Il mistero dei vendicatori siciliani

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Luigi Natoli in un dipinto di F. Camarda (1934)
Esisteva, nella Palermo settecentesca, un gruppo di uomini misteriosi, che di giorno badava ai propri affari e di notte si trasformava in una terribile setta vendicatrice di soprusi e raddrizzatrice di torti. Aristocratici e benestanti, proteggevano i poveri e gli oppressi utilizzando un vero e proprio tribunale. Indossavano cappucci neri, nemmeno tra di loro conoscevano la reale identità di ciascuno, si riunivano alla Cuncuma, una grotta sotterranea, e attraverso le cavità del sottosuolo palermitano potevano raggiungere con la loro vendetta chiunque e dovunque. Erano noti come i Beati Paoli e chiunque si fosse macchiato di qualche prepotenza tremava a sentire il loro nome.

Il “sacro” romanzo


Sono queste, a grandi linee, le caratteristiche della leggendaria setta dei Beati Paoli. Una storia a lungo tramandata in Sicilia solo per via orale e raccontata, sotto forma di romanzo a puntate, solo nel 1909. Autore del feuilleton fu Luigi Natoli, che si firmava con lo pseudonimo di William Galt, e che raccontò la vicenda in ben 239 puntate pubblicate quotidianamente dal Giornale di Sicilia.

Già prima di allora, la storia era raccontata e ripetuta con talmente tanta passione e interesse dai siciliani da diventare patrimonio comune, tanto della povera gente quanto della borghesia. Per gli abitanti del Capo, il quartiere palermitano dove per tradizione si riteneva si riunisse la setta, il romanzo di Natoli divenne quasi un testo sacro, letto ogni sera ad alta voce dal capo famiglia per i parenti che lo ascoltavano in religioso silenzio. Secondo lo storico palermitano Rosario La Duca, «In Sicilia, i Beati Paoli è ancora oggi l’unico libro che molta gente del popolo abbia letto nel corso della sua vita».

Eppure, ben pochi fuori dalla Sicilia lo hanno mai sentito nominare. Ma, soprattutto, è lecito chiedersi se la storia dei Beati Paoli sia solo una leggenda o abbia qualche reale fondamento storico.

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Telone esposto nel 1940 per la rappresentazione de-I Beati Paoli-Teatro di Nino Canino

Setta degli empi


Lo studioso della Palermo antica Francesco Maria Emanuele Gaetani, marchese di Villabianca, vissuto alla fine del ‘700, fu il primo a occuparsi dei Beati Paoli. Nei suoi Opuscoli palermitani, primo testo a citare la setta, si spiega come già ai suoi tempi dei Beati Paoli «se n’era perduta la semenza». Nessuno, insomma, se li ricordava più.

Fu lui a ricostruirne la storia, definendoli innanzitutto una «setta di empia e capricciosa gente», detta dei vendicosi, e rintracciandone l’origine addirittura nel 1185. Dal Medioevo la setta si sarebbe continuamente rinnovata fino ad arrivare a uno dei periodi più turbolenti della storia siciliana, quello che nel romanzo di Natoli va dal 1698 al 1719.

Era un’epoca di forti contrasti, agitata da anni di guerre e forti discordie tra Chiesa e Stato. Basti pensare che in quei vent’anni, la Sicilia vide il succedersi di tre monarchie. Prima quella spagnola, con l’ascesa al trono di Filippo V, primo re Borbone di Spagna; poi di Vittorio Amedeo II di Savoia; quindi degli austriaci con Carlo VI d’Asburgo.

In questo clima, era molto frequente che nobili e potenti abusassero del proprio potere a danno dei più deboli. La Giustizia dello Stato, dove non era assente, era quasi sempre al servizio dei più forti; inoltre, gli stessi nobili spesso si servivano di uomini d’armi per risolvere rapidamente quei casi che, per opportunità, preferivano non sottoporre nemmeno ai tribunali.

Ecco, allora, secondo il Villabianca, il motivo che diede i natali ai Beati Paoli: «Le persone mezzane quindi e basse non potendo fare tal spesa di mantenere Sicarij si formavano il vanto col procedere empiamente da per sé stessi colle loro mani».

Non si trattava però di una giustizia personale, quindi fragile; ma di una giustizia gestita da un organismo che agiva nell’ombra e, dunque, per sua natura inafferrabile e potente a sua volta.

