Perché le teorie del complotto sono così diffuse e che cosa si può fare per contrastarle?

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L’11 settembre? Un inside job voluto dal governo degli Stati Uniti. Lo sbarco sulla Luna? Una finzione cinematografica. L’AIDS? Un virus creato in laboratorio. Il riscaldamento globale? Una bufala. L’Olocausto ebraico? Un’esagerazione propagandistica. Le vaccinazioni di massa? Un regalo a Big Pharma.

Non c’è argomento che non sia interessato da almeno una teoria del complotto con una nutrita cerchia di sostenitori. Non stiamo parlando di frange marginali di squilibrati, ma di una parte consistente della popolazione: secondo vari sondaggi, un terzo degli americani crede che il riscaldamento globale sia una bufala e più della metà è convinta che l’assassinio Kennedy nasconda un complotto[1]. Altre teorie cospirazioniste, come quella che una specie aliena di rettiliani controlli i governi più importanti, sono meno diffuse, ma più di metà della popolazione degli Stati Uniti crede ad almeno una teoria del complotto[2] e gli studi mostrano che credere a una di esse rende più predisposti a credere anche alle altre. Ci rifacciamo ai dati americani perché sono più numerosi e solidi, ma non c’è motivo di credere che la situazione italiana sia molto diversa: in effetti, un recente sondaggio condotto in nove Paesi europei dall’Università di Cambridge e da Yougov mostra che anche in Italia la maggior parte della popolazione crede ad almeno una teoria del complotto[3].

Date la varietà e l’ampia diffusione delle teorie cospirazioniste, non è possibile liquidarle semplicemente come un sintomo di malattia mentale, ma non si può nemmeno stabilire un preciso identikit del complottista. Entro certi limiti, la tendenza a credere nelle teorie del complotto è presente in tutti noi. La professoressa Karen Douglas, psicologa sociale all’Università del Kent, spiega: «A un certo livello siamo tutti predisposti a sospettare del governo. Diffidare dei gruppi o delle persone che non comprendiamo ha senso da un punto di vista evoluzionistico: può essere vantaggioso per la tua sicurezza personale essere sospettoso degli altri gruppi»[4].

L’etichetta di “complottista” va quindi usata con molta cautela, perché la stessa persona può essere “complottista” su un argomento e “anticomplottista” su un altro, tipicamente a seconda di quanto la teoria del complotto in esame sia in accordo con le sue inclinazioni ideologiche.

La ricerca sulle cause che portano ad aderire alle teorie del complotto si è molto sviluppata negli ultimi anni, tuttavia la comunità scientifica è ancora lontana dall’aver sviluppato un modello complessivo che comprenda tutte le variabili individuali. Qui citiamo i fattori principali che, secondo una review del 2017[5], rendono le persone statisticamente più propense a credere alle teorie della cospirazione, precisando però che si tratta di evidenze preliminari e parziali, in assenza di una teoria di riferimento condivisa:
  • Un basso livello di istruzione, una ridotta capacità di pensiero analitico e di valutazione delle probabilità favoriscono l’adesione alle teorie del complotto.
  • Il desiderio di sentirsi speciali e unici è un altro fattore importante: l’idea di avere accesso a informazioni segrete soddisfa il bisogno narcisistico di sentirsi superiori agli altri. In Germania i complottisti chiamano le masse disinformate schlafschaf, letteralmente «pecore dormienti». In uno studio dell’Università Johannes Gutenberg di Mainz, i soggetti più predisposti al cospirazionismo credevano più spesso a una teoria del complotto quando scoprivano che era poco diffusa rispetto a quando scoprivano che era molto diffusa[6].
  • Il senso di impotenza di fronte a tragedie apparentemente prive di logica può spingere ad accettare spiegazioni complottistiche. L’idea che una tragedia sia stata voluta dai potenti, per quanto agghiacciante, può essere preferibile a quella che sia avvenuta per caso, perché lascia aperta la possibilità di riprendere il controllo della situazione, mentre un evento casuale è completamente al di fuori della nostra possibilità di intervenire.
  • Il bisogno di certezze. Cercare spiegazioni per gli eventi è un desiderio umano fondamentale. L’incertezza è una condizione spiacevole e le teorie del complotto forniscono un senso di comprensione, di certezza e di controllo che può essere rassicurante. Le teorie del complotto sono storie internamente coerenti che «ci aiutano a comprendere l’ignoto quando accadono eventi spaventosi o inattesi», dice Jan-Willem van Prooijen, psicologo sociale alle Vrije University di Amsterdam[7].

