Testimoni del Golgota

Le reliquie della passione di Ges&ugrave;<br>Michael Hasemann<br>Edizioni San Paolo, 2003<br>pp.422, &euro; 22,00

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  • 07-12-2004
  • di Gian Marco Rinaldi

 

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Questo prolifico autore tedesco ha pubblicato più di venti libri, alcuni tradotti in varie lingue, e vanta un totale di vendite di un milione e mezzo di copie. Fino a qualche anno fa, la sua carriera è stata quella dell'ufologo. Poi un giorno Hesemann visita a Roma la chiesa di S. Croce in Gerusalemme. Fra le varie reliquie della croce ivi conservate, vede il frammento del "titulus", la tavoletta di legno con su scritte, in tre lingue, le parole "Gesù Nazareno Re dei Giudei". Come racconta (p. 38): "L'incontro con il titulus crucis si trasforma in una rivelazione. Perché, da storico, so che un'iscrizione può essere datata. E questa risale, come sette storici mi hanno poi confermato, al I secolo!" Nel 1999 pubblica un libro (apparso anche in italiano) con i risultati delle sue indagini paleografiche sul titulus. È il primo passo di una nuova e rapida carriera come indagatore di sacri misteri. Se il titulus era autentico, come Hesemann credeva di aver dimostrato, allora anche le altre reliquie conservate nella stessa chiesa potevano esserlo: secondo la tradizione, le reliquie di S. Croce furono portate a Roma da Elena, la madre dell'imperatore Costantino, dopo che aveva rinvenuto la "vera" croce durante un suo viaggio a Gerusalemme (da cui il nome della chiesa romana). E se queste erano autentiche, altre ancora ce ne potevano essere sparse nelle chiese d'Europa. Ecco quindi che appare nel 2000 (nell'edizione tedesca) questo Testimoni del Golgota che è un tentativo di resuscitare in blocco tutte quante le reliquie della passione di Gesù.

Fino a pochi secoli fa, tali reliquie erano innumerevoli. Oggi molte sono scomparse, ma ce ne sono ancora di numerose, sia pure semidimenticate. Hesemann fornisce cataloghi nei quali sono elencati per esempio 67 pezzi del legno della croce, contando solo i più grossi, e 87 frammenti della corona di spine per un totale di 193 spine (19 solo a Roma). Deve quindi affrontare il problema di decidere quali siano le reliquie autentiche. Direi che le sue scelte si basino solo su simpatie personali, dato che non fornisce alcuna evidenza a favore della autenticità di questo o quell'esemplare. Vediamo quali sono le sue preferenze.

Per i pezzi del legno della croce non ha bisogno di operare una selezione. I frammenti sono tanti, ma di solito sono minuscoli. Hesemann calcola meticolosamente il volume in millimetri cubi di tutte le più rinomate reliquie e, sommandoli, constata che il totale è ancora ben al di sotto, circa un decimo, del volume presumibile per una croce intera.

La vera corona di spine sarebbe quella che san Luigi, re dei francesi, si fece venire da Costantinopoli nel 1239 (costruendo la magnifica Sainte Chapelle per ospitarla). Luigi era noto per la sua prodigalità nel regalare reliquie. Le spine le regalò probabilmente tutte perché oggi a Parigi è ancora conservata la sua corona, ma si tratta solo di un anello di giunco a cui un tempo i rametti con le spine erano intrecciati. Hesemann ha così spazio per ritenere che ci siano, in giro per l'Europa, decine di vere spine provenienti da Parigi. Avverte che però non tutte le spine esistenti sono autentiche. Per quelle per cui non è documentata la provenienza da Parigi, "la loro origine è quanto meno dubbia", e questo è un esempio di che cosa sia per lui il senso critico.

Per la tunica citata nel vangelo (quella che i soldati si giocarono a dadi ai piedi della croce), i due esemplari più famosi si trovano ad Argentuil, presso Parigi, e a Treviri. Hesemann non ha bisogno di operare una scelta perché "ovviamente Gesù non indossava un solo capo. Almeno tre capi costituivano l'abbigliamento di base di un ebreo del I secolo".