Antenati della mafia?


Per il popolo, i Beati Paoli erano eroi, difensori degli oppressi, e così li dipinge Natoli nel suo romanzo. Altri, tuttavia, come il giornalista ottocentesco Vincenzo Linares, li ritenevano «empi sicari», che talvolta intervenivano per raddrizzare soprusi, e per questo erano ben visti, ma più spesso agivano per vendette personali o per compiere altri delitti comuni. Sempre secondo Linares la setta fu alla fine sgominata e dispersa.

C’è anche chi vuole vedere un legame tra i Beati Paoli e la mafia, intesa come setta segreta. Durante una deposizione, il pentito Tommaso Buscetta, grande estimatore del libro di Natoli, ebbe a dichiarare: «La mafia non è nata adesso, viene dal passato. Prima c'erano i Beati Paoli che lottavano coi poveri contro i ricchi (...): abbiamo lo stesso giuramento, gli stessi doveri».

Un altro pentito, Totuccio Contorno, si faceva chiamare “Coriolano della Floresta”, proprio come il protagonista del romanzo di Natoli.

E già dopo l’assassinio del tenente di polizia Joe Petrosino, nemico della malavita italiana trapiantata negli Stati Uniti e ucciso a Palermo il 12 marzo 1909, l’inchiesta portò alla luce che la mafia, responsabile della morte del poliziotto italo-americano, non solo si era già appropriata del mito dei Beati Paoli, ma si riuniva in un sotterraneo, proprio come la leggenda vuole facesse l’antica setta.

Si tratta però di “appropriazioni indebite”, secondo gli storici. «La mafia» spiega La Duca «ha un’origine agraria connessa al disintegrarsi della struttura feudale dell’Isola, avvenuta all’inizio del XIX secolo quando ormai la setta dei Beati Paoli era da tempo scomparsa».

Il libro di Natoli, dunque, avrebbe involontariamente contribuito ad alimentare in termini apologetici il sentire mafioso.

«Il palermitano» dice lo studioso Francesco Paolo Castiglione, «è ormai certo che in un’epoca indeterminata - come sono sempre i riferimenti storici del popolo - ha avuto la precisa coscienza dei propri diritti ed è stato capace di vendicare le violenze che era obbligato a subire. Ma chiari indizi mostrano che, fintantoché i romanzieri non cominciano a costruire fantasiose favole letterarie sui Beati Paoli, la setta non è così misteriosa come si è successivamente ritenuto, essendone sufficientemente noti sia il carattere di fazione politico-militare sia l’epoca in cui essa agisce».

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Sponda di carretto colorito da Giuseppe Picciurro,Blasco mette in fuga gli sbirri del principe Geraci

Il rifugio segreto


Si è mai saputo chi fossero in realtà i Beati Paoli e dove si riunissero esattamente? Nel suo saggio, Villabianca ne identifica solo tre. Del primo, Giuseppe Amatore, si sa solo che era un «maestro scopettiere», cioè un fabbricante di fucili, detto “u Russu”, e che fu impiccato a Palermo il 17 dicembre 1704, all’età di 27 anni. Il secondo, Girolamo Ammirata, «razionale» di professione, vale a dire contabile, fu impiccato al piano del Carmine nel 1723 per avere ucciso un uomo «con colpo di carrubina».

Il terzo, infine, Villabianca ci dice che ebbe modo di conoscerlo di persona. Si tratta di un famoso vetturino di Palermo, Vito Vituzzu, che Villabianca conobbe da bambino e che definisce: «l’ultimo facinoroso della Compagnia de’ Beati Paoli», scampato alla forca e ridottosi, sciolta la setta, a fare «massaro di chiesa», vale a dire il sacrestano a San Matteo al Cassaro.

Quanto alla grotta luogo dei loro misteriosi ritrovi, si chiamava la Cuncuma perché in dialetto “tenere concùmiu” vuol dire “tener consiglio, congiurare”.

Natoli la descrive così: «Era una specie di grotta, scavata nel tufo di forma circolare a cupola, in mezzo al locale vi era posizionata una tavola di pietra, l’uomo che aveva dato l’ordine stava seduto dietro quella tavola, il suo cappuccio nero era ampio e tutto chiuso come i confrati incappucciati e gli scendeva in mezzo al petto».

