a dirsi - sembra esser stata piuttosto trascurata: quella dell'ecosistema informativo. Detta in altri termini, si tratta di capire quanto le fake news incidano nella “dieta mediatica” quotidiana complessiva degli americani grazie alle analisi già disponibili su accessi generali al web e alla tv (non solo per quanto riguarda i contenuti informativi). Insomma: se la dieta mediatica è una torta, quanto di essa è costituito da notizie false o inattendibili? E se, alla fine, notizie false e inattendibili sono solo una meringa o un paio di canditi del tutto, c'è davvero, fra il pubblico, chi si nutre quasi soltanto di quelle guarnizioni un po' estreme?

Prima di presentare i risultati della ricerca, che è uscita ad aprile su Science Advances,[3] c'è però un punto al quale non si può sfuggire. La definizione del concetto di «consumo di fake news» non è affatto univoca, come non è chiaro che cosa sia, esattamente, una fake news. Per gli autori del lavoro consumare notizie false vuol dire passare del tempo su almeno uno fra 98 siti web già identificati da ricercatori, fact checkers professionisti e giornalisti [4] come «fonti di notizie false, ingannevoli, di bassa qualità o iper-partigiane».

Quali risultati sono emersi dal lavoro, dunque? La nozione per la quale le fake news sarebbero divorate da un gran numero di americani è uscita sminuita, soprattutto, come anticipato, se la si guarda in un quadro più generale.

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figura 1
La gran parte dell'uso dei media non consiste nella ricerca di notizie. Lo si capisce dall'immagine qui riportata (figura 1). La parte superiore del grafico riguarda il consumo online, l'altra quello televisivo. Il massiccio impiego «non informativo» dei mezzi è palese. Il peso dell'informazione televisiva prevale sempre su quello web, anche se, come atteso, i giovani fra i 18 e i 24 anni traggono meno le notizie dalla tv, mentre, al capo opposto, le persone sopra i 55 anni lo fanno più di tutti.

Anche stando ai criteri classificatori usati dagli autori (che loro stessi definiscono «a maglie larghe»), le fake news risultano una parte trascurabile della «dieta quotidiana» mediatica.

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figura 2
La seconda immagine tratta dallo studio di Allen e colleghi (figura 2), nella parte in alto mostra che le fake news s'incontrano più sovente su alcuni siti web e sui social media (l'insieme è quello con le varie gradazioni di rosso), ma pure che il loro impiego è limitatissimo un po' per tutti. Vero è che fra il pubblico residua un 2% di persone che trae la maggior parte delle informazioni da siti di fake news e simili, ma si tratta di persone che comunque sono assai poco interessate ad informarsi in generale.

Per la tv, invece, è difficile parlare di veri e propri canali di fake news. Anche così, però, alcune indicazioni ci sono: almeno in America, i programmi di infotainment del mattino e le fonti di notizie locali pesano più, fra le notizie via tv, dei notiziari o dei talk show serali.

Sul rapporto fra tv e fake news, tuttavia, la considerazione decisiva dell'articolo è un'altra: «se intesa in senso più ampio, la disinformazione può manifestarsi nei normali notiziari tv sotto forma di attenzione selettiva, di contestualizzazione, di spin impresso alle notizie, di false equivalenze e di altri tipi di bias».

Dagli inizi del 2017 le pubblicazioni elencate da Google Scholar con il termine fake news nel titolo sono cresciute notevolmente. Nello stesso periodo gli articoli contenenti il termine “notizie tv” sono andati diminuendo, superati persino da quelli riguardanti in modo specifico singoli social media come Twitter o Facebook.

Il guaio, dicono Allen e colleghi, è che questa attenzione per le fake news stride con quanto mostra la loro ricerca. Gli americani non usano i media online o televisivi soprattutto per informarsi. Fra media online e televisivi, quelli del secondo gruppo presentano un consumo di cinque volte superiore a quelli del primo. Infine - e qui si va al nocciolo - in media le fake news costituiscono l'1% del consumo di notizie complessive. Ciò che costituisce il grosso della dieta mediatica sono le fonti mainstream, sia online, sia televisive.

Certo, le fake news intese come «circolazione deliberata di false informazioni con lo scopo di creare confusione e discordia» sono «intollerabili», e vanno combattute. La situazione è aggravata dal fatto che non esiste una definizione condivisa di fake news. Si tratta di un'area d'incertezza che andrebbe affrontata: ma ciò non toglie che un consumo di fake news così basso suggerisca che i rischi derivanti dai falsi deliberati sono ridotti. L'incomprensione delle questioni pubbliche probabilmente dipende dalla combinazione di vari tipi di fattori: i normali bias e l'agenda dei media mainstream, [5] uniti alla bassa esposizione complessiva di molte persone alle notizie in generale.

Per questo, concludono, proprio ai media mainstream in generale e alle loro notizie, e non tanto ai media non-convenzionali, dovrebbero rivolgersi gli scienziati sociali.

Note


1) Allcott, H., & Gentzkow, M. (2017). Social media and fake news in the 2016 election. Journal of economic perspectives, 31(2), 211-36.
2) Guess, A., Nagler, J., & Tucker, J. (2019). Less than you think: Prevalence and predictors of fake news dissemination on Facebook. Science advances, 5(1), eaau4586. Disponibile all'url: https://bit.ly/2ZHDZuS .
3) Allen, J., Howland, B., Mobius, M., Rothschild, D., & Watts, D. J. (2020). Evaluating the fake news problem at the scale of the information ecosystem. Science Advances, 6(14), eaay3539. Disponibile all'url: https://bit.ly/2C9ovYj .
4) Grinberg, N., Joseph, K., Friedland, L., Swire-Thompson, B., & Lazer, D. (2019). Fake news on Twitter during the 2016 US presidential election. Science, 363(6425), 374-378.
5) King, G., Schneer, B., & White, A. (2017). How the news media activate public expression and influence national agendas. Science, 358(6364), 776-780.