Il popolo eletto del Gargano

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  • 20-01-2018
  • di Paola Dassori
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Quando, durante la guerra, il rabbino militare Dottor Urbach arrivò con l’armata alleata a San Nicandro Garganico in provincia di Foggia, ricevette un biglietto da parte di un certo Levi-Maestro che lo invitava ad un incontro nel giardino di casa sua. Il rabbino, pieno di curiosità, andò all’appuntamento e con sua enorme sorpresa fu ricevuto al canto di inni sacri mai sentiti che esaltavano il Dio d’Israele: solo dopo opportune spiegazioni, con l’aiuto di un interprete, riuscì a capire qualcosa.

Levi-Maestro si chiamava in realtà Donato Manduzio, detto in paese Cacabba, ed era nato nel 1885. La sua famiglia, molto povera, non lo aveva mai mandato a scuola, e solo a vent’anni, quando era stato ferito nella Prima guerra mondiale, aveva imparato a leggere e a scrivere, dandosi quindi alla lettura di romanzi, almanacchi e libri di magia, finché un giorno ricevette in regalo una Bibbia. Per Donato fu una rivelazione: si immerse nella lettura e cominciò a predicare l’Antico Testamento in paese, convinto (chissà perché) che il popolo ebraico fosse ormai estinto, e che quindi spettasse a lui e ai suoi seguaci essere il nuovo popolo eletto. Una notte Donato udì una voce che ordinava: «D’ora in poi ti chiamerai Levi», e dovette arrendersi al comando. Di conseguenza anche gli altri neofiti assunsero nuovi nomi di origine ebraica e battezzarono con nomi biblici i loro figli. Ciccillo Cerrone, calzolaio, rinnovò i fasti e il nome di Abramo, Angelo Marochella, spaccapietre, reincarnò in sé lo spirito di Mardocheo, Concettina, moglie dello spazzino comunale e capo del movimento femminile neo-ebraico, fu la nuova Deborah; cantava inni sacri di sua composizione e recitava le poesie dettate da Manduzio-Levi-Maestro durante le sue visioni che ormai si succedevano a ritmo continuo.

Le cose stavano a questo punto quando capitò in paese un ebreo di Roma, venditore ambulante, rivelando che «le città sono piene di quel popolo» e fornendo anche gli indirizzi di alcuni ebrei di Firenze e Torino. La comunità torinese, contattata con una lettera, indirizzò i neofiti verso il rabbino capo di Roma, Angelo Sacerdoti. Donato-Levi-Maestro, che aveva inutilmente sognato per tanto tempo di poter fare circoncidere se stesso e la sua gente, gli scrisse per chiedere istruzioni, ma il dottor Sacerdoti ovviamente pensò ad uno scherzo; fu solo dopo la terza appassionata sollecitazione che rispose con questa lettera: «Non ho risposto alla cartolina spedita alla fine di agosto, per due motivi: 1° perché non credo che l’argomento che era ivi accennato potesse essere oggetto di corrispondenza concisa quale si addice alla cartolina postale, 2° perché non ho creduto si trattasse di cosa seria, ma bensì di uno scherzo più o meno spiritoso, dato appunto l’uso della cartolina. La insistenza Sua mi induce ora a rispondere alla Sua lettera del 29 settembre, lettera che quantunque abbastanza diffusa non mi spiega chiaramente cosa Ella e i Suoi anonimi compagni desiderano. Si intuisce una crisi di coscienza, e un desiderio non ben definito di abbracciare l’Ebraismo. Ma come tutto ciò può essersi verificato in un paese ove non vivono ebrei e ove l’Ebraismo come pratica di vita deve essere del tutto sconosciuto? Che cosa conoscono lei e i suoi compagni di ciò? Quanto è a loro conoscenza delle ideologie e della dogmatica ebraica? Tutto questo è essenziale che io sappia prima di addentrarmi in una risposta, la quale può essere diversa secondo quanto potrà risultarmi. Avete nessuna tradizione di essere discendenti di famiglie israelitiche costrette nel passato a convertirsi al Cattolicesimo? Quello che intanto debbo dire fin d’ora è che l’Ebraismo è alieno dal proselitismo e accetta proseliti solo eccezionalmente: ciò perché non crede che solo gli ebrei abbiano parte nella vita futura ma ammette che vi sia salvezza per le anime di tutti i buoni, a qualunque religione essi appartengano. Scrivete perciò diffusamente e meglio ancora sarebbe se qualcuno di voi avesse occasione di venire a Roma ove potrebbe avere un colloquio con me, colloquio che sarebbe indubbiamente più esauriente di una lunga corrispondenza».

Con l’arrivo delle leggi razziali il rabbino consigliò a Donato e ai suoi seguaci di rimandare la conversione a tempi migliori, ma Levi-Maestro, dando prova di notevole coraggio, rispose «Benché non siamo nati in Israele, operiamo secondo le Leggi che l’Eterno ha dato a Israele. [...] L’Eterno ha pur detto che "lo straniero che opera secondo la Legge mi è più accetto dei figli e delle figlie che sono nati nella Legge"». Scoppiò la guerra e ogni contatto venne meno: il piccolo Regno d’Israele appollaiato sulle colline garganiche rimase abbandonato a se stesso e alle sue piccole beghe intestine fino all’arrivo degli alleati. Durante questo periodo di tempo, infatti, erano nate vere e proprie scissioni in seno alla piccola comunità, perché Levi-Maestro, come fondatore, pretendeva di imporre la propria liturgia, mentre Ciccillo-Abramo e Angelo-Mardocheo volevano seguire gli usi ebraici di rito. Ma la vera, grande meta dei neo-ebrei era quella di essere circoncisi, per entrare a far parte della famiglia d’Israele a parità di diritti e doveri. E finalmente, nell’agosto del 1946, ebbe luogo la solenne cerimonia ma, visto che a San Nicandro Garganico non esistevano né rabbini, né un tempio, né la possibilità di osservanza liturgica, i neo-ebrei promisero di abbandonare in massa il loro paese d’origine per andare in cerca di una nuova patria: a poco a poco emigrarono i sette figli di Ciccillo-Abramo, emigrarono le famiglie di Ciro Salvia detto Cuculo, di Costantino-Chaim e di Zimateo. Affascinati dal mito millenario d’Israele partirono verso la Palestina, la Terra Promessa, pronti a morire per il loro ideale. Al contrario dei suoi adepti Levi-Maestro non volle farsi circoncidere né emigrare, e morì nel marzo1948.