I poteri della meditazione

Considerazioni psicologiche su una delle più antiche attività dell'uomo

  • In Articoli
  • 16-11-2006
  • di Alessandro Mahony
«Se porterai alla luce ciò che è dentro di te, ciò che porterai alla luce ti salverà. Se non porterai alla luce ciò che è dentro di te, ciò che non porterai alla luce ti distruggerà».
Parole attribuite a Gesù’ Cristo nel Vangelo di Tommaso

Quando sentiamo parlare di meditazione, ci vengono spesso in mente pratiche orientali, mistiche e lontane, pratiche magiche ed esoteriche. Ma quanto c’è di vero nella realtà? Cerchiamo di saperne qualcosa di più.

La meditazione sembra essere una delle attività più antiche dell’uomo. Le prime testimonianze scritte su forme di protomeditazione sono state scoperte in alcuni testi di saggi indiani, risalenti circa al 4000 a.C. Essa non è però qualcosa di estraneo alla nostra cultura, poiché la si ritrova anche in diverse teorie filosofiche occidentali (ad esempio in Platone, nello stoicismo) e nella religione cristiana (si possono confrontare ad esempio la vita e le opere di S. Ignazio, Santa Teresa, Meister Eckart). È un fenomeno quindi universale e transculturale.

Ma una tale esperienza, ritenuta appunto una peculiarità delle filosofie o delle religioni, siano orientali oppure occidentali, è in realtà uno stato accessibile a tutti, e non è vincolata a determinate situazioni o particolari momenti: è un’esperienza alla quale molte persone accedono inconsapevolmente (Lauster 1989). Contrariamente all’opinione che la gente comune può infatti avere, la meditazione sta infatti nella dimensione e nel rapporto con l’ordinario, non dello straordinario (Sumedho 1991). La peculiarità della tecnica sta nel saper indurre questo stato quando lo si desidera, e nel saperlo prolungare a proprio piacimento.

Al giorno d’oggi molte persone, vuoi per riscoperta di determinati valori, vuoi per l’influenza delle mode, come la New Age, abbandonano la propria religione (per noi quella cattolica) per avvicinarsi a tradizioni lontane sperando in risposte alle proprie innumerevoli domande; come risultato, però, essi mantengono inalterata la propria struttura psichica: si dà perciò spesso una nuova forma ai problemi psicologici, senza però risolverli (Bonecchi 1991). C’è quindi il pericolo che questa ricerca sia effettuata con l’intenzione di una fuga dalla realtà, spesso vista come esclusivamente, o quasi esclusivamente, negativa, non accorgendosi invece che la spiritualità tanto cercata (e comunque quella con cui si arriva, presto o tardi, a fare i conti) vive nella realtà molto più di quanto non si possa credere.[1]
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Ciò che è invece estremamente interessante, è il fatto che si va sempre più favorendo l’integrazione tra la psicoterapia orientale [2] e quella occidentale, accorgendosi così che, pur con le loro differenze, dovute più che altro a un’incomprensione dei concetti definenti le varie teorie, sembrano essere entrambe facce della stessa medaglia (Capra 1982; Watts 1961; Goleman 1997).

Tra la fine degli anni sessanta e i primi anni settanta ci fu un’esplosione di interesse per questo fenomeno. Fino ad allora (e da molti purtroppo anche oggi!) le psicologie orientali erano state raramente identificate come tali dai teorici della personalità [3] e furono sbrigativamente scartate come dottrine religiose e snobbate; non furono quindi riconosciute come psicologie né tantomeno come problematiche degne di interesse. Una delle ragioni per cui alcuni psicologi occidentali hanno cominciato a occuparsi delle teorie orientali è che esse trattano fenomeni che le nostre teorie psicologiche non sanno o non vogliono interpretare; oppure che non sanno fare altro che ricondurre a categorie psicopatologiche. Le psicologie orientali sono state invece riprese da autori quali Jung, Angyal, Maslow, Buber, Fromm, Boss, e da tutta la corrente della psicologia transpersonale. Un riconoscimento ufficiale delle proprietà della meditazione è arrivato nel 1984, quando l’Istituto Nazionale della Salute statunitense (NIH) rilasciò un rapporto unanime che raccomandava la meditazione (assieme alla restrizione di sale e norme dietetiche) piuttosto che la prescrizione di farmaci come primo trattamento per l’ipertensione leggera (Goleman 1988). Questo riconoscimento ufficiale fece da catalizzatore per la sua diffusione come trattamento in medicina e in psicoterapia.

