Lo strano caso del Budda realizzato con una meteorite

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  • 04-06-2018
  • di Roberto Labanti
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©Nicholas Roerich Wikiart
“La statua con la svastica comprata nel 1938 dai nazisti: un meteorite di 15 mila anni fa” (sito web del Corriere della Sera, settembre 2012). Quando, il 17 luglio di tre anni prima, a Nancy, in Francia, durante il 72 Annual Meeting della Meteoritical Society i planetologi dell’Università di Stoccarda Elmar Buchner, Martin Schmieder e colleghi avevano presentato, in una sessione intitolata History, fall, and recovery of meteorites, un poster intitolato (rendendolo in italiano) “Manufatti mitologici fatti di corpi celesti - Una divinità buddista di ferro meteorico”[1] forse avevano attirato l’attenzione di qualche collega, ma, a quanto sembra, non dei mass media. Certo, nel novembre successivo della statua aveva parlato la versione tedesca di National Geographic (o almeno il suo sito web[2]): nulla però in confronto a quanto sarebbe avvenuto in quel settembre 2012, dopo la pubblicazione di un articolo sulla rivista peer-review della stessa Meteoritical Society, Meteoritics & Planetary Science[3]. Complici un titolo accattivante (“Buddha dallo spazio - Un antico oggetto d'arte fatto con un frammento della meteorite ferrosa Chinga”) e dei comunicati stampa, la storia era esplosa sui media tedeschi ed internazionali (anche italiani, come abbiamo potuto vedere sopra).

In breve, nel 2007, un gruppo di geologi austriaci e tedeschi erano entrati in contatto con il possessore di una “scultura buddista” di 24 centimetri di altezza, realizzata in un blocco di ferro di circa 10 chilogrammi, rappresentante una figura seduta con una svastica (la versione asiatica, con orientamento inverso rispetto a quella nazista) al centro della corazza.

Una serie di analisi realizzate sul reperto - prima limitate quando questo era ancora di proprietà del detentore originario, poi più approfondite quando la statua, nel 2009, era stata ceduta a uno degli autori dell’articolo - avevano dimostrato che la statua era stata scolpita in una meteorite e che questa aveva composizione corrispondente a quella della meteorite Chinga.

Facciamo un passo indietro, all’inizio del secolo scorso. La regione di Tuva, nella Siberia meridionale, fino al 1911 era parte della Mongolia controllata dalla Cina, pur essendo da diversi decenni oggetto dell’interesse geopolitico della Russia zarista. Fra il 1909 e il 1912, cercatori d’oro attivi lungo il fiume Chinge, un tributario indiretto dell’Enisej - il più lungo fiume russo - rinvennero una trentina di frammenti - il più grande dei quali con una massa di 20 chilogrammi, per un totale di circa 80 - di quello che solo successivamente fu riconosciuto come un meteorite, il Chinga appunto. Quando infatti, nel 1913, in una Tuva ormai sotto il sostanziale controllo zarista, i frammenti furono inviati dall’ingegnere Nikolay Chernevich all’Accademia Imperiale delle Scienze di San Pietroburgo, il geologo svedese Helge Götrik Backlund (1878-1958, direttore del museo geologico dell’Accademia) e il radiochimico russo Vitaly G. Khlopin (1890-1950) ritennero che il materiale fosse di natura terrestre. Fu solo nel 1923 che il geologo finlandese Gunnar Edvard Perhman (1895-1980) lo identificò correttamente (ma per ragioni forse sbagliate) come di origine meteorica. Oggi, grazie a successivi ritrovamenti, sono noti circa 250 chilogrammi di una meteorite che analisi stratigrafiche ci dicono potrebbe essere caduta fra i 10.000 e i 20.000 anni fa. Si tratta di un atassite, un particolare e raro tipo di meteorite ferroso con alto contenuto di nichel. Di recente, il geo-chimico russo Konstantin D. Litasov e colleghi hanno proposto che Chinga ed eventualmente altre meteoriti con caratteristiche simili facciano parte di un nuovo sottogruppo che provvisoriamente hanno designato IVC (nel senso di “sottogruppo C del quarto gruppo” delle meteoriti ferrose), caratterizzato da basso contenuto di gallio e germanio: «[l]a classificazione di più meteoriti» scrivono «in un gruppo separato significa che potrebbero aver avuto origine da un singolo corpo cosmico o da un gruppo di corpi con caratteristiche simili[4]».

Torniamo all’artefatto. In un articolo scritto con Sofia Lincos in questa stessa rubrica su Query 27 avevamo elencato una serie di differenti metodi che erano stati utilizzati per cercare di chiarire, all’epoca, la natura di quello che era stato definito il Vangelo della moglie di Gesù, poi rivelatosi, come raccontavamo in quella sede, un probabile falso. Gli approcci erano sostanzialmente quattro: quelli propri dell’erudizione umanistica; quelli giornalistici, che in quella sede erano stati determinanti ma che in quest’occasione non hanno ancora fornito ricostruzioni illuminanti; quelli che si concentrano sulla provenienza del reperto, e, infine, quello degli esami tecnico-scientifici.

