L'effetto autocinetico

Un secolo fa lo psicologo J. Peterson osservò il movimento autocinetico di una luce sulla cima di una collina, e scrisse che «i movimenti erano molto più simili al comportamento volontario di una persona piuttosto che a un processo meccanico». Proprio per questa sua caratteristica, l'effetto autocinetico sta alla base di diverse testimonianze relative a eventi misteriosi

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  • 26-07-2013
  • di Stefano Vezzani
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Figura 1. L’ultimo ritratto del naturalista ed esploratore tedesco Alexander von Humboldt (fonte: Wikipedia)
Diversi fenomeni osservabili nel cielo sono interamente dovuti alle caratteristiche dell’osservatore, e sono dunque studiati, oggi, da fisiologi e psicologi. Molti di essi sono stati scoperti da astronomi, da cui sono stati anche studiati all’inizio, finché non divenne chiaro che essi non sono di natura fisica.

Uno di questi fenomeni, osservabile facilmente a occhio nudo, è l’effetto autocinetico: se si fissa una stella, circondata da un’ampia porzione di cielo priva di altri oggetti, dopo un poco essa sembra muoversi in tutte le direzioni in modo irregolare. Molti hanno anche l’impressione, anch’essa illusoria, che i loro occhi si muovano per inseguire la stella.

L’effetto autocinetico fu osservato per la prima volta dall’esploratore e naturalista tedesco Alexander von Humboldt (1769-1859), poco prima dell’alba del 22 giugno 1799 a Tenerife, nelle Canarie. Humboldt così lo descrisse nel 1850:

«a un’altezza di [circa 3.250 metri], vidi con i miei occhi nudi delle stelle basse sull’orizzonte in un meraviglioso movimento errante. Punti luminosi salivano, si muovevano lateralmente e tornavano alle loro posizioni iniziali. Il fenomeno durò da sette a otto minuti, e si arrestò molto prima che il sole apparisse sopra l’orizzonte. Lo stesso movimento poteva essere visto attraverso un telescopio. Non rimane alcun dubbio che erano le stelle stesse che si muovevano[1]».

Humboldt pensava che si trattasse di un fenomeno fisico, e molti astronomi ne rimasero convinti anche negli anni immediatamente successivi, attribuendolo a disomogeneità atmosferiche. Tuttavia, i movimenti causati dall’atmosfera sono di gran lunga troppo piccoli per essere percepiti a occhio nudo. Nel 1857, l’astronomo G. Schweizer dimostrò definitivamente che il fenomeno doveva essere necessariamente soggettivo; infatti, se la stessa stella (Sirio) veniva fissata contemporaneamente da più persone, ciascuna persona percepiva un movimento diverso[2].

Sempre nell’Ottocento, si chiarì in laboratorio che le condizioni ottimali per osservare l’illusione sono diverse da quelle in cui la osservò Humboldt. Esse sono le seguenti:
1. l’ambiente è quanto più possibile buio;
2. l’unico oggetto visibile è un punto luminoso;
3. il punto luminoso viene fissato senza mai muovere gli occhi volontariamente;
4. il punto luminoso è quanto più possibile piccolo e debole, ma forte a sufficienza da poter essere percepito quando lo si fissa (una luce veramente molto debole può essere percepita solo fissando un punto a una certa distanza da essa, cioè adottando quella che in astronomia si chiama visione distolta);
5. l’osservazione è prolungata.

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Figura 2. Il percorso illusorio di una piccola luce in una stanza buia (fonte: Guilford J. P., Dallenbach K. M. (1928). A study of the autokinetic sensation. “The American Journal of Psychology”, 40: pp. 83-91).
Quando le condizioni sono ottimali, il che può verificarsi solo in laboratorio, il movimento illusorio può essere anche di decine di gradi. L’effetto è molto evidente anche in cielo, ma non è altrettanto ampio, soprattutto perché il cielo non è mai completamente buio, a causa della luna e dell’inquinamento luminoso.

I nostri occhi si muovono continuamente, anche quando ci sembrano perfettamente fermi. Si è ipotizzato che l’effetto autocinetico sia causato da questi piccoli movimenti inconsapevoli, che provocano uno spostamento del punto luminoso sulla retina.

