Rambo immaginari

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Il professor Joseph J. Ellis, docente di storia americana al prestigioso Mount Holyoke College nel Massachusetts, oltre che vincitore del Premio Pulitzer per una biografia su Thomas Jefferson, sapeva come tenere con il fiato sospeso i suoi studenti. Durante il suo corso dedicato ai rapporti tra Stati Uniti e Vietnam raccontava dei suoi giorni da soldato a Saigon. Di come pattugliava nei pressi di My Lay nel 1968 poco prima di un massacro in quella zona, e di come si ripulì la faccia dai resti del cervello di un suo commilitone, mentre sputava fuoco con il suo M-16 contro i vietcong. Raccontava storie strappacuore, come quando si innamorò senza speranze di una ragazza vietnamita o di quando vide spirare tra le sue braccia più di un amico ferito a morte. L’esperienza di soldato lo lasciò poi così disgustato da indurlo a unirsi al movimento che protestava contro la guerra e a impegnarsi nella causa dei diritti civili al fianco di Martin Luther King.

Ma il professor Ellis non ha mai messo piede in Vietnam. La sua chiamata alle armi fu ripetutamente rimandata e in quegli anni, anziché in perlustrazione nella giungla di Hanoi, Ellis era a Yale a studiare lettere. Dopo che il quotidiano Boston Globe ha scoperto questa triste verità, il professor Ellis ha lasciato l’insegnamento e si è ritirato in famiglia, a meditare sui suoi problemi comportamentali.

La vicenda di Ellis non è unica. Di celebri personalità che si sono inventate un passato da reduci del Vietnam o da eroi in genere ce ne sono tante.

Come il giudice californiano Patrick Couwenberg, rimosso dall’incarico per avere affermato sotto giuramento di avere conseguito un master in psicologia, di essere stato decorato in Vietnam e di avere partecipato a missioni segrete per conto della CIA nel sudest asiatico. Non aveva fatto nessuna di queste cose. O come un docente universitario dell’Oklahoma, che si è dovuto scusare con gli studenti e i colleghi per avere raccontato, falsamente, di avere fatto parte dei SEAL, le forze speciali della Marina americana.

Del gruppo fanno parte anche alcuni politici, come il Senatore democratico Tom Harkin, tutt’ora in carica al Parlamento americano, che ha più volte raccontato di avere pilotato aerei spia sul Vietnam, mentre in realtà, si è poi di leva in Giappone come meccanico riparatore di motori. E, addirittura, Jeffrey Archer, membro della camera dei Lord inglese, è stato colto così tante volte a mentire che ha dovuto affrontare anche un processo per falsa testimonianza ed è stato condannato a quattro anni di carcere.

Curiosa anche la storia di Brian Dennehy, l’attore che nel film Rambo interpreta il perfido sceriffo che dà addosso al reduce del Vietnam interpretato da Sylvester Stallone. Anni dopo il film, Dennehy ha iniziato a raccontare di essere lui stesso un reduce e di essere anche rimasto ferito in Vietnam.

Emerse invece poi che l’unica esperienza di combattimento che Dennehy aveva avuto in quegli anni era stata a Manhattan, dove lavorava come barista e a volte buttava fuori con la forza gli ubriachi. Anche lui fu costretto a scusarsi pubblicamente per le sue bugie.

Ma perché lo fanno? Se già sono ricchi, famosi o rispettati per i propri meriti, perché inventarsi storie campate in aria che, se scoperte, potrebbero rischiare di rovinare loro la reputazione?

«Perché sono vittime di una forma di menzogna patologica nota come “pseudologia fantastica”» dice Bryan H. King, docente di psichiatria alla Darthmouth Medical School del New Hampshire. «Non cercano vantaggi immediati, economici o di altro tipo. Semplicemente, cominciano per gioco a immaginarsi migliori di come si vedono e poi iniziano a credere alle proprie fantasie».

Analizzando 72 casi di pseudologia fantastica descritti nella letteratura medica dell’ultimo secolo, King ha individuato le caratteristiche di questo sintomo psichiatrico: «Innanzitutto, le storie non sono totalmente improbabili ma, spesso, si fondano su una matrice di verità; le storie poi resistono nel tempo. Inoltre, non vengono raccontate per un personale tornaconto ma tendono a dare un’immagine autocelebrativa di sé stessi. Infine, chi fantastica è diverso da chi si illude, nel senso che il primo, messo davanti ai fatti, riconosce che le sue storie sono solo fantasie».

