L’insicurezza e le bufale generano mostri

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Manifestazione cospirazionista a Berlino. ©Leonhard Lenz Wikicommons
Il 29 agosto, a Berlino, si sono radunate circa 18.000 persone che negavano l’esistenza dell’epidemia di Covid19 o contestavano le decisioni prese per contenerla. Si sono visti complottisti di ogni sorta, sciachimisti, seguaci di QAnon, oltre a No Vax, vegani, omeopati ed estremisti di destra che, sventolando bandiere del Reich, hanno tentato di prendere d’assalto il Reichstag, sede del parlamento tedesco.

Una settimana dopo, il 5 settembre, è toccato a Roma. Millecinquecento persone si sono trovate in piazza Bocca della Verità negando l’esistenza della Covid19, ostentando l’assenza di mascherine e gridando contro la “dittatura sanitaria” che sarebbe stata imposta dal governo. Ancora si sono visti No Vax, nemici del 5G e i rappresentanti di Forza Nuova, organizzatori dell’evento, hanno parlato dal palco indicando in Trump e Putin gli amici dell’umanità e inveendo contro gli abituali obiettivi dei complottisti: il Nuovo Ordine Mondiale, Bill Gates, Hillary Clinton, Obama, Soros...

Certamente c’erano anche persone confuse o spaventate, che non avevano ben chiari i termini del problema. Ma nel caso dei più convinti, che cosa porta una persona a negare la verità? Ed è giusto chiamare queste persone “negazionisti”?

«La caratteristica della menzogna è quella di presentarsi come verità... Quando un racconto fittizio è ben congegnato, non contiene in sé i mezzi per essere demolito in quanto tale» scrive lo storico francese Pierre Vidal-Naquet. Egli si riferisce al revisionismo sulla Shoah, ma il suo discorso in effetti vale per qualunque forma di “negazione”.

Chi nega lo sbarco sulla Luna, l’evoluzione, il riscaldamento globale, l’Olocausto e oggi la Covid19 e persino la vittoria alle elezioni americane di Joe Biden, talvolta vive in un mondo chiuso, dove la conclusione arriva prima dei fatti, e si illude a livelli diversi di essere un pensatore indipendente, un paladino della verità, senza mai accorgersi di avere abbracciato una fede che può resistere solo se non si incontrano mai i fatti o, se si incontrano, chiudendo gli occhi di fronte a essi.

È evidente che ci troviamo di fronte a persone che hanno deciso di considerare i fatti e le evidenze scientifiche un optional. Persone per le quali è più importante quello che si crede rispetto a quello che i fatti dimostrano. Ma sarebbe un errore pensare che si tratti solo di paranoici o pazzi.

La differenza tra chi crede e chi non crede nelle teorie cospirative non va interpretata nei termini di una contrapposizione tra malati e sani, paranoici e razionali, ma piuttosto come una competizione tra diverse versioni e fonti, finalizzata a comprendere la realtà sociale.

Il che, naturalmente, non equivale a dire che ogni interpretazione di un evento abbia la stessa dignità, altrimenti andrebbe a farsi benedire ogni tentativo di capire veramente la realtà. Significa, piuttosto, che le differenti versioni possono essere analizzate in maniera razionale e confrontate per capire quali sono le spiegazioni fondate e quali no.

E perché ciò avvenga sono necessarie motivazioni, interessi, competenze cognitive e desiderio di approfondimento, tutte risorse che utilmente impieghiamo nell’affrontare i problemi più importanti della nostra esistenza ma che, per ovvie ragioni di economia, non possiamo applicare in tantissimi altri ambiti pur di rilievo.

Le teorie del complotto e i negazionismi, insomma, si possono inquadrare come uno dei modi che le persone hanno di spiegare la realtà di certi eventi, attribuendo significato a un mondo frammentato e caratterizzato dall’incertezza, un mondo che spesso rifiutano, e riducendo in questo senso l’ansia.

Studi recenti sembrano confermare che uno stato di ansia può in effetti spingere le persone a pensare in un modo che si avvicina di più al complottismo. L’American Psychiatric Association ha presentato nel maggio 2018 i risultati di un sondaggio condotto negli Stati Uniti, dal quale emerge che il 39% degli americani è più ansioso rispetto all’anno precedente, in particolar modo per ciò che riguarda la salute, le relazioni, la sicurezza, la politica e la situazione economica.

I dati sono confermati da altri rapporti, come un altro sondaggio del Pew Research Center dello stesso anno che mostra come la maggioranza sia dei Democratici che dei Repubblicani ha l’impressione che negli ultimi anni il proprio partito abbia perso terreno su questioni che considera importanti. Sarebbe interessante sapere oggi, all’indomani del tentativo di colpo di stato invocato da Trump a suon di bufale e teorie del complotto, che cosa pensano gli americani su questi temi.

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Manifestanti canadesi contro il Nuovo Ordine Mondiale, una delle teorie cospirative più diffuse. ©michael_swan Flickr
Sono in effetti queste crisi esistenziali, unite all’idea di non avere voce in capitolo, a favorire il pensiero complottista. In queste situazioni la teoria del complotto offre un conforto perché fornisce comodi capri espiatori e fa sembrare il mondo più semplice e controllabile.

Queste persone, insomma, riescono a credere che, se non ci fossero i cattivi, allora andrebbe tutto bene. Invece chi non crede nelle teorie del complotto deve ammettere semplicemente che le cose brutte, o quelle che non ci piacciono, avvengono per via del caso.

È come se entrassero in gioco meccanismi di protezione della propria autostima, che permettono di imputare la responsabilità della condizione di svantaggio propria o dei propri valori a specifici soggetti o al sistema in generale.

Si tratta dunque di trovare il modo di contrastare le teorie del complotto senza però mettere in discussione l’identità di una persona. O, come dice Joanne Miller, docente di Scienze politiche alla University of Minnesota: «non attaccare le credenze individuali, ma piuttosto i motivi che portano le persone a credere alle teorie della cospirazione».

Significa lavorare per migliorare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni e in chi governa, ma significa anche affrontare il profondo senso di ansia che avvolge le persone di fronte a un mondo complesso e per molti aspetti spaventoso. Perché nascono teorie cospirazioniste sugli attacchi dell’11 settembre o, prima ancora, sull’assassinio del presidente Kennedy? Perché l’idea di una pandemia che mette in crisi l’intero pianeta viene rifiutata? Perché sono eventi imprevedibili e, in quanto tali, terrificanti. Se nemmeno la potenza più forte del mondo, gli Stati Uniti, o il suo Presidente, e nemmeno l’intero pianeta possono considerarsi al sicuro, allora significa che nessuno di noi può mai esserlo veramente. Ed è questo a spaventare.

Molto più rassicurante pensare che tutti questi eventi siano il frutto di elaborati progetti messi in atto da qualche “grande vecchio” malvagio. Crederlo equivale a pensare che qualcuno ha sempre sotto controllo la situazione mondiale, anche se è qualcuno con intenti malefici. Significa che non siamo in balìa del caso e che, tutt’al più, bisogna solo impegnarsi per abbattere i “cattivi”.

Contro gli ebrei, Soros, Bill Gates, Joe Biden o persino i “rettiliani” si può immaginare di combattere: contro il caso e l’imprevedibile no.