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Data la formazione degli autori dell’articolo su Meteoritics & Planetary Science, non può stupire che questo sia sostanzialmente un esaustivo prodotto di quest’ultimo approccio. La natura dell’artefatto, mai studiato da specialisti di altri campi, rendeva però necessario dedicare spazio anche agli altri aspetti. Per quanto riguarda la provenienza, mentre non erano purtroppo fornite precise indicazioni sul primo possessore noto, nell’articolo del 2012 (non nel poster) era riportato che «per quanto ne sappiamo, la statua fu portata in Germania dalla spedizione in Tibet degli anni 1938-1939, guidata da Ernst Schäfer» (una spedizione di cui abbiamo già parlato su queste pagine, vedi Query 32 in relazione ai chemo oggi al museo di Messner), senza che però fosse indicata la ragione di tale convinzione.

Per quanto riguarda quelli che gli autori definivano «aspetti etnologici», essi stessi affermano che i dettagli, come quelli artistici e quelli cronologici, «rimangono speculativi»: la statua forse «ritrarrebbe il dio buddista Vaiśravaṇa [...] ma la figura rappresenta un ibrido stilistico che potrebbe avere avuto origine nella cultura Bon [una religione tibetana] dell'undicesimo secolo» e se tale correlazione è corretta «si potrebbe speculare che questo frammento di meteorite sia stato ritrovato molto prima della scoperta» dei frammenti di Chinga all’inizio del XX secolo.

Proprio tali aspetti più prettamente umanistici (almeno in senso lato) sono stati quelli che già nell’autunno del 2012 hanno attirato le critiche di studiosi come Achim Bayer, un ricercatore del Zentrum für Buddhismuskunde di Amburgo, e Isrun Engelhardt, una tibetologa dell'Università di Bonn che ha studiato a fondo i rapporti fra Tibet ed Europa, pubblicando nel 2007 importanti studi proprio sulla spedizione di Schäfer (uno dei quali, in effetti, utilizzato da Buchner e colleghi).

Citata in un pezzo dell’epoca dello Spiegel Online, Engelhardt chiarì che esiste una lista estremamente dettagliata del materiale recuperato dalla spedizione dello zoologo tedesco, e la statua di nostro interesse non era presente[5].

Bayer, invece, in un lungo e caustico intervento pubblicato online[6], dopo essersi lamentato del fatto che Buchner e colleghi non avevano consultato studiosi di tibetanologia inseriti nel mondo accademico prima di avventurarsi nelle speculazioni, elencò tredici caratteristiche stilistiche per cui quella statua, per lui, non poteva essere di origine tibetana: si andava dalle scarpe di taglio europeo al cappello simile a quello dei romani, passando per la barba prettamente europea. Aggiungeva che «ad oggi, nessuna autorità conosciuta nel campo dell’arte tibetana o della Mongolia ha pubblicamente riconosciuto la statua come autentica, e la questione è da considerarsi non controversa». Concludeva ipotizzando che fosse stata realizzata in Germania fra il 1910 e il 1970, o come souvenir ispirato al Tibet per il mercato dell’arte e dell’antiquariato o come memorabilia nazisti, in tal caso forse portandosi dietro la storia inventata di un legame con la spedizione di Schäfer.

Lo scorso ottobre Engelhardt è tornata sull’artefatto, con un lungo articolo apparso sulla rivista peer review Revue d’Etudes Tibétaines dal titolo “Lo strano caso del ‘Budda dallo spazio’”[7]. Qui la studiosa tedesca, attraverso gli approcci umanistici e quelli relativi alla provenienza del reperto, prova a chiarire per quanto possibile alcuni aspetti oscuri e propone un’ipotesi affascinante.

Dopo aver ancora una volta escluso che la statua possa aver avuto origine in Tibet o che abbia alcunché a che fare con Schäfer, la storica avanza dubbi anche verso l’ipotesi di Bayer: troppo di valore un frammento di meteorite di quelle dimensioni (uno dei pezzi più grandi di Chinga, tra l’altro) per pensare a memorabilia di qualche tipo. E allora?

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©Elmar Buchner
Nel settembre del 2014, mentre stava studiando il caso, Engelhardt è capitata su un sito web (ora scomparso) gestito da tale Igor Kaledin, che pubblicava alcune foto della statua prese da Buchner nel 2007 e una perizia fatta sul reperto, datata giugno 2007, del chimico Ernst Pernicka, direttore del Curt-Engelhorn-Zentrums Archäometrie di Mannheim e, in quegli anni, professore di archeometria (la disciplina che si occupa di analizzare con metodologie tecnico-scientifiche beni di interesse culturale) all’università di Tubinga, in Germania. Undici anni fa, la persona che era in possesso della statua aveva preteso l’anonimato: ma ora, attraverso il nome su questo sito, Engelhardt ha potuto ricostruire almeno parte della storia.