Gli psichiatri, però, fanno rilevare che la menzogna patologica fa parte di una condizione mentale di forte disagio, in cui non si riescono ad accettare le cose per come sono. «Io distinguerei due tipi di menzogna», dice lo psichiatra Sabino Nanni, «quella di tipo isterico, come può essere la pseudologia, la mitomania o la sindrome di Münchhausen (vedi box), e quella di tipo “alexitimico”, detta anche del falso sé. Nel primo caso, la bugia comunica qualcosa di vero, anche se solo in forma simbolica.

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A tutti noi può capitare di usare un’iperbole isterica: “Sto morendo!” diciamo, anche se non stiamo morendo davvero. Una simile esagerazione, però, serve a segnalare quanto è forte la sofferenza che stiamo provando. Allo stesso modo, il bugiardo isterico esagera nelle sue bugie, ma in fondo c’è un problema autentico che non si riesce a esprimere per quello che è veramente.

In ambito letterario, un buon esempio di bugiardo isterico è il Peer Gynt di Ibsen (vedi box), uno che vive una situazione di vuoto miserabile e a cui le bugie servono per costruirsi un mondo in cui è al centro dell’attenzione».

Ben più grave sembrerebbe il caso dei bugiardi che si costruiscono una falsa personalità. «Certo, perché non comunicano niente di vero. Un paziente di questo tipo esprime solo la propria perspicacia a indovinare quello che l’interlocutore vuole da lui, specie se si tratta di un’autorità. Un esempio letterario potrebbe essere l’Ivan Ilych di Tolstoy (vedi box), un uomo che si conforma a quello che i superiori vogliono da lui, ma che fuori dal lavoro è una persona ottusa e incapace di empatia e di rapporti umani. L’alexitimico, insomma, si conforma a quello che gli chiede l’ambiente perché non ha una propria personalità forte da esprimere».

Di solito, il bugiardo patologico prosegue nella sua folle corsa, incapace di smettere di mentire, finché arriva il momento in cui non è possibile andare oltre. In quel momento, il castello di carte che ci si è costruiti intorno crolla. C’è chi giunto a quel punto rifiuta comunque di affrontare la realtà, e dunque cambia città ricominciando da capo a raccontare bugie. E chi, invece, si arrende all’evidenza e cerca di guarire.

«Un mio paziente» racconta Nanni «si presentò lamentando problemi con la madre, una donna iperapprensiva che, mi raccontò, gli stava sul collo perché aveva fumato un paio di spinelli. Il ragazzo sembrava rispondere benissimo alla cura, era il paziente ideale. Non solo, era piacevole conversare con lui e sembrava perfettamente consapevole di tutto. Se però è facile per un bugiardo apparire convincente, è più difficile costringere il proprio corpo a mentire. Fisicamente, infatti, mi accorgevo che il ragazzo era deperito e stava male.

Quando gli chiesi di sottoporsi ad alcuni esami di controllo trovava sempre scuse per non farli. Alla fine, mi arrabbiai per questo continuo rimandare e lui crollò.

Mi confessò di avere una doppia vita. Ragazzo modello per la madre, gli insegnanti, il datore di lavoro e persino per il medico, e tossicodipendente, affetto da HIV, in segreto. La confessione lo aiutò, pian piano, a riprendersi in mano la sua vita. Ma, e trovo sia molto interessante, lo aiutò ancora di più trovare l’amore, proprio come accadeva a Gynt: si innamorò della moglie di un amico. I due fuggirono insieme e si rifecero una vita».

Quella di Peer Gynt, il personaggio creato da Ibsen, si può considerare la storia d’un processo di “autoguarigione”, durato tutta la vita, da parte d’un bugiardo. Ma come si cura un bugiardo patologico?

«Come tutte le pseudologie fantastiche» dice Nanni, «anche le “frottole” di Peer non hanno il solo scopo d’attirare l’attenzione altrui, ma anche quello di comunicare un nucleo d’esperienza autenticamente vissuta. Spesso, come nel caso di Gynt o del mio paziente, si tratta di traumi legati a una situazione difficile con i genitori: conflitti, mancanza di affetto, iperprotezione, situazioni traumatiche vissute nell’infanzia e così via. Scoperto di che cosa si tratta, una terapia efficace può essere la classica cura psicoterapica, volta a instaurare un’interazione tra medico e paziente, in modo da arrivare a capire insieme i conflitti infantili scatenanti. Si tratta in sostanza di migliorare il rapporto che il paziente ha con sé stesso. Viceversa, nel caso dei bugiardi alexitimici le cose sono più difficili. Qui, ci troviamo di fronte un paziente che non ha contatto con sé stesso. L’approccio psicoterapico classico non è efficace. In genere, partendo da un trattamento a base di farmaci specifici, piano piano, è possibile aiutare il paziente a sviluppare un rapporto “autentico” con il medico e, di conseguenza, arrivare faticosamente alla coscienza di sé».