È importante osservare che questi fattori rispondono a esigenze molto diverse tra loro, che gli specialisti classificano in conoscitive, esistenziali e sociali. Trovare spiegazioni è un bisogno di conoscenza; avere un senso di sicurezza e di controllo è un bisogno esistenziale; mantenere un’immagine positiva di sé o del proprio gruppo è un bisogno sociale. Questa osservazione suggerisce che la strategia più efficace contro le teorie del complotto dovrebbe tenere conto di tutte queste esigenze diverse e non limitarsi ad affrontarne soltanto qualcuna.

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©Nick Youngson www.imagecreator.co.uk
Alla luce di questa osservazione, si può provare a sviluppare un abbozzo di strategia per contrastare la diffusione del cospirazionismo? Come abbiamo già visto in passato, smentire le teorie del complotto non è sufficiente per farle scomparire e in certe condizioni può essere addirittura controproducente[8]. Come ha osservato sperimentalmente lo psicologo Stephen Lewandowsky, più una persona crede ai complotti, meno crede alle conoscenze scientifiche; tenderà invece a pensare che ogni obiezione scientifica fa parte del complotto stesso. In un circolo vizioso quasi impossibile da spezzare, ogni prova contro la teoria del complotto viene reinterpretata come una prova a suo favore[9]. Inoltre, molti ricercatori concordano che l’adesione alle teorie del complotto non dipenda tanto dall’argomento specifico, ma da una visione del mondo più generale[10].

Di conseguenza, la strategia più efficace per intervenire sui fattori cognitivi sembrerebbe essere non tanto quella di smentire la singola teoria del complotto, ma quella di allenare le capacità di pensiero analitico: in effetti le persone che sono più abituate a esercitare il pensiero logico sembrano godere di una relativa immunità. Per esempio, in uno studio dell’Università di Westminster, le persone che venivano allenate a ragionare in modo analitico risultavano poi meno propense ad accettare le teorie del complotto[11]. In uno studio dell’Università Eötvös Loránd di Budapest, l’esercizio di inventare collegamenti complottistici tra due eventi scelti a caso si rivelava sorprendentemente facile e aiutava i soggetti a essere più critici nei confronti delle teorie del complotto che incontravano in seguito[12]. Si tratta tutto sommato di una buona notizia per il CICAP, perché conferma l’osservazione empirica che educare alla mentalità scientifica e alla razionalità in generale, come cerchiamo di fare, sia più costruttivo che impegolarsi in interminabili dispute sul singolo presunto complotto.

Ma una strategia complessiva contro il pensiero cospirazionistico non può limitarsi ai fattori cognitivi e deve considerare anche quelli sociali ed esistenziali che abbiamo esaminato in precedenza. Nelle parole di Joanne Miller, professoressa di scienze politiche alla University of Minnesota e specialista dell’argomento, la tattica migliore per affrontare il cospirazionismo è quella «non di attaccare la credenza, ma piuttosto le ragioni per cui le persone credono alle teorie del complotto»[13]. Si tratta di un lavoro molto complesso, che va ben oltre il mandato del CICAP e che non possiamo analizzare approfonditamente in questa sede; ci limitiamo a elencare alcuni interventi che si sono mostrati utili, come aiutare i cittadini a trovare modi concreti per migliorare il loro futuro[14], educare la popolazione a valutare l’attendibilità delle fonti di informazione, ma anche stigmatizzare i personaggi pubblici che diffondono disinformazione e sottoporre regolarmente a fact-checking le affermazioni dei politici[15].

