Quanto petrolio consuma un filosofo?

Come la tecnologia ha favorito lo sviluppo della cultura nella società contemporanea

Quante tonnellate di greggio occorrono per fare cultura? È una domanda un po' curiosa, ma vale la pena di fare qualche considerazione. Solitamente, infatti, noi pensiamo che l'energia sia destinata soprattutto all'industria, alle macchine, ai trasporti, al riscaldamento, e tendiamo a dimenticare che, in realtà, anche lo sviluppo culturale richiede (anzi, forse più di ogni altro tipo di sviluppo) una grande quantità di energia.
Facciamo un esempio: un libro e il suo lettore. Il libro, sostanzialmente, è il punto di arrivo di una lunghissima catena di processi, altamente consumatori di risorse e di energie: macchine per stamparlo, alberi per produrre la carta necessaria, camion per trasportare gli alberi, benzina per far circolare i camion, raffinerie per produrre benzina, fabbriche per costruire i computer e le macchine tipografiche, industrie chimiche per gli inchiostri, i colori, le colle, eccetera. Senza questa catena tecnologica ed energetica, i libri si scriverebbero ancora a mano, e solo pochissime persone potrebbero leggerli. Analogamente, ogni lettore, per diventare tale, ha anch'egli dietro di sé una lunga catena tecnologica ed energetica. Se si facesse il conto di quante risorse - petrolio, carbone, macchinari, energia - occorrono per "produrre un lettore", ci si accorgerebbe che si tratta di una cifra sbalorditiva: un diploma o una laurea significano 15 o 20 anni di studio, con un consumo "secco" (cioè senza contropartita in lavoro) in tutti i campi: aule, insegnanti, trasporti, abiti, cibo e, naturalmente, libri.
Senza questa catena di energie e tecnologie - ma, in fondo, anche l'energia può essere considerata semplicemente una tecnologia, poiché è il risultato di una capacità di estrarre e utilizzare risorse: è, per così dire, una "componente del motore" - i lettori sarebbero incapaci di leggere, perché dovrebbero pascolare le pecore fin dall'infanzia, così com'è sempre avvenuto in passato. La stessa sorte toccherebbe a violinisti, pittori, scrittori: tutti a zappare la terra, anziché dipingere, scrivere, suonare.
In passato, infatti, la scarsa disponibilità di energia-tecnologia permetteva solo a un ristretto numero di persone di dedicarsi a tempo pieno ad attività culturali: solo piccoli gruppi potevano permetterselo, proporzionalmente alla capacità e all'efficienza della società nel produrre cibo e oggetti per tutti. Si dice spesso che la nostra è una società di tecnici e di scienziati; a dire il vero è soprattutto una società di artisti e di intellettuali. Infatti mai in passato nessuna società ha potuto contare su un così grande numero di musicisti, pittori, critici, letterati, attori, giornalisti, storici, poeti, registi, cantanti, romanzieri, esteti, insegnanti, ricercatori, commediografi, archeologi, scultori, saggisti, linguisti, scenografi, cantautori, sociologi, educatori.
Se è questo il tipo di sviluppo umano che vogliamo potenziare - cosa che, credo, ci trova tutti d'accordo - bisogna rendersi conto che ciò richiede molta efficienza nel produrre cibo e oggetti (e quindi inevitabilmente molta tecnologia ed energia) in modo che sia possibile, così com'è avvenuto nelle società industriali, diminuire gli addetti nel settore primario e secondario (agricoltura e industria) per sviluppare il terziario (servizi), che comprende appunto tutte queste attività culturali.
Per un apparente - e poco conosciuto - paradosso, infatti, più una società avanza nell'industrializzazione, "meno" addetti ha nell'industria: in Italia, oggi, la percentuale di tali addetti è maggiore che negli Stati Uniti, il paese più industrializzato del mondo. La stessa cosa è già avvenuta nell'agricoltura, dove c'è un rapporto direttamente proporzionale tra efficienza nella produzione di cibo e diminuzione nel numero dei lavoratori.
In altre parole, c'è una relazione diretta, anche se sotterranea, tra sviluppo energetico e opportunità di sviluppo culturale. A una condizione, però: occorre che questa relazione funzioni nei due sensi, cioè che lo sviluppo culturale "restituisca" energia e tecnologia sotto forma di idee, intelligenza, invenzioni, organizzazione, scelte, stimoli. Questo è il punto essenziale: se ciò non avviene il sistema entra in crisi, perché i conti non quadrano più.
In Italia oggi milioni di persone sono impegnate nel settore culturale e educativo (non solo studenti e insegnanti, ma tutti coloro che lavorano nell'editoria, nello spettacolo, nell'informazione, nella ricerca, nell'arte eccetera): in quale misura essi riescono a controbilanciare la crescente competitività internazionale, "restituendo" strategie adatte a farvi fronte?
Se vogliamo continuare ad aumentare il numero di coloro che possono occuparsi di musica, pittura, letteratura, teatro, critica, giornalismo, composizione, storia, poesia, filosofia, canzoni, romanzi, estetica, insegnamento, lirica, ricerca, archeologia, linguistica, cultura, saggistica, scenografia, sociologia, balletto, educazione, siamo costretti a fare inevitabilmente i conti con la bilancia energetica e tecnologica, che nutre e rende possibile questo tipo di sviluppo. Altrimenti le università continueranno a sfornare intellettuali in cerca di occupazioni culturali sempre più strozzate dalla crisi dei settori produttivi: e anche dall'inefficienza nello stesso settore dei servizi (la burocrazia è ormai un pozzo senza fondo di consumi energetici).
Questo collegamento tra sviluppo culturale e disponibilità di tecnologia (e di energia per farla funzionare) non è ancora ben percepito, neppure dalla stessa cultura, che oltretutto è la maggiore beneficiaria di questa spinta propulsiva. Anzi c'è spesso un atteggiamento critico verso la tecnologia, a volte una vera e propria ostilità. E infatti esiste un grosso problema legato all'uso distorto che se ne fa. Perché la tecnologia non serve solo a produrre libri, artisti o educatori, ma provoca inquinamenti, armi micidiali, distruzione di paesaggio, degrado.
L'atteggiamento antitecnologico che spesso emerge tra i giovani deriva proprio dai guasti provocati dalla tecnologia. E certamente va condiviso in pieno il rifiuto di una tecnologia violenta, sradicatrice, rumorosa, consumatrice. Ma bisogna stare molto attenti a non confondere le cose.
Ricordo una lettera che ricevetti, tempo fa, da una ragazza di nome Francesca. Diceva sostanzialmente:
Come sarebbe bello il mondo se non ci fossero le industrie.
Cara Francesca, se vivessimo ancora in una società preindustriale tu saresti analfabeta, emarginata nella società e repressa in famiglia; avresti le mani gonfie per i panni lavati ogni giorno al fiume, e le gambe stanche per il continuo camminare; vivresti in una società autoritaria, piena di violenze fisiche e psicologiche, dove non potresti far valere i tuoi diritti. Se potessi tornare indietro di 200 anni e vivere per una sola settimana in una società preindustriale, scapperesti di corsa verso il nostro secolo. Soltanto allora, probabilmente, capiresti cosa ha significato per l'umanità la rivoluzione industriale (con tutte le sue distorsioni e anche i suoi drammi). E cominceresti a guardare con occhio nuovo anche le più piccole cose che oggi diamo per scontate (e che non "vediamo" più): una penna, un interruttore, un rubinetto, un termosifone, un giornale, un farmaco.

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