Anche gli psicoanalisti più ortodossi sembrano essersi recentemente accorti che ci siano molte similitudini anche tra l’approccio freudiano e quello orientale (Goleman 1997). Scrive appunto uno psicoanalista: «Per quanto riguarda la comprensione, l’approccio psicoanalitico e quello di tradizioni orientali considerano entrambi le emozioni. Ma le tradizioni orientali... credono che la consapevolezza passi attraverso il rasserenamento; [...] potrebbe risultare più interessante accennare come i due diversi approcci, quello orientale [...] e quello occidentale di Freud, descrivano come si possa arrivare alla “mente sgombra e senza preconcetti” (Freud 1912). Per quest’ultimo, la via regia che calma lo hsin [4] è l’analisi personale, per altre tradizioni orientali [...] la pratica per arrivare alla meditazione, fatta sotto la guida di un maestro» (Speziale-Bagliacca 1997, p. 226). Rimane ancora il compito di eliminare una ancorata misinterpretazione del fenomeno da parte di alcuni autori (v. ad esempio Fornari 1985). Fa notare infatti Ken Wilber, uno dei massimi esponenti della psicologia transpersonale, come gli psicologi occidentali confondano spesso gli stati di coscienza transegoici (ad esempio la spiritualità, o il tendere a qualcosa di più alto) con una regressione verso stadi pre-egoici (costituiti da pulsioni) tipicamente studiati appunto dagli occidentali, e a essi tendono costantemente a riportarli (Wilber 1991). La meditazione appunto non tende all’abolizione di ogni attività mentale (il che sarebbe un paradosso, tra l’altro ben compreso dai maestri zen, profondi conoscitori dei fenomeni paradossali) [5]; e non è neppure un modo per staccarsi dalla vita quotidiana e relazionale e giungere così a un isolamento [6]: è invece comprensione dei fenomeni per la ricerca dell’unità e dell’armonia.

Anche se le varie tradizioni sono numerose (meditazione buddhista, zen, trascendentale, per citarne solo alcune - per una rassegna, si può vedere Lamparelli 1985) e ricche di contenuti filosofici e religiosi, le diversità storiche e culturali non intaccano le strutture di base del processo. La meditazione può essere tecnicamente considerata un metodo di rilassamento in cui una persona dirige l’attenzione su un determinato stimolo (sia esterno che interno a essa) e ve la mantiene per il tempo necessario. Se intervengono delle distrazioni, il compito di chi medita è di riportarla gentilmente sull’oggetto prefissato. Essa è quindi essenzialmente padronanza dell’attenzione [7] (Ferrucci 1981; Goleman 1997). La pratica iniziale risulta spesso difficile e anche dolorosa, in quanto è un compito al quale non siamo generalmente abituati.
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Oltre a rivestire particolare interesse per gli effetti psicofisiologici da essa indotti (molti studi ci indicano che le risposte fisiologiche dell’organismo indotte dalla meditazione siano opposte a quelle indotte dallo stress; per una rassegna cfr. Wallace & Benson 1972; Hirai 1992), che prolungano il loro effetto anche dopo la fine della pratica, la meditazione è essenzialmente una potente tecnica che serve a svelare l’inconscio. In che modo ci riesce? Mantenendo costante l’attenzione su particolari oggetti interni o esterni, come ad esempio contare i respiri, o l’uso di un mantra, o concentrando l’attenzione su un pensiero, viene limitata così la recezione di stimoli multipli esterni e/o interni (Darley, Glucksberg, Kinchla 1993), tenendo in questo modo occupato il nostro supervisore centrale, scavalcando perciò i meccanismi interni coscienti (Lindsay-Norman 1983). Il risultato è l’ottenimento di un particolare stato di concentrazione passiva, o diffusa, in cui il praticante diventa allo stesso tempo attivo e passivo, attore e spettatore di se stesso e dei propri vissuti emotivi. Il soggetto pensante diventa così attraversato dal proprio pensiero, in un processo in cui tutto viene lasciato accadere senza che vi si ponga interferenza. Tutto accade spontaneamente, come secondo il noto principio taoista del wu-wei, che significa propriamente “fare senza fare”; è un astenersi dal provare a forzare un orientamento spontaneo con azioni intenzionali; il praticante deve solo limitarsi ad ascoltare (ad esempio i propri respiri). Il tenere perciò occupato l’elaboratore centrale - a volte così invadente, con tutti i suoi giudizi, pregiudizi, preoccupazioni... (Lindsay-Norman 1983) - consente di far emergere alla coscienza pensieri, immagini, emozioni. Non si tratta però di “scavare dentro” l’inconscio, ma, secondo un concetto tipicamente zen, di creare il vuoto nella propria mente affinché l’inconscio possa emergere; e per liberarsi di ciò che disturba l’”accesso alla profondità” (pensieri, pregiudizi, preoccupazioni) la prima regola appunto è quella di lasciarli passare come nuvole, dando all’Io un oggetto di concentrazione; alla coscienza oggettiva si sostituisce così la coscienza ricettiva [...]. È quindi un entrare in sintonia con il mondo esterno e il proprio mondo interno; è un entrare in contatto con le proprie emozioni, è uno “stare con”; si dice anche che sia un metodo di “pregare con il corpo” (Enomiya-Lassale 1987).