La vera lancia è quella conservata a Roma in S. Pietro. Quanto alla colonna della flagellazione, Hesemann privilegia quella che è a Roma in S. Prassede, di cui dice che è "estremamente probabile" che sia quella vera. Un cardinale che si chiamava, non a caso, Colonna, la portò in quella chiesa nel 1223, di ritorno da Gerusalemme. Hesemann deve aggirare una difficoltà perché si ha notizia che a Gerusalemme c'era sì, fin da tempi antichi, una (presunta) colonna della flagellazione, ma rimase là anche dopo il 1223. Quindi si dilunga a dimostrare che quella rimasta là era falsa. Però non risultava che ci fossero in città, all'epoca, due distinte colonne. Allora Hesemann si inventa che il cardinale non reperì la sua colonna a Gerusalemme ma la ricevette in dono a Costantinopoli durante il viaggio di ritorno. Poco importa se il cardinale affermò di avere prelevato la colonna a Gerusalemme, come è scritto sulla targa che fu apposta sul basamento. Dunque Hesemann dà del bugiardo al cardinale, che è l'unica autorità su cui si basa per supporre che la colonna sia autentica.

Il problema più arduo lo incontra per i chiodi. Quelli veri dovrebbero essere in numero di tre (al massimo quattro), ma il catalogo di Hesemann ne conta 36. Quali sono i tre veri? Hesemann si basa sulla famosa leggenda del ritrovamento della croce da parte di Elena all'inizio del quarto secolo, ma si dà il caso che, volendo prendere per buona la leggenda, si ritrova senza chiodi. Infatti, secondo tale tradizione, Elena partì da Gerusalemme portando tre chiodi. Uno lo gettò in mare dalla nave, durante il viaggio di ritorno, per placare una tempesta, che infatti si placò immediatamente. Gli altri due li regalò al figlio Costantino incorporandoli uno nel morso del suo cavallo e uno nel suo diadema imperiale. E così Hesemann, se vuol credere alla leggenda, resta senza chiodi sciolti. Se la cava ugualmente con disinvoltura.

Per il chiodo sacrificato al mare, si toglie dall'imbarazzo supponendo che in realtà Elena non gettò il chiodo nei flutti ma fece solo finta. Mi sembra che si debba supporre che l'augusta legò il chiodo a un filo, lo fece scendere in mare, poi lo ripescò non appena la tempesta si fu placata (per sua fortuna, l'onnipotente non si accorse dell'imbroglio) e lo fece arrivare a Roma. Così Hesemann può ritenere che il chiodo conservato in S. Croce sia autentico.

Per il chiodo che fu messo nel morso del cavallo, descrive il "sacro chiodo" che si trova sull'alto della volta del duomo di Milano. Non è un chiodo ma dovrebbe essere un morso con il chiodo incorporato non si capisce dove. In realtà non è nemmeno un morso o una briglia, è soltanto un pezzo di ferro malamente attorcigliato. Hesemann sarebbe propenso a darlo per buono, se non fosse che c'è un altro sacro morso in una chiesa francese, a Carpentras. Per una volta, non sa decidersi su quale dei due privilegiare.

Per il chiodo che fu messo nella corona di Costantino, Hesemann teme che alla sua morte la corona venisse sepolta assieme a lui, ma suggerisce anche la possibilità che Elena facesse mettere nella corona non un chiodo intero ma solo qualche particola. Per merito della parsimonia di Elena, gli rimarrebbe da piazzare ancora un chiodo. Dimostra simpatia per quello che si trova a Siena, di cui dice che "la sua autenticità è quanto meno possibile".

I due capitoli, per 80 pagine, dedicati a sindone di Torino e sudario di Oviedo presentano un concentrato di tutta la mitologia della pseudoscienza sindonologica. Dirò solo che la lettura mi ha fatto rimpiangere le usuali trattazioni dei sindonologi.

Infine un elogio. Molte pagine sono dedicate non alla questione dell'autenticità ma semplicemente alla narrazione delle vicende storiche, spesso interessanti, attraverso cui le reliquie sono passate nel corso dei secoli. Queste pagine sono piacevoli e anche accurate.

Dopo questo libro, Hesemann ne pubblicò rapidamente altri di argomento religioso: sui segreti di Fatima, sul santo graal, sulla tomba dell'apostolo San Pietro a Roma. La sua carriera in questo campo fu bruscamente interrotta per causa della stessa reliquia, il titulus crucis, da cui aveva preso l'avvio. Proprio le indagini sul titulus iniziate da Hesemann, sulla cui scia si erano aggiunti altri studiosi, avevano destato un interesse, anche in ambiente ecclesiastico, che indusse le autorità competenti a elargire il permesso per il prelievo e la datazione al radiocarbonio di un frammento del legno della reliquia. Era il 2002. Due fisici di Roma effettuarono la datazione (vedere articolo su S&P56). Come controllo datarono anche il legno di una antica nave romana. La nave risultò avere duemila anni, ma la reliquia ne aveva solo la metà: fu datata al periodo 980-1146. Hesemann è pieno di risorse e ha già saputo riciclarsi. I suoi ultimi due libri sono sull'assassinio del presidente Kennedy e sui risvolti esoterici del nazismo.