Secondo il Villabianca, il luogo di riunione dei Beati Paoli fu identificato in una cavità sotterranea presente nel quartiere del Capo, in prossimità della chiesa di S. Maria di Gesù.

Vi si accedeva attraverso quella che, quando scriveva Villabianca, era la casa dell’avvocato Giovanbattista Baldi: «Dal primo piano dell’ingresso di questa casa, passando per una porticina, si arriva in un piccolo baglio scoperto, in cui sorge un basso albero boschigno, e il piano su cui si cammina non è altro che lo strato di una volta ben larga, che copre la grotta sottostante. Nel centro della volta vi è un occhio con grata di ferro che serve da spiraglio e lume alla sotterranea caverna». Si scendevano poi cinque scalini di pietra e ci si trovava in una stanzetta che dava sulla grotta principale, con tanto di sedili scavati nella roccia e scansie «nelle quali si posavan l’armi sì di fuoco che di ferro».

L’esistenza di questa grotta fu confermata, a fine Ottocento, dalla visita di un erudito palermitano, Vincenzo Di Giovanni, che la ritrovò, specificando che nel 1889 vi si accedeva passando «dalla casa del Barone Biandano nella via Beati Paoli n. 35».

Oggi la Cuncuma non è più accessibile, gli ingressi sono stati murati, ma dopo la sua visita Di Giovanni fece affiggere una targa marmorea sul palazzo che, a scanso d’equivoci, recita: «Antica sede dei Beati Paoli».

Grotte e cunicoli, in effetti, sono ben noti nella zona e fanno parte di un complesso cimiteriale cristiano sviluppatosi nel IV secolo d.C., sul letto naturale del fiume Papireto. «Ma la fantasia popolare» commenta La Duca, che è anche esperto conoscitore della topografia di Palermo, «ritenne e ritiene ancora che ogni cavità esistente nel sottosuolo della città o del suo vicino territorio sia stata utilizzata dai componenti della società segreta. Sono sorte così le più impensabili leggende che trovano un giustificabile sostegno nella presenza nella zona nordovest del territorio palermitano di vastissime cave di pietra coltivate in galleria che rendono in buona parte vuoto e anche percorribile il sottosuolo».

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Sponda di carretto con scena de"I Beati Paoli”

Mito e realtà


Dunque, una storia, quella dei Beati Paoli, che si muove inevitabilmente tra leggenda e realtà. Lo stesso nome, la cui origine non è chiara, ne è un esempio. Giuseppe Pitrè, antropologo palermitano vissuto nell'Ottocento, racconta: «Particolarmente fortunato doveva ritenersi chi nasceva nella notte di S. Paolo (29-30 giugno), in quanto era credenza molto diffusa che avrebbe posseduto virtù sovrannaturali non comuni a nessun altro mortale. Egli è forte e prosperoso, maneggia impunemente le vipere, le aspidi, i serpenti, i rettili velenosi di ogni genere... fa fronte ai licantropi... sa indovinare il futuro, viene considerato oracolo infallibile. È probabile quindi che, ritenuti sovrannaturali e quasi incarnazione dell’apostolo Paolo, abbiano dato il nome alla setta dei Beati Paoli, anch’essi ritenuti esseri sovrannaturali, sia per l’alone di mistero che li avvolgeva che per la segretezza delle loro azioni».

Vero o falso che sia, i Beati Paoli sono entrati anche nel linguaggio comune. E se un tempo «averne quanto i Beati Paoli» significava prendere un sacco di legnate, oggi sopravvive in Sicilia un altro modo di dire. Sembra, infatti, che di giorno, vestiti da monaci di S. Francesco di Paola (altra possibile origine del nome), i Beati Paoli andassero nelle chiese fingendo di recitare il Rosario.

Si trattava in realtà di uno stratagemma per potere apprendere meglio i fatti che accadevano in città, per poi, nottetempo, complottare e mettere in atto le loro vendette. Ecco allora perché, ancora oggi, per indicare una persona pericolosa ma solo in apparenza buona si sente dire a Palermo e dintorni: «pari nu Biatu Paulu».

Ha collaborato Fara Di Maio
Nota: le illustrazioni per questo articolo sono tratte dal blog di Tommaso Aiello (http://tommasoaiello.com )