Meditare quindi significa lasciare scorrere i propri pensieri, senza cercare di esercitare su di essi alcun controllo; si formano così delle catene associative (di pensieri, immagini, memorie) che, mantenendo nel frattempo costante l’attenzione su un determinato “oggetto” (cosa che sembrerebbe facile, ma che necessita in realtà di una determinata pratica), tenderebbero a esaurirsi da sole. Si tratta di fenomeni particolarmente vividi, tanto che a chi medita può sembrare ad esempio di rivivere più che di ricordare. Tentare poi di bloccare una catena associativa, magari perché sgradevole, è quantomeno controproducente, in quanto paradossale; più si cerca di non pensare a qualcosa, più questa si presenterà inevitabilmente alla mente: quale effetto si otterrà infatti se si ordina a qualcuno «”non pensare a un elefante rosa”? “Lascia che ogni cosa, positiva o negativa, sia priva di attaccamento. La quiete tra i pensieri è la nostra vera natura.” [...]. Pensieri, sentimenti, sensazioni, immagini ed esperienze di ogni genere possono manifestarsi, ma non scacciarli né inseguirli» (Thondup 2001, p. 200).

Lo scopo reale è quello di creare un vuoto mentale per permettere ai propri pensieri di emergere. Ciò si fa dunque non con la soppressione dei pensieri, e conseguentemente delle proprie emozioni e bisogni, ma con l’ascolto e la comprensione, e integrazione, di questi; meditare significa quindi anche (o soprattutto?) misurarsi con se stessi, rivelare il proprio disagio e la propria sofferenza [8]: «gli stessi desideri e le passioni sono una manifestazione della forza vitale; per questo motivo non è necessario evitarli e cercare di annullarli..». (Uchiyama Roshi, p. 45). Ciò che veramente conta è il lasciar emergere ciò che comunque ci abita, e quindi trascenderlo secondo una modalità che comunque può essere diversa dalla modalità psicoterapeutica (Pensa 1991). «Può accaderci di avvertire un “io” che si intrufola e sta a osservare [...]; semplicemente, lascia che emerga e si dissolva. In questa aperta pratica [...] permetti a qualsiasi cosa sorga nella mente di venire e andare, senza afferrarti a essa» (Thondup 2001). «È una forma di vero e proprio Judo psichico... Si tratta qui di lasciare che la rabbia sia rabbia, che la paura sia paura. Si tratta di percepire questi sentimenti fino in fondo, per quello che sono: soltanto allora c’è liberazione... La vera necessità a questo punto non è di eliminare il dolore, ma di capire, di arricchire il proprio equipaggiamento psichico e spirituale così da affrontare le difficoltà in maniera più funzionale» (Ferrucci 1981). La cosiddetta “liberazione”, nel senso orientale del termine, viene quindi in primo luogo dalla comprensione, dall’”illuminazione”: come potrebbe dall’annullamento?

