I rapporti tra cattolicesimo ed evoluzione

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  • 25-08-2007
  • di Gianni Comoretto

1860-1914: condanna aperta


Dopo la pubblicazione de L’origine delle specie, l’opposizione della Chiesa cattolica alle nuove teorie di Darwin non tardò a manifestarsi.
Il primo rifiuto autorevole del darwinismo arrivò già nel 1860, dal sinodo dei vescovi tedeschi riuniti a Basilea. Una condanna del darwinismo era inclusa nel progetto di “Costituzione dogmatica contro gli errori del materialismo” del Concilio Vaticano I (1868-1870), ma non fu approvata nel documento finale. Pio IX si espresse contro il darwinismo in varie circostanze, anche se in forma privata. La Pontificia Commissione Biblica, nel 1909, ribadì l’interpretazione letterale dei primi capitoli della Genesi, lasciando aperta solamente la durata dei “giorni” della Creazione.
Si distaccarono da questo atteggiamento alcuni studiosi e teologi che ritenevano l’evoluzione compatibile con la fede cattolica, come il biologo George Mivart, il domenicano Dalmace Leroy, lo scrittore Antonio Fogazzaro e il fisico e religioso P. John Augustin Zahm, i quali vennero spinti ad abiurare oppure scomunicati. Nella polemica svolse un ruolo di primo piano la rivista gesuita La Civiltà cattolica, che criticò duramente questi studiosi e in generale l’evoluzionismo.
La lotta al darwinismo rientrava nel contesto generale della lotta al modernismo: si contestavano al darwinismo il venir meno del principio di ragion sufficiente (gli effetti sono molto maggiori, qualitativamente, delle cause), la scarsità delle prove, e soprattutto il contrasto con i racconti biblici, che dovevano essere considerati storici in senso proprio, seppure non esatti in senso scientifico. Occorrerà aspettare trent’anni perché la lettura allegorica della Bibbia diventi patrimonio dell’esegesi cattolica.
Nonostante le critiche del magistero, tuttavia, non si arrivò mai a una condanna ufficiale da parte del Sant’Uffizio.

1914-1941: critica con concessioni


La pubblicazione della teoria della relatività generale di Einstein (1916) cambiò profondamente il nostro concetto di tempo, e fece rivalutare l’interpretazione di Tommaso d’Aquino della creazione (tempo come cosa creata, al pari delle cose materiali), che permetteva di sfumare il contrasto con l’evoluzione. Queste idee furono riprese dal domenicano A.D. Sertilanges, ma sicuramente il peso maggiore nell’avvicinamento del mondo cattolico alle teorie evoluzioniste è dovuto a Teilhard de Chardin, il quale interpreta la creazione come un processo che coinvolge l’intero arco temporale dell’esistenza, e viene visto dall’interno come un processo di trasformazione.
Tuttavia i teologi restano critici nei riguardi del “trasformismo” (come viene chiamato l’evoluzionismo). Se alcuni iniziano ad accettare l’ipotesi evoluzionista per quanto riguarda gli animali, la maggior parte insiste su un intervento divino diretto nella creazione della vita e dell’uomo.
Più prudente appare Pio XI che, nonostante le forti pressioni curiali, si rifiuta sempre di pronunciarsi contro l’evoluzionismo, con l’argomento che «di casi Galileo, nella storia della Chiesa, ne basta uno».