Il caso di Tania


È quasi certamente un caso di pseudologia fantastica, e non quello di una iena che speculava sulle disgrazie altrui, il caso di Tania, sopravvissuta miracolosamente all’olocausto delle Torri gemelle e diventata poi presidentessa della rete dei sopravvissuti agli attentati dell’11 settembre. Il New York Times ha infatti scoperto che “the Survivor”, la superstite per eccellenza dell’ecatombe, colei che faceva da guida ai visitatori nel cratere santuario, è solo una povera mitomane. Non c’era storia umana più straziante e più tenera della sua. Tania Head diceva di trovarsi al 78esimo piano della Torre Sud, negli uffici della Merryl Lynch, quando sotto i suoi piedi il volo 175 della United Airlines era penetrato nel palazzo, cominciando a consumarlo. Nel panico, lei aveva resistito aggrappata al pensiero del suo amore, Dave, che lavorava nell’altra torre già colpita e a quell’abito bianco che già si era comperata, centesimo dopo centesimo, per il matrimonio. Non sapeva che Dave era già morto nell'altra Torre. Stava però cedendo ai fumi quando sentì due braccia forti sollevarla da terra e portarla via, verso i piani più bassi e la salvezza. Una fiaba tragica, crollata su sé stessa quando Merryl Lynch ha informato di non avere mai avuto dipendenti con quel nome, nessuno degli altri 19 scampati al rogo del piano in cui si sarebbe trovata Tania si ricordava di lei, né si sono trovate tracce del fantomatico Dave. «Non ho mai fatto nulla di illegale» è l’unica cosa che oggi lei ripete. Ed è vero: a differenza di alcuni sciacalli che hanno simulato la morte per incassare il premio dell’assicurazione, Tania aveva cercato di trasformarsi in un monumento per un’esperienza che non aveva mai vissuto.

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Barone Munchausen

Sindrome di Münchhausen


Una variante estrema della pseudologia fantastica è la sindrome di Münchhausen, in cui una persona simula una malattia in modo da ottenere un ricovero ospedaliero e sottoporsi così anche a indagini invasive o interventi chirurgici. L’unico scopo di chi è affetto da questo disordine è quello di assumere il ruolo di malato, senza trarre beneficio alcuno da tale condizione. Per queste persone il ruolo del “paziente” è qualcosa di familiare, che dà conforto e risponde al bisogno di essere accettati. Il nome deriva dal barone di Münchhausen, peraltro realmente vissuto (1720-1797), protagonista di un romanzo di Gottfried August Bürger. Il barone amava raccontare storie in cui si attribuiva straordinarie e inverosimili prodezze, come quando sosteneva di viaggiare a cavallo di una palla sparata da un cannone o quando si salvò da solo da una palude tirandosi fortemente per i capelli. Esiste anche una Sindrome di Münchhausen per procura, in cui una persona induce una malattia in qualcuno che è sotto la sua cura, come una madre con il figlio, al fine di attirare attenzione e simpatia su di sé.


Peer Gynt e Ivan Ilych


Il Peer Gynt è una dramma scritto nel 1867 dal drammaturgo norvegese Henrik Ibsen e musicato dal compositore Edvard Grieg. Racconta le disavventure di Peer, figlio di un uomo benestante che diventa un ubriacone e perde tutto. Peer vuole ritrovare onore e ricchezza, ma si perde in un mondo di sogni a occhi aperti e di bugie che lo portano a vagare per il mondo e ad assumere le identità più disparate: uomo d’affari, profeta beduino, imperatore... Solo quando, ormai vecchio, incontra l’amore e trova una persona che crede in lui Peer è finalmente redento.

La morte di Ivan Ilych è una novella dello scrittore russo Leo Tolstoy scritta nel 1886. Ilych è un giudice della Corte suprema di San Pietroburgo che conduce una vita normale. Si conforma a quello che i suoi superiori si aspettano da lui e fa carriera, mentre con moglie e figlio è una persona arida e incapace di provare empatia. Non è un uomo viscido ma, come la mosca si dirige verso la luce, lui non può fare a meno di adottare i costumi di chi gli sta sopra, li asseconda e viene preso in simpatia. Solo dopo un incidente che gli provoca una malattia terminale, si rende conto di non essere mai stato sé stesso e, quindi, di avere trascorso una vita priva di senso.