Un altro risultato significativo della ricerca sul cospirazionismo è che, ironicamente, le teorie del complotto non riescono affatto a soddisfare i bisogni che determinano il loro successo. Le teorie del complotto attirano persone che vorrebbero sentirsi più sicure e capaci di controllare la situazione, ma finiscono per farle sentire ancora più incerte, impotenti e disilluse, diminuiscono la fiducia nelle autorità e creano terreno fertile[16] per la diffusione di teorie del complotto ancora più stravaganti in futuro.

Fin qui alcuni degli spunti che emergono dagli studi sull’argomento. In attesa di indicazioni più consolidate dalla ricerca scientifica, possiamo dire che l’importante missione di contrastare efficacemente le teorie del complotto è molto complessa e probabilmente non deve limitarsi a un solo tipo di attività, come per esempio il debunking, che pure è utile in determinati contesti, ma deve comprendere una varietà di attori e di interventi.

Note

1) “Democrats and Republicans differ on conspiracy theory beliefs”. Public Policy Polling, consultato in data 20 dicembre 2018 da https://bit.ly/2V5fzay
2) Oliver, J. E., & Wood, T. J. (2014). Conspiracy Theories and the Paranoid Style(s) of Mass Opinion. American Journal of Political Science,58(4), 952-966. doi:10.1111/ajps.12084
3) “Brexit and Trump voters are more likely to believe in conspiracy theories”. InternationalYouGov-Cambridge, consultato in data 20 dicembre 2018 da https://bit.ly/2R35E2O
4) “The enduring appeal of conspiracy theories”. BBC Future, consultato in data 20 dicembre 2018 da https://bbc.in/2Dxafo4
5) Douglas, K. M., Sutton, R. M., & Cichocka, A. (2017). The Psychology of Conspiracy Theories. Current Directions in Psychological Science, 26(6), 538-542. doi:10.1177/0963721417718261
6) Imhoff, R., & Lamberty, P. K. (2017). Too special to be duped: Need for uniqueness motivates conspiracy beliefs. European Journal of Social Psychology, 47(6), 724-734. doi:10.1002/ejsp.2265
7) “Why do people believe the moon landing hoax or other conspiracy theories?”. Washington Post, consultato in data 20 dicembre 2018 da https://wapo.st/2C47Nqx
8) “Balsami e tribù: il debunking è inutile?”. Query n. 25, primavera 2016, consultato in data 20 dicembre 2018 da https://bit.ly/2H2NMoi
9) Lewandowsky, S., Gignac, G. E., & Oberauer, K. (2015). Correction: The Role of Conspiracist Ideation and Worldviews in Predicting Rejection of Science. Plos One, 10(8). doi:10.1371/journal.pone.0134773
10) Wood, M. J., Douglas, K. M., & Sutton, R. M. (2012). Dead and Alive. Social Psychological and Personality Science, 3(6), 767-773. doi:10.1177/1948550611434786
11) Swami, V., Voracek, M., Stieger, S., Tran, U. S., & Furnham, A. (2014). Analytic thinking reduces belief in conspiracy theories. Cognition, 133(3), 572-585. doi:10.1016/j.cognition.2014.08.006
12) Orosz, G., Krekó, P., Paskuj, B., Tóth-Király, I., Bőthe, B., & Roland-Lévy, C. (2016). Changing Conspiracy Beliefs through Rationality and Ridiculing. Frontiers in Psychology, 7. doi:10.3389/fpsyg.2016.01525
13) “Conspiracy theories are more rampant than ever. Can they be stopped?”. The Guardian, consultato in data 20 dicembre 2018 da https://bit.ly/2wfGAOq
14) Whitson, J. A., Kim, J., Wang, C. S., Menon, T., & Webster, B. D. (2018). Regulatory Focus and Conspiratorial Perceptions: The Importance of Personal Control. Personality and Social Psychology Bulletin, 45(1), 3-15. doi:10.1177/0146167218775070
15) Nyhan, B., & Reifler, J. (2014). The Effect of Fact-Checking on Elites: A Field Experiment on U.S. State Legislators. American Journal of Political Science, 59(3), 628-640. doi:10.1111/ajps.12162
16) Grzesiak-Feldman, M. (2013). The Effect of High-Anxiety Situations on Conspiracy Thinking. Current Psychology, 32(1), 100-118. doi:10.1007/s12144-013-9165-6
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