Kaledin, un russo che non parlava tedesco e che era in grado di esprimersi in un inglese mediocre pur dichiarando di vivere in Australia, insieme ad un amico che faceva da traduttore, si era messo in contatto con Buchner (forse dopo il parere di Pernicka, cioè quando sapeva trattarsi di una meteorite?), cercando di convincerlo ad acquistare l’oggetto, che altrimenti sarebbe tornato «in Russia». I due, allo stesso scopo, avevano anche contattato Angelica Borchert, una specialista di arte asiatica che all’epoca lavorava in una casa d’aste di Colonia, che aveva però giudicato il reperto come non tibetano. Per evitare che sparisse, nel 2009, la scultura era stata comprata, come abbiamo detto, da uno degli autori, il mineralogista Gero Kurat (1938-2009), già curatore della collezione delle meteoriti del Museo di Storia Naturale di Vienna, con l’auspicio, che sappiamo non essersi realizzato per la morte dello studioso (l’oggetto dovrebbe essere ancora in possesso degli eredi), che il museo potesse poi acquistarlo.

Per Engelhardt, quindi, non in Germania ma in Russia andrebbe ricercata l’origine della nostra statua. Ed è qui che la studiosa tedesca fa un’ipotesi particolarmente interessante.

Il soggetto rappresentato nella scultura appare infatti molto simile, anche nello stile dei vestiti, a dipinti e fotografie degli anni ’30 del Novecento raffiguranti l’artista russo Nikolaj Konstantinovič Roerich (1874-1947); inoltre ancor prima, intorno al 1926, c’è uno studio per un’opera di Roerich, che raffigura “L’ordine di Rigden-Jyepo” che ha molte caratteristiche in comune a quelle evidenziate da Bayer come stranezze della statua.

Orbene, Roerich, che era anche un esoterista ed era sposato con una teosofa, Elena, in “contatto” con una delle “guide spirituali” della teosofia, il Mahatma Morya, secondo quanto ha ricostruito Engelhardt, si era inizialmente convinto negli anni ‘20 di essere la reincarnazione del Grande Quinto, il secentesco quinto Dalai Lama, e in seguito di poter essere il venticinquesimo Re della leggendaria terra di Shambala, destinato a salvare l’umanità. Anche per questo, fra il 1925 e il 1928, con la famiglia, fu impegnato in un viaggio scientifico, artistico ma anche spirituale in Asia centrale. In attesa di poter entrare in Tibet, fra il 1926 e il 1927, il gruppo di Roerich era rimasto per sei mesi ad Urga (oggi Ulan Bator), in Mongolia, dopo essere - sembra - passati da Tannu Tuva, la repubblica popolare fondata nel 1921 che comprendeva al suo interno l’area del fiume Chinge. La studiosa tedesca ipotizza che Roerich, di cui si conosce il precedente fascino per le meteoriti, possa essersi procurato un frammento di Chinga durante il viaggio (è infatti possibile che singoli pezzi siano finiti sul mercato locale) e che poi, nel lungo periodo passato in Mongolia, si sia fatto scolpire da artigiani locali su quella strana pietra nelle vesti del re di Shambala.

C’è da dire che al momento pure questa è un’ipotesi molto speculativa, anche se le somiglianze rilevate tra la statua e le opere artistiche e le immagini di Roerich sono assai affascinanti. Forse il mistero del “Budda dallo spazio” non è risolto, almeno finché, come sottolinea la stessa Engelhardt, non sarà possibile consultare la documentazione in possesso delle istituzioni moscovite che hanno ereditato parte degli archivi di Roerich (cosa che sembra impossibile per ricercatori indipendenti) e finché la statua non potrà essere nuovamente oggetto di studio da parte di storici dell’arte (cosa che, anche in questo caso, non sembra semplice). Però, sgombrato il campo dai nazisti e dalla cultura Bon dell’XI secolo, forse siamo oggi più vicini ad una soluzione.


Note

1) Buchner, E. et al. 2009. Mythological Artifacts Made of Celestial Bodies - A Buddhist Deity of Meteoritic Iron. “Meteoritics & Planetary Science”, vol. 44, p. 5074, disponibile all’url https://goo.gl/9AtzaZ
2) Copia della pagina disponibile su Archive.org: https://goo.gl/EedZ7d
3) Buchner, E. et al. 2012. Buddha from space—An ancient object of art made of a Chinga iron meteorite fragment. “Meteoritics & Planetary Science”, vol. 47, n. 9, pp. 1491–1501.
4) Litasov, K. D. et al. 2018. Trace Element Composition and Classification of the Chinga Iron Meteorite. “Doklady Earth Sciences”, vol. 478, n. 1, pp. 62–66.
6) Bayer, A. 2012. The Lama Wearing Trousers: Notes on an Iron Statue in a German Private Collection. Zentrum für Buddhismuskunde, Hamburg, disponibile all’url https://goo.gl/TvdSwt .
7) Engelhardt, I. 2017. The Strange Case of the “Buddha from Space”. “Revue d’Etudes Tibétaine”, vol. 42, pp. 39–67, disponibile all’url https://goo.gl/VqVgk5