Si ribadisce ancora la comprensione e la conoscenza di se stessi: «... l’Io, in altre parole, deve farsi passivo e ricettivo, aperto ai livelli più profondi della coscienza. [...] Scopo della meditazione [zen] è divenire consapevoli della natura [...] che ognuno porta in sé: divenire cioè consapevoli di ciò che autenticamente si è» (Giovetti, in Enomiya-Lassale 1987).

Le tecniche meditative permettono così di ottenere materiale inconscio adatto a un’elaborazione (ad esempio analitica) o come meccanismo di feedback per una riprogrammazione mentale usando gli stessi simboli suggeriti dall’inconscio [9]. Grazie a questo processo si arriva ad avere intuizioni o modificazioni del comportamento. Si possono anche porre delle domande all’inconscio, per chiarire così varie situazioni o dare una risposta ai problemi che ci affliggono (Ferrucci 1981; Schultz 1966). Il terapeuta pone quindi, o il soggetto pone a se stesso delle domande per lui significative, e rimane in attesa di quelle che possono essere le sue sensazioni interiori. Tale esercizio consente di comprendere le attitudini personali e lo stile di condotta del soggetto nelle sue caratteristiche peculiarità (v. ad esempio Bonecchi 1991). Come scriveva James: «Egli cercò di rappresentarsi, nel silenzio della sua mistica immedesimazione, ciò che lo opprimeva; ne formulò il contenuto come in una domanda e restò in ascolto di una precisa risposta. Aveva preso l’abitudine di far ciò sistematicamente, protraendo il silenzio, fino a che compariva una risposta interiore; in molti anni di simili esperienze non fu mai ingannato, neppure una volta, da risposte deludenti o errate» (James, cit. in Schultz 1966). Il materiale fornito dalle risposte può appunto essere rielaborato ad esempio in formule specifiche, o in forma di immagini (Schultz 1966); coltivando deliberatamente delle immagini e costruendo associazioni con esse, si possono ottenere risposte a molti nostri problemi. «La mente può essere paragonata a un bacino circolare d’acqua limpida... Ma se nell’acqua cade una pur piccola cosa... si viene a formare una serie di onde circolari concentriche che, propagandosi dal punto in cui l’oggetto ha toccato l’acqua, vanno a raggiungere il bordo del recipiente per poi ritornare verso il centro. Le ondulazioni prodotte sulla superficie del liquido corrispondono alle catene di associazioni del pensiero...» (Hirai 1992) [10]. Si possono avere cioè degli insight, sia spontanei che “provocati”, essenzialmente simili a quelli verificantisi in psicoterapia. La meditazione presenta quindi anche similitudini con i sogni, ma chi pratica è perfettamente sveglio e cosciente; il vantaggio che essa presenta è quello di evocare la reazione dell’inconscio con una tecnica più rapida, di stimolare e dirigere i contenuti inconsci verso produzioni spontanee di vario genere, senza dover attendere i sogni, riuscendo anche così ad accelerare e promuovere uno sviluppo affettivo ed equilibrato (v. anche Desoille 1961; Uchiyama Roshi 1973; Lauster 1980).
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Uno dei motivi per cui ci si rivolge alla meditazione è anche il senso di incompiutezza e di disagio nei confronti della realtà, o meglio, di alcuni aspetti della realtà; chi si avvicina alla pratica della meditazione infatti pensa spesso che «ci deve essere un altro modo, una maniera diversa di sperimentare la vita. Ci deve essere la possibilità di avere una relazione più giusta con la vita» (Pensa 1991). Uno degli effetti sortiti dalla meditazione è il mutamento del nostro modo cognitivo e dei nostri schemi di pensiero: il nostro sé logico e verbale lascia posto a un sé caratterizzato da un’elaborazione dell’informazione di tipo analogico e olistico, come risulterebbe anche da studi sulla sincronizzazione degli emisferi cerebrali durante (e dopo) un periodo di pratica. La meditazione può quindi aiutare a vedere la realtà per quella che è, non per quella che noi giudichiamo che sia, o vorremmo che fosse, liberandola così dalle nostre idee precostituite, pregiudizi e illusioni. [11]