1941-1960: verso una riconciliazione


Con Pio XII arrivano i primi segnali di una ricomposizione dei contrasti. In un discorso del 1941 egli afferma che le ricerche paleontologiche non hanno ancora fornito risposte certe, e che occorre attendere fiduciosi i risultati definitivi della scienza. L’enciclica Divino Afflante Spiritu (1943) incoraggia l’uso dei generi letterari nell’interpretazione dei primi capitoli della Genesi, e auspica che le difficoltà nel conciliare il testo biblico e la scienza vengano affrontate e risolte.
Il problema dei rapporti con il darwinismo viene trattato in modo diretto dall’enciclica Humani Generis (1950)[1], che riconosce come legittima, sebbene non ancora provata, l’ipotesi evoluzionista, ma rifiuta il poligenismo: tutti gli uomini discendono da una singola coppia (monogenismo stretto), che non può essere intesa neppure come popolazione originaria, in quanto «non si vede come» questo si possa conciliare con la dottrina del peccato originale.
Nonostante l’influenza sul pensiero cattolico delle opere di Teilhard de Chardin, in ambito teologico le resistenze rimangono notevoli: la maggior parte degli autori considera ancora il “trasformismo naturale” contrario alla fede, indimostrato scientificamente, e, nel caso dell’uomo, assurdo.
Diverso l’atteggiamento dei biblisti, che dopo l’enciclica del 1943 iniziano ad analizzare i testi della Genesi in modo più libero: alcuni continuano a condannare «il trasformismo materialista di Darwin», ma la maggioranza lo difende. In generale si fa strada il concetto che il dato scientifico aiuti a comprendere in senso più profondo le verità di fede, sgomberando il campo da fraintendimenti. Questo processo porta un po’ alla volta le posizioni favorevoli all’evoluzionismo a diventare la maggioranza anche tra i teologi.

1961-oggi: evoluzione come dato accettato


Il Concilio Vaticano II afferma con forza l’autonomia delle scienze, che contribuiscono a svelare in modo pieno la verità. La costituzione Dei Verbum dichiara inoltre che la Rivelazione non trasmette notizie storiche su fatti sconosciuti, ma una serie di esperienze attraverso le quali Dio conduce l’uomo a comprendere il senso della propria esistenza. Il testo biblico è quindi scritto secondo le conoscenze del tempo, e va interpretato in base ai generi letterari adottati.
Rimane aperto il problema del monogenismo. Il racconto della Genesi sembra riferirsi a una coppia originaria umana. La dottrina canonica del peccato originale parla di uno stato di grazia originario dei nostri progenitori che è stato perso per una colpa specifica, anche se descritta in modo allegorico, commessa da due specifici individui. Tale concezione non può evidentemente conciliarsi con una discendenza da una o più popolazioni composte di molti individui anziché da una singola coppia progenitrice.

Posizioni attuali


Nel mondo cattolico esiste un’ampia varietà di opinioni riguardo all’evoluzione e alle teorie darwiniste.
La quasi totalità degli scienziati cattolici accetta l’evoluzione come un dato di fatto e la teoria della selezione naturale come la migliore in grado oggi di spiegare questo dato.
Tra i teologi le posizioni sono più varie. Tuttavia il consenso generale, sia pure con accenti diversi, è che alla religione non spetti giudicare la validità di una particolare teoria scientifica, che la scienza debba operare in modo autonomo dalla religione ma senza sconfinare in considerazioni filosofiche, e che le sue conclusioni possano fornire elementi utili alla teologia, permettendo di distinguere tra affermazioni legate a concezioni storiche e affermazioni più profonde, di significato per la fede[2]. In quest’ottica, fatto salvo il concetto di un’origine divina del mondo a livello metafisico, non ci sono problemi ad accettare qualsiasi teoria scientifica naturalistica, incluso il darwinismo.
Le posizioni della gerarchia cattolica sono in genere molto più caute. Giovanni Paolo II nel messaggio dell’ottobre 1996 alla Pontificia Accademia delle Scienze ha riconosciuto all’evoluzione il carattere di teoria scientifica, in ragione della sua coerenza con le vedute e le scoperte di varie branche della scienza. Tuttavia viene fortemente sottolineata l’evidenza di un disegno nella natura, con un’esplicita critica a chi non ne riconosca la presenza. Diverse personalità della gerarchia cattolica si sono espresse in termini critici, se non apertamente di condanna, dell’interpretazione darwinista dell’evoluzione, con un richiamo alle teorie del “disegno intelligente”, come descritto nell’articolo principale.

Gianni Comoretto
Osservatorio astronomico di Arcetri (Firenze)

La parte storica di queste note è basata sul lavoro di Carlo Molinari (1984), Darwinismo e teologia cattolica, Roma: Borla.

2) Per riferimenti, vedi la voce “Scienze naturali, utilizzo in teologia” del Dizionario Interdisciplinare di Scienza e Fede, www.disf.org