Storie di UFO, bimbi nelle bolle e preti volanti

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  • 13-08-2016
  • di Francesco Grassi
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L'UFO costruito da Richard Heene prima del decollo ©[https://youtu.be/JVbV_Sis99o]
Immaginate di costruire un UFO casalingo dal diametro di 6 metri e alto un metro e mezzo, in sostanza un pallone a forma di disco volante, da gonfiare a elio con un cestello alla base fatto di compensato e cartone in grado di contenere un bimbo di 6 anni.

Immaginate ora di farlo librare in volo tenendolo ben assicurato a una fune, ma al momento di farlo volare purtroppo la fune vi sfugge di mano, l'UFO decolla e il vostro figliolo di 6 anni non si trova più in casa. Quali sarebbero in quel momento i vostri agghiaccianti pensieri?

Ciò è esattamente quello che accadde il 15 ottobre del 2009 nella città di Fort Collins nel Colorado a Richard Heene e sua moglie Mayumi. Mentre l'UFO fabbricato in casa saliva in cielo, si resero conto che Falcon, il più piccolo dei tre figli, non era lì con loro e inoltre non si riusciva a trovare in casa.

In preda alla disperazione fecero la telefonata d'emergenza al 911, a seguito della quale le autorità inviarono diversi elicotteri e forze di polizia locale all’inseguimento dell’oggetto volante per cercare di recuperare il bambino a bordo dell'UFO. UFO che, dopo aver volato per circa un'ora coprendo una distanza di 80 km, finalmente atterrò in un campo a qualche decina di chilometri dell'aeroporto internazionale di Denver. Ma il dramma non era finito, il bimbo purtroppo non si trovava all'interno del pallone appena atterrato e così le autorità cominciarono la ricerca disperata nell'area sorvolata dall'UFO temendo che Falcon fosse caduto dal pallone durante il volo; qualcuno infatti aveva testimoniato di aver visto qualcosa cadere dall'UFO durante il suo tragitto. Più tardi nel pomeriggio si apprese per fortuna che la vicenda non aveva avuto le tragiche conseguenze che si erano temute: Falcon era sano e salvo a casa, non era mai stato a bordo di quell'UFO perché si era nascosto nell'attico della propria casa per l'intera durata dell'incubo della famiglia Heene. Tutto è bene quel che finisce bene.

Cambiamo pagina, dalla storia del piccolo Falcon Heene nell'UFO passiamo a quella dello sfortunato David Phillip Vetter, un bimbo che fu costretto a trascorrere la propria vita proprio all'interno di un pallone, una bolla di plastica. David nacque nel settembre 1971 e morì nel febbraio del 1984 perché affetto da “sindrome di immunodeficienza combinata grave da deficit di adenosin-deaminasi” nota con il più stringato acronimo ADA-SCID. Questa sindrome è una malattia congenita per cui i globuli bianchi dell’individuo affetto non riescono a combattere e contrastare qualunque tipo di infezione, anche la più innocua e banale per il resto della popolazione. In altre parole, per chi è affetto da ADA-SCID è praticamente impossibile vivere nel mondo reale perché qualunque contatto con i normali oggetti d’uso quotidiano potrebbe condurlo ad un’infezione letale. Per questo motivo fu creata per David una bolla di plastica nella quale consentirgli di vivere respirando aria sterilizzata e cibandosi solo di cibi e bevande sterilizzati. Per David la speranza di abbandonare la bolla era riposta in un trapianto di midollo della sorella Katherine e, nell’ottobre del 1983, i medici tentarono il trapianto, ma purtroppo un virus presente nel midollo donato si rivelò essere la causa del suo decesso avvenuto successivamente. Il bimbo che non toccò mai il mondo e che visse dentro una bolla, grazie al suo sacrificio e alle esperienze mediche acquisite, ci ha però consentito d’altra parte di progredire nelle conoscenze nel campo dell’immunologia. Oggi non solo si riesce ad effettuare una diagnosi della sindrome già in utero, ma grazie alla terapia genica la sindrome si riesce anche a curare. La tecnica consiste in prima battuta nel prelevare delle cellule staminali del sangue raccogliendole dal midollo osseo dell’individuo affetto da ADA-SCID, in seconda battuta prevede di inserire all’interno di queste cellule un gene sano in grado di svolgere correttamente il compito che il gene difettoso non è in grado di eseguire e, in ultima battuta, di reinfonderle nel paziente. Le cellule corrette, una volta reinfuse, cominciano a generare cellule figlie che si distribuiscono nell’organismo e svolgono il loro normale compito rendendo in grado l’individuo di difendersi con successo dalle infezioni.

Dunque, non tanto a lieto fine la storia di David Vetter e così anche quella del prete volante Adelir Antônio de Carli, per rimanere ancora in tema di oggetti volanti e vite appese a un filo. Il motivo dell’appellativo era dovuto al fatto che de Carli nel gennaio del 2008 aveva compiuto con successo un volo di 4 ore coprendo la distanza di 25 chilometri legato a 600 palloni gonfiati ad elio partendo dalla località di Ampère in Brasile e giungendo in quella di San Antonio appena oltre il confine con l’Argentina. Durante il volo lo stesso de Carli riportò di essere andato oltre i 5000 metri di altezza. Ma il suo obiettivo era quello di infrangere il record mondiale di 19 ore di volo, per cui il 20 aprile del 2008 ritentò l’impresa, questa volta legato a 1000 palloni, al fine di raccogliere fondi per la costruzione, nei pressi della città di Paranaguá, di un’area di sosta spirituale per i camionisti. Aveva con sé un equipaggiamento comprendente anche un telefono satellitare e un cellulare, grazie ai quali a un certo punto comunicò di aver raggiunto i 6000 metri d’altezza, prima di perdere per sempre il contatto con la terraferma[1]. Nel luglio dello stesso anno parte del corpo fu ritrovato in mare da un rimorchiatore di una compagnia petrolifera a 100 chilometri dalla costa nello stato di Rio de Janeiro e successivamente l’analisi del DNA confermò che i resti erano proprio quelli del prete volante. Alcuni ironicamente dissero che al de Carli non era ben chiaro come usare il dispositivo GPS che aveva con sé per comunicare la sua posizione in volo.

Tre storie unite e appese a un filo conduttore, la prima delle quali a lieto fine per il piccolo Falcon il quale fortunatamente non volò nell’UFO che però portò in cella per 90 giorni il papà Richard Heene e per 20 giorni la mamma Mayumi. Si scoprì che i due avevano inscenato la storia dell’UFO volato via con il bimbo all’interno solo per attirare l’attenzione dei media e acquisire notorietà. Alla famiglia Heene fu inoltre proibito di ricevere qualsiasi profitto derivante dalla bufala costruita ad arte e fu imposto anche di pagare un risarcimento di 36.000 dollari. Nel frattempo i fratelli Heene sono cresciuti e hanno costituito una metal band dal nome Heene Boyz incidendo una canzone[2] dal paradossale titolo Balloon Boy No Hoax in cui è proprio lo stesso Falcon che canta mentre scorrono sullo sfondo le immagini dell’UFO su cui non salì mai e che lo rese famoso quando aveva sei anni.

Note