La tecnica è generalmente gestibile da chiunque e generalmente non pericolosa: in alcuni casi però si possono presentare degli effetti collaterali, sia fisici che psicologici, dovuti allo scaricamento della tensione (Goleman 1997); con il rischio che alcuni sintomi, presenti magari già prima dell’apprendimento della tecnica, potrebbero anche essere aggravati dalla meditazione stessa (v. anche Schultz 1966; Assagioli 1973). Si possono infatti avere ad esempio particolari forme di svuotamento dell’inconscio, come il cosiddetto fenomeno del makyo (“il regno del demonio”): «si tratta di forme o di altri fenomeni che si pensa di vedere o voci che si crede di sentire, sebbene esteriormente nulla sia cambiato. Queste apparizioni possono essere piacevoli o spiacevoli. Spesso sono soltanto apparizioni di luci che possono essere talmente forti da pensare che l’intera sala dove si pratica [lo Zen] stia andando a fuoco. Tuttavia non si avverte calore né si sente suono alcuno. Poiché tali fenomeni che avvengono durante lo Zazen [12] si verificano anche ad uomini perfettamente sani, non si possono spiegare con la malattia. Secondo i maestri Zen, essi trovano una spiegazione nel fatto che con lo Zazen la coscienza si svuota gradualmente e sorgono delle immagini dall’inconscio che penetrano nella coscienza svuotata» (Enomiya-Lassale 1987). C’è perciò il pericolo di scoperchiare inopinatamente il nostro “vaso di Pandora”. Bisogna quindi porre anche una particolare attenzione ai tanto decantati ritiri intensivi, visti come una sorta di panacea per i problemi psicologici: a parte il fatto che essi possano essere sopravvalutati, o usati come sorta di fuga dalla realtà, data l’immersione pressoché totale in aree emotivamente molto cariche, alcuni soggetti hanno purtroppo alte probabilità di peggiorare (Pensa 1991b).

Molto probabilmente non esiste una meditazione migliore di un’altra (Carrington 1979): ognuno può quindi scegliere (o un terapeuta indicare) la tecnica che ritiene più adatta a sé. In alcuni casi, quindi, la meditazione da sola può bastare, ma non ne è consigliabile la pratica a soggetti con gravi disturbi emotivi, se non contemporaneamente a una adeguata psicoterapia, e sotto il controllo di una persona esperta. Una delle soluzioni in caso di effetti indesiderati (dovuti a una surmeditazione o appunto a pregressi problemi psicologici) potrebbe essere comunque quella di ridurre il tempo della pratica (magari a pochissimi secondi) per poi aumentarlo gradualmente, come in un allenamento (Carrington 1979).

Usando la tecnica della meditazione, il terapeuta può assumere una parte, oltre che di contenimento, più attiva nel processo curativo rispetto a un atteggiamento relativamente passivo usato nei metodi analitici. In genere, la durata di una terapia è più breve con la meditazione, in quanto si riesce a giungere prima alla risoluzione del conflitto psichico; «è della più alta importanza che gli psicoterapeuti continuino a studiare la meditazione» (Kretschemer, in Assagioli 1965); occorrono però psicoterapeuti competenti. Molti pazienti poi amano i “compiti a casa” (Peresson 1978); imparano così anche a essere in grado di prendersi cura di sé, dedicandosi anche determinate attenzioni che non è sempre così scontato abbiano ricevuto durante la loro crescita (v. Schellembaum 1988): possono quindi anche imparare (o reimparare) l’amore per se stessi. Si è riscontrato che molti pazienti usano la tecnica delle “mini-meditazioni”, cioè più meditazioni al giorno della durata di uno o due minuti soltanto, magari in una situazione di momentaneo stress, oppure in situazioni apparentemente impensabili.

Non è provato che questa tecnica offra maggiori vantaggi rispetto ad altre tecniche di rilassamento; si è visto però che essa viene preferita ad altre tecniche (Carrington 1979). Alcuni soggetti sembrano proprio aspettare il momento della giornata in cui si deve meditare; altri soggetti invece non vogliono saperne nulla, e anche se iniziano la pratica, smettono poi di meditare, non perché essa non serva, ma paradossalmente invece proprio perché essa funziona! «Poiché la meditazione è intrinsecamente piacevole, certa gente smette di meditare per punirsi.[...]. La meditazione è gentile, è buona, è un viaggio interiore. Ma se qualcuno sente di essersi comportato male, si servirà allora di essa come di un’arma contro se stesso, per dirsi: “No! Non puoi meditare! Non te lo meriti! Non hai nessun diritto di provare quella gioia”» (Carrington 1979). [13]

Proviamo a trarre alcune conclusioni da tutto questo discorso: la tecnica della meditazione può offrire molti vantaggi, presentando potenzialmente possibilità infinite.

Il lavoro di comprensione e di ascolto è svolto contemporaneamente sul soma e sulla psiche nel loro aspetto di “intersecazione”. Per citare soltanto alcuni esempi, essa è oggi campo di studio e di interesse sia della psicofisiologia, che del cognitivismo, nonché della psicoanalisi (v. anche Suler 1993); sembrerebbe che possa dunque essere considerata ponte tra le “diverse” psicologie.

Varie ricerche tenderebbero a dimostrare che essa possa essere usata proficuamente in psicoterapia e in medicina. Può produrre infatti mutamenti psicologici anche di lunga durata, come ad esempio la diminuzione dell’angoscia, il miglioramento dell’umore, un miglioramento della propria autostima e contribuire al trattamento delle fobie; può migliorare la capacità di adattamento a situazioni quali quelle considerate stressanti; può contribuire alla diminuzione dell’uso di droghe; può essere proficuamente usata in medicina psicosomatica e nella terapia del dolore; si pensa anche che possa favorire il processo di guarigione nei malati di cancro (anche se non si tratta propriamente di meditazione, si può ricordare il metodo Simonton). E ancora, può essere utilizzata per migliorare le capacità mnemoniche e la creatività; nel campo della psicologia sportiva; dell’educazione (è praticabile, anzi addirittura consigliabile anche ai bambini, cfr. Fontana, Slack 1999); nel campo del lavoro e della produzione (Carrington 1979). Può sortire anche un effetto di tipo religioso; non essendo in contrasto con nessuna religione, può anzi avere l’effetto di un risveglio o di un arricchimento spirituale: non sono rari i casi di chi, avendo perso la propria fede (qualunque essa sia), la ritrova; e neanche di chi la scopre (o la riscopre?) per la prima volta. Come ogni tecnica però presenta i suoi vantaggi e i suoi limiti: essa non sempre riesce a favorire una diminuzione della tensione, e non è comunque adatta a tutti. Sono quindi auspicabili nuove ricerche al fine di comprendere meglio che vantaggi può, e potrà offrire in prospettiva futura, una pratica così semplice e naturale per l’uomo, alla portata di tutti, e praticamente (fattore da non sottovalutare) a costo zero.

Alessandro Mahony
Sezione di Psicologia, Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’ Università di Studi di Brescia.
Presidente della Società Italiana Tecniche di Meditazione


Note


1) Non esiste niente di più pratico (e di più difficile...) della spiritualità realmente vissuta. Cita una storiella zen: «Sono entrato proprio ora in questo monastero. Chiedo al maestro di esporre la dottrina. “Hai già mangiato il tuo riso bollito?” “Sì!” “Allora, va’ a lavare la ciotola”» (Senzaki, Reps 1993). Anche nel cristianesimo, con il comandamento “Ama il prossimo tuo come te stesso”, la tanto decantata spiritualità implica in realtà un atteggiamento molto “materiale” verso il proprio prossimo, sino ad arrivare all’ideale più alto, il donare la propria vita per gli altri.
2) È più corretto includere nel termine “psicoterapie” anche i termini “religione” e “filosofia”, in quanto va oggi sempre più affermandosi l’idea che le religioni e le filosofie siano una forma di psicoterapia, e ciò vale sia per la cultura orientale (cfr. Brazier 1995; Fromm et al. 1960) che per quella occidentale (Wolff 1978). Il monaco buddhista Punnaji, per fare un esempio, scriveva: «...il Sentiero di Mezzo, consiste nel trattare la dottrina del Buddha come una forma di psicoterapia [...]. Direi che, se il buddhismo fosse introdotto nel mondo moderno come una psicoterapia, il messaggio del Buddha sarebbe compreso correttamente» (Punnaji 1978, p. 44).
3) Bisogna qui ancora necessariamente ricordare che la psicologia asiatica è molto più antica di quella occidentale.
4) Hsin si può tradurre con “mente”, ma anche con il termine “cuore”.
5) E più ampiamente, «la ricerca volta alla liberazione dal dolore e a ottenere la felicità del Nirvana non è di già un desiderio, una passione? Chi tende a questo è in contraddizione con se stesso e perciò ne soffre» (Uchiyama Roshi 1976, p. 45).
6) «È importante affrontare tutto ciò che ci accade in quanto realtà di vita. [...] Un atteggiamento di passività e fatalismo sarebbe in contraddizione con l’atteggiamento tipico del buddhismo, che afferma la vita in modo talvolta anche molto combattivo. Si tratta qui della conoscenza data dalla saggezza ultima. Si tratta cioè di quell’atteggiamento conosciuto anche nelle arti marziali giapponesi: non l’attacco frontale, ma l’assimilazione dei movimenti dell’avversario. D’altro canto, è presente anche l’aspetto dell’accettazione dell’inevitabile...» (Uchiyama Roshi, 1976, p. 73).
7) Altro termine corretto per indicare la meditazione potrebbe anche essere “contemplazione”.
8) Cita anche una massima giapponese: «Il cuore è come il fango: più ci si entra dentro, più ci si sporca».
9) Potrebbe risultare comunque improprio usare simboli o immagini forzatamente suggeriti ma diversi dal vissuto personale del soggetto, per poi lamentarsi che la terapia (e quindi in generale la teoria) non funziona.
10) Una bellissima immagine relativa al modo di funzionare della mente può esserci offerta da Gibran: «...Poiché l’anima avanza su ogni sentiero. L’anima non cammina su di una linea, e nemmeno cresce come una canna. L’anima si apre come il fior di loto dagli innumerevoli petali» (Gibran, p. 87).
11) Cita una parabola zen: «Per coloro che non sanno nulla dello Zen le montagne sono solo montagne, gli alberi sono soltanto alberi, gli uomini soltanto uomini. Dopo aver studiato lo Zen per qualche tempo, uno giunge a percepire la vanità e fugacità di tutte le forme, e le montagne non sono più montagne, gli alberi non sono più alberi, gli uomini non sono più uomini. Per colui che ha compreso pienamente lo Zen le montagne sono di nuovo montagne, gli alberi sono alberi e gli uomini sono uomini».
12) Il termine significa “meditazione in posizione seduta”. La posizione non è comunque fondamentale per lo svolgimento della tecnica: si può benissimo meditare anche camminando, o in qualsiasi altra posizione: e ciò è utile chiaramente per i soggetti ammalati, impossibilitati ad assumere determinate posizioni.
13) Potrebbe essere interessante esaminare i motivi per cui per alcune persone (e probabilmente invece il fenomeno è molto più generalizzato di quanto non si pensi) la terapia viene esperita come efficace se procura una sofferenza paragonabile, almeno soggettivamente, alla gravità della malattia: basti pensare ad esempio ai casi in cui le iniezioni “fanno più effetto” di capsule o pastiglie. E se così fosse anche per la terapia del cancro? Se è così vero che per guarire bisogna soffrire, e che più è grave la propria malattia, più bisognerà soffrire per uscirne, potrebbe quindi risultare soggettivamente ed emotivamente difficile pensare, accettare il fatto che una terapia quale la pratica meditativa, che potrebbe essere ritenuta così semplice o ingenua (precisando, se fossero realmente dimostrati risultati concreti nella terapia di patologie anche gravi) possa realmente funzionare.


Bibliografia


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