Uno spostamento sulla retina non è una condizione sufficiente perché si percepisca movimento: quando spostiamo lo sguardo da un punto all’altro di una scena statica, tutto si muove sulla retina, eppure la scena ci sembra, correttamente, statica. Secondo una teoria, detta extraretinica, ciò avviene perché il cervello “tiene conto” dei movimenti oculari quando “interpreta” gli stimoli retinici. Il cervello, però, tiene conto solo di quei movimenti oculari che sono dovuti a “ordini” che il cervello stesso invia ai muscoli extraoculari che muovono gli occhi (http://magaciappi.tripod.com/ ). Se gli occhi si muovono per altre ragioni, lo spostamento sulla retina che ne consegue viene erroneamente attribuito al movimento di un oggetto esterno. Si provi a chiudere un occhio e a muovere un poco quello aperto con un dito, dall’esterno verso l’interno (non c’è pericolo). Si noterà che tutta la scena visiva sembra muoversi. Ciò avviene perché l’occhio si muove, ma non per un ordine che il cervello invia ai muscoli extraoculari. Il movimento autocinetico, dunque, sarebbe dovuto al fatto che l’immagine del punto luminoso si sposta sulla retina a causa di movimenti oculari di cui il cervello non tiene conto. Lo spostamento del punto non può essere attribuito ai movimenti oculari, per cui viene attribuito al punto stesso.

Questa teoria, però, non può rendere conto di almeno un fatto: i movimenti oculari inconsapevoli ci sono anche quando in prossimità del punto luminoso ci sono altri oggetti, eppure l’effetto autocinetico è in tal caso molto più debole, e scompare del tutto quando la scena visiva supera una certa complessità.

Altre teorie, però, non sono più soddisfacenti, per cui l’effetto autocinetico rimane ancora, almeno in parte, un mistero.

Il movimento autocinetico, anche quando ci si rende conto che è illusorio, viene spesso percepito come intenzionale, intelligente. Ad esempio, un secolo fa lo psicologo J. Peterson osservò il movimento autocinetico di una luce sulla cima di una collina, e scrisse che «i movimenti erano molto più simili al comportamento volontario di una persona piuttosto che a un processo meccanico[3]». Proprio per questa sua caratteristica, l’effetto autocinetico sta alla base di diverse testimonianze relative a eventi misteriosi.

Esso può spiegare una parte degli avvistamenti di UFO, in quanto certi astri vengono spesso scambiati per oggetti che si muovono nel cielo in modo intelligente. Come scrive l’astronoma J. E. Bishop, gli osservatori di astronomia «ricevono segnalazioni di UFO in movimento quando Venere, Mercurio, o una stella di prima grandezza è ben visibile[4]». Negli ultimi due anni della Seconda Guerra Mondiale, molti piloti alleati in volo notturno riferirono di essere stati inseguiti da oggetti volanti luminosi di natura sconosciuta. Molti pensarono che si trattasse di nuove armi inventati dai nazisti. Di conseguenza, nel 1945 la marina statunitense finanziò una serie di esperimenti, dai cui risultati si concluse che i piloti erano soggetti a diverse illusioni percettive, tra cui anche il movimento autocinetico, che facevano sì che stelle, pianeti o luci terrestri immobili venissero scambiati per oggetti volanti[5]. Si è anche sostenuto che l’effetto autocinetico può spiegare il cospicuo movimento apparentemente intenzionale dei fuochi fatui[6]. I fuochi fatui sono fiammelle dovute alla combustione del metano, e sono osservabili di notte in luoghi in cui ci sono resti organici in decomposizione, come i cimiteri e le paludi. Diverse leggende su esseri misteriosi, come ad esempio quella di Jack-o’-lantern (http://tinyurl.com/cmowlcw ), sono probabilmente dovute al movimento apparente di queste luci.

Note

1) Von Humboldt, A. 1850. Kosmos. Entwurf einer physischen Weltbeschreibung. (3) Stoccarda: Cotta.
2) Schweizer, G. 1857. Über das Sternschwankenschwanken. “Bulletin de la Société Impériale des naturalistes de Moscou” 30 : pp. 440-457.
3) Peterson, J. 1917. Some striking illusions of movement of a single light on mountains. “The American Journal of Psychology” 28: pp. 476-485.
4) Bishop, J. E. 1981. Perception and planetarium programming. “Planetarian” 10: pp. 26-27. http://tinyurl.com/awh5nf5 . Si veda anche questo sito: http://tinyurl.com/ahxfrlh .
5) Lindell, J. A. 2012. The real foo fighters. “Skeptic” (17)2: pp. 39-43.
6) Lindell. 